L’Italia torni un Paese per donne

Pamela Campa

Congedi parentali, adozioni, fecondazione assistita, asili e scuole, violenza sulle donne, stereotipi. Presentato alla Bocconi di Milano il progetto “Sorelle d’Italia”, quindici proposte per migliorare la qualità della vita delle donne (e degli uomini) nel nostro paese.


Sono in partenza da Milano dopo un lungo break invernale dai miei studi all’estero. Torno in Italia per ogni vacanza, sperando sempre di trovare un segnale che mi dica “inizia a programmare il tuo ritorno, l’Italia sta tornando”. Sono partita per l’Italia il giorno del voto di fiducia al mercato di Montecitorio, e da allora tutti i segnali hanno confermato i presagi sconfortanti di quella data. Uno dei pochi segnali rosa dall’Italia è venuto, guarda caso, da un incontro molto molto rosa. “Sorelle d’Italia”, un convegno organizzato dalla rivista Elle e tenutosi il 17 gennaio scorso presso l’Università Bocconi, a cui ho partecipato con molte aspettative, molte delle quali non sono state deluse. “Sorelle d’Italia” ha chiamato sul palco rappresentanti delle istituzioni, della politica, dell’imprenditoria, ha convocato al leggio relatrici dal mondo dell’accademia e delle associazioni, ha radunato in platea donne, con tutte le gradazioni di capelli possibili, con tutte le profondità di rughe immaginabili, e qualche uomo, coraggioso e curioso, ad ascoltare le proposte di 15 iniziative legislative, raccolte da Elle, per migliorare la qualità della vita delle donne e degli uomini in Italia.

Il convegno è iniziato sottotono, con l’intervento pallido e partisan del sindaco di Milano Letizia Moratti. Quanto la Moratti rappresentasse una prospettiva vecchia e senza idee è stato evidente molto presto, dopo un paio di frasi sulla necessità di aiutare le donne a conciliare la vita familiare attraverso servizi sociali e soluzioni flessibili quali il part-time; nei circoli in cui si discutono i temi dell’uguaglianza di genere in Italia da tempo si è capito, in modo trasversale e inter-generazionale, che la disuguaglianza di genere parte dall’assunto che quelli della conciliazione siano solo temi femminili. Si è più volte, negli ambienti che studiano, si documentano, innovano, accesa la spia di emergenza davanti alla propaganda sulla panacea del part-time, che potrebbe diventare una nuova forma di discriminazione dei sessi, se sono solo le donne ad usufruirne e se il tempo speso al lavoro rimane l’unico metro della produttività di una persona, in base al quale decidere promozioni di carriera e salari.

E allora ecco invece la parte innovativa del convegno, quella che ha studiato i vantaggi e gli svantaggi delle varie soluzioni, quella che si è confrontata nella vita reale con le difficoltà della conciliazione, quella che qualche volta ha anche la stessa età della Moratti, ma è più giovane di decenni per la prospettiva nuova assunta sulle donne al lavoro.
Le donne nuove d’Italia hanno posto al centro del dibattito il tema della conciliazione come sfida non per le mamme ma per la famiglia tutta, proponendo i congedi obbligatori di paternità. In Italia gli uomini spesso non usufruiscono del congedo facoltativo perché temono ripercussioni sulla loro carriera, o semplicemente per la inconfessata paura dello “stigma” sociale da parte dei colleghi (un professore svedese ha raccontato che quando, in un’Università’ italiana, ha chiesto quali fossero le possibilità di usufruire del congedo di paternità, un collega gli ha chiesto: “Non ha una madre questo bambino?”).

I “fanatici” delle libertà personali lamenteranno che l’imposizione del congedo di paternità viola il diritto alla libera scelta di vivere la propria paternità nei modi e tempi che si preferiscono. A quei fanatici risponderei che una donna che lascia il lavoro quando diventa mamma forse non è sempre stata libera di scegliere come vivere la propria esperienza lavorativa nei modi e tempi che preferiva; probabilmente non ha preso la propria decisione liberamente neppure quando sentiva che fare la mamma a tempo pieno era quello che voleva dalla vita, perché il senso di colpa delle mamme non-lavoratrici o ex-lavoratrici, che pensano che i bambini abbiano bisogno più di loro che del papà per crescere sani e forti (affermazione che ho sentito ripetere infinite volte, dalle mie coetanee più che da mia madre) e la loro conseguente scelta di investire tutto il proprio tempo per la famiglia, non nasce liberamente nella natura della donna, ma è il frutto dell’esposizione ad affermazioni e a modelli proposti dalla vita quotidiana e dai media, per cui la donna è innanzitutto “angelo del focolare”, e se non questo al massimo “signorina approssimativa” (felicissima espressione usata lunedì da Emma Bonino, leader indiscussa del convegno, l’unica il cui grido “non perdiamoci ora che ci siamo ritrovate” ha fatto davvero sentire ognuno di noi parte di una missione di civiltà e democrazia).

La parte vincente del convegno ha rifiutato l’idea del part-time come appannaggio esclusivo delle donne, e ha proposto invece tempi e modi di lavoro più flessibili per tutti, perché le sfide della competizione internazionale ci chiedono di essere innovativi, e la creatività potrebbe non essere stimolata al suo meglio da 12 e più ore trascorse in uffici che non sentiamo nostri, con persone che non sono quelle con cui abbiamo scelto di trascorrere la nostra vita. In un tempo in cui si pensa che Sergio Marchionne abbia fatto la rivoluzione della produttività in Italia perché ha usato il pugno di ferro sulle pause e sulle assenze in prossimità delle feste, Chiara Bisconti, direttore del personale di San Pellegrino, ha raccontato di un’azienda, quella per cui lavora, dove la valutazione del lavoratore avviene sulla base dei risultati conseguiti piuttosto che del tempo passato in ufficio. E attenzione a pensare che i due parametri siano perfettamente coincidenti. Come ha spiegato Chiara Bisconti, dopo 5 ore chiusi nella stanza dei bottoni a litigare su soluzioni che tali non sono, qualche volta si va a casa, si passa del tempo con i propri figli, si cucina, si esprime in qualche modo la propria creatività, ed ecco che, rilassandoci, ci viene in mente la soluzione che è soluzione per davvero. In economia parliamo di rendimenti marginali decrescenti: se raddoppio le ore lavorate non necessariamente produco il doppio, perché le mie risorse fisiche e mentali sono rinnovabili solo dopo il riposo.

Le sorelle d’Italia hanno parlato anche di adozioni internazionali, di procreazione assistita, di quote rosa, di fisco amico delle famiglie, di asili nido, di destinazione del “tesoretto” derivante dall’equiparazione dell’età pensionabile al finanziamento delle iniziative di genere, delle proposte di legge bipartisan portate avanti dalle deputate Mosca e Saltamartini. Non sempre le sorelle d’Italia sono state d’accordo sul grado di priorità dei problemi analizzati (emblematica la divergenza di Bonino e Carfagna sulla modifica della legge 40) e sulle migliori rispettive soluzioni, ma mai si sono divise sulla ragione dell’essere lì, e cioