Lista Tsipras: tre interventi di Fausto Melluso, Luciano Vitacolonna e Alessandro Gilioli

MicroMega

Gentile Flores d’Arcais,

Le scrive un siciliano di 26 anni che, fin dai tempi di scuola e poi all’università, è impegnato in politica nei cosiddetti "movimenti", macchiatosi ahilui – solo nell’ultimo anno però – di aver aderito al partito di SEL.

Ho letto con grande delusione le righe che lei ha riservato al partito di cui faccio parte nella polemica riguardante la candidatura di Antonia Battaglia, trovandole davvero ingenerose. Perché se è vero che lei non ha mai taciuto la necessità (che tra l’altro condivido) che la lista Tsipras in Italia si caratterizzasse per l’autonomia dai partiti, è altrettanto vero che né lei né nessun altro dei garanti aveva mai affermato precedentemente che tale principio si declinasse nel senso che nessun esponente di SEL avrebbe potuto impegnarsi direttamente in questa battaglia. Eppure questo è ciò che scrive quando dice che per conservare la candidatura di Antonia Battaglia si sarebbero dovute buttare a mare tutte le candidature di SEL.

Non dico che, come garante, lei avrebbe dovuto difendere io mio partito nel merito delle accuse mosse a Vendola, ma certamente avrebbe dovuto difenderne la partecipazione al percorso dell’altra Europa per Tsipras.

Io, per dire, faccio parte con gli altri ragazzi di un circolo Arci nel centro storico di palermo del comitato promotore che organizzerà la raccolta firme e la campagna elettorale: come pensa dovrei proseguire sapendo che alcuni tra i garanti della mia lista mi reputerebbero indegno di essere candidato in quanto iscritto a Sinistra Ecologia e libertà?

Ho motivo di ritenere, senza presunzione e dal mio piccolo punto di osservazione, che se questo progetto di lista non facesse leva su "incandidabili" come me e tanti altri, su reti preesistenti, sarebbe estremamente complicato riuscire a raccogliere le firme necessarie ed a condurre una campagna elettorale adeguata alla sfida che stiamo affrontando. Anche perché sarebbe poi davvero complicato assegnare patenti di verginità politica a tanti che tessere in tasca non ne hanno. Ed infine mi chiedo, per chiudere, chi avrebbe l’autorità morale di farlo, dato che è certamente vero che i dirigenti della sinistra sono fra i responsabili principali della scomparsa della sinistra in Italia, ma è altrettanto vero che neanche gli intellettuali, né la mitica società civile, sono scevri da colpe.

Per questo le chiedo chiarimenti circa quelle sue righe, al fine di capire meglio quale sia il senso dell’impegno per Tsipras che tanto ho difeso nel partito di cui faccio parte.

Con stima,
Fausto Melluso

Caro Fausto Melluso, sono certo che se avesse letto attentamente “quelle mie righe” non mi avrebbe chiesto questi chiarimenti. Quando parlo di partiti distinguo sempre tra militanti e dirigenti, e anche (le rare volte che ne esiste il motivo) tra dirigenti e dirigenti, e tra situazioni locali e nazionali, ecc. e nelle “mie righe” che l’hanno indignata ho sostenuto la incandidabilità di “esponenti dell’apparato vendoliano”, non di esponenti di lotte e movimenti che avessero anche la tessera di Sel. ESPONENTI DELL’APPARATO VENDOLIANO. Non mi sembra una frase che si presti ad equivoci.
Le colpe dei dirigenti non ricadono sui militanti, ma i meriti dei militanti (come lei e tanti altri impegnati nelle lotte) non possono essere invocate per mettere la sordina a quelle colpe.
Quelle dei dirigenti pugliesi di Sel sono state documentato al di là di ogni ragionevole dubbio da Antonia Battaglia e da Peacelink, ma due colpe di Vendola sono ai miei occhi davvero inqualificabili: avere avuto a che fare con don Verzè per rinnovare la sanità in Puglia, e ridacchiare al telefono con Girolamò Archinà, braccio destro e sinistro dei Riva, o loro faccendiere o come lo si voglia chiamare. Credo che dopo due “incidenti” di questa caratura un dirigente che si vuole “di sinistra” avrebbe dovuto ritirarsi a vita privata: almeno per lucidità, se non in grado di sentire vergogna.
Con affetto
Paolo Flores d’Arcais

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Come da tempo deciso, promesso e annunciato, voterò Tsipras, benché io sia iscritto a SEL. Tuttavia non posso non contestare la posizione assunta da Micromega dei confronti di SEL.
Se Flores d’Arcais e Camilleri non fanno più parte dei garanti e se, inoltre, Camilleri smentisce la sua candidatura, tutto ciò pur significherà qualcosa, o no? Del resto, non sono nel Dna della sinistra l’abitudine, il vizio, il difetto, la prerogativa, la mania, la tendenza masochista al-chi-è-più-a-sinistra-di-chi, alla scissione, all’autolesionismo? Anche gli intellettuali "micromeghisti" – spesso e volentieri autoreferenziali – mi hanno deluso. Che palle! Perciò dubito che continuerò a comprare e leggere "Micromega". Profondamente deluso,

Luciano Vitacolonna

PS: Se mi darete – ma ne dubito, data la vostra supponenza – una risposta aggressiva di tipo stalinista, sappiate che mi farà solo crepare di risate.

Stimato Vitacolonna, vale la risposta che ho dato a Fausto Melluso.
(pfd’a)

Riprendiamo dal sito www.listatsipras.eu questo intervento di Alessandro Gilioli

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Dal progetto ai casini, ma adesso andiamo oltre

di Alessandro Gilioli

Beh, sarebbe ipocrita negare che ci sono stati un po’ di casini. E qui abbiamo tanti difetti, ma l’ipocrisia no: quella no.

D’altro canto (non è un alibi: è per spiegare, per raccontare in trasparenza) tutta questa avventura della lista Tsipras è iniziata poco prima di Natale con un po’ di telefonate, qualche mail, i primi incontri di persona: non c’era alcuna organizzazione pregressa, né alcuna regola stabilita.

C’era solo un’idea di base: dare vita a una lista per le elezioni europee che fosse risolutamente contraria alle politiche di austerity, al “ce lo chiede l’Europa” così com’è stato imposto in questi anni; e che contemporaneamente non vagheggiasse il ritorno agli stati nazionali, ma proponesse invece di ricostruire l’Europa su nuove basi sociali e civili.

Che poi, portata ai nostri tempi, è l’Europa di Ernesto Rossi e di Altiero Spinelli, del Manifesto di Ventotene.

Così ci si è cominciati a parlare. Così abbiamo iniziato a chiederci se questo programma, pur nella sua semplicità, non fosse troppo difficile da comunicare, stretti come siamo tra le ortodossie mercatiste della Merkel e il demagogico partito dell’anti Europa, che in Italia ha il suo maggior esponente in Salvini.

E poi si è deciso, comunque, di provarci.

Quindi è venuto tutto il resto: l’appello di Micromega, le decine di migliaia di firme arrivate in pochi giorni, i contatti con Alexis Tsipras, la costituzione del comitato dei garanti, via via fino alla difficile definizione delle regole per le candidature. E, storia di pochi giorni fa, le infinite riunioni tra i garanti per decidere le liste, sulle basi delle duecento e passa segnalazioni pervenute da associazioni, organizzazioni o semplici gruppi di cittadini.

Qui sono arrivati i pasticci: casi Camilleri, Grasso e Battaglia, per chiamare le cose con il loro nome. E gli inevitabili scazzi: d’altro canto, se “per ogni due ebrei ci sono tre diverse opinioni”, immaginate cosa dev’essere mettere nella stessa stanza sei garanti di sinistra.

Però una cosa voglio dirla, avendo seguito i suddetti casini mentre scoppiavano: è la prima volta, in tanti a
nni, che vedo le discussioni nascere non per imporre i propri “fedelissimi”, ma perché ciascuno voleva che la lista fosse la migliore possibile. Non è una differenza da poco. È la stessa che passa tra il volersi spartire una torta e il credere in qualcosa per il bene comune.

Ed è anche la stessa differenza (abissale) che passa tra le “candidature di servizio” di Spinelli, Ovadia e Prosperi e le vecchie “candidature civetta” di tanti partiti.

Una scelta, quella dei tre signori succitati, che ha fatto scattare in molti una reazione quasi pavloviana, figlia della diffidenza diffusa nel Paese verso la politica tutta: “ah, presentarsi per poi dimettersi è un inganno nei confronti degli elettori!”.

Reazione più che comprensibile, intendiamoci, dopo quello che si è visto in passato. Ma questa volta funziona esattamente al contrario: visto che si tratta di persone che dichiarano subito – non a urne chiuse e a voti ottenuti – le proprie intenzioni; e che mettono la propria faccia su un progetto politico senza guadagnarci niente (né in termini di potere né in termini economici) e anzi rischiando di perderci parecchio: come fatica, tempo, ma anche in termini di “buoni rapporti” rapporti con i media contrari alla lista Tsipras, cioè quasi tutti; e perfino come reputazione personale (quanto gliela farebbero pagare, domani, se la lista non andasse bene?).

Una scelta di generosità, insomma. Giusta o sbagliata che sia: io, ad esempio, avrei preferito tutti e tre facessero i parlamentari. Perché da quelle persone mi sarei sentito ben rappresentato – e gliel’ho inutilmente detto. Ma è comunque una scelta di generosità: non di convenienza, né tanto meno di inganno.

Eppure, c’è perfino chi ha scritto che in questo modo veniva tradito il voto degli elettori “perché poi entrano i secondi in lista”: dimenticandosi che alle Europee si vota con la preferenza quindi non subentrano i secondi in lista, ma i candidati che prendono più preferenze. Quelli che – al contrario di Spinelli, Ovadia e Prosperi – ritengono a torto o a ragione di avere la voglia e le competenze per fare a tempo pieno i parlamentari europei. E che gli elettori ritengono i più adatti.

I candidati, a proposito. Anche qui è stata tentata una via del tutto originale, nella scelta. Perché finora, in Italia, i criteri sono stati due: da un lato, i vecchi partiti che mettono in lista le loro persone, i loro apparati, i più vicini al segretario; dall’altro, il Movimento 5 Stelle secondo il quale uno vale uno, quindi basta un video su YouTube per selezionare i rappresentanti-portavoce.

Qui invece si è appunto percorsa una strada inedita: si è provato a scegliere le persone per competenze sui temi, per attivismo nelle associazioni, per curriculum etico e politico. Né fedeltà di partito, né casualità indifferente. Persone comuni ma fuori dal comune, per quello che hanno fatto e fanno nella loro vita.

Il risultato è sicuramente lontano dalla perfezione, ci mancherebbe: ma è anche la cosa migliore che si sia vista in Italia da decenni. Guardatele, quelle liste: leggetele, collegio per collegio. Googlate i loro nomi, scoprite quello che hanno fatto e scritto in questi anni le persone che hanno dato la propria disponibilità a essere candidate. Poi pensate se nella vostra circoscrizione non ce ne sono tre – tante sono le preferenze, a questo giro – che meritano il vostro voto. E già che ci siete, quando usciranno le liste degli altri, confrontatele con queste: poi decidete quali sono complessivamente meglio.

Adesso viene il resto, probabilmente la parte più difficile.

Cose organizzative: la raccolta delle firme, in tutta Italia, con una legge agghiacciante che costringe a uno sforzo disumano in alcune regioni tipo la Val d’Aosta, altrimenti casca tutto il collegio Nordovest, compresi il Piemonte, la Lombardia e la Liguria.

Cose comunicative: far sapere cos’è questa lista, quali idee propone per l’Europa, quali pratiche ha implementato e perché. Avendo a che fare con un sistema mediatico che non è propriamente amico e anzi spara ogni giorno lo stesso mantra (“È come Rivoluzione Civile!) fingendo di non vedere che le persone e le pratiche scelte sono tutt’altre rispetto a quella storia – e talvolta addirittura all’opposto (basti pensare, di nuovo, ai criteri con cui sono state fatte le liste e alle persone che lì si presentano).

Infine cose identitarie, se così si può dire. Cioè essere, prima ancora che sembrare, un campo nuovo e molto più ampio rispetto al recinto della “sinistra radicale” in cui ci pure ci vorrebbero rinchiudere. Intanto, perché ormai non è più questione di “sinistra radicale” ma di sinistra tout-court: in Italia più che altrove. Ma anche perché l’unico recinto in cui dobbiamo stare è quello dell’alterità totale verso il fiscal compact e i vincoli di bilancio il cui vero scopo è ciò che Luciano Gallino – uno dei garanti – chiama da tempo “la lotta di classe dall’alto verso il basso”.

Ecco. Il principio dell’inclusività con cui Tsipras sta volando attorno al 30 per cento nel suo Paese («facciamo tutti un passo indietro, per farne tutti insieme uno molto più grande in avanti») non riguarda solo i partiti, i movimenti, le associazioni e gli intellettuali che hanno aderito a questa lista. Riguarda ciascuno di noi.

O almeno, chiunque cammini sulla strada verso il futuro guardando l’orizzonte anziché per terra.

(11 marzo 2014)



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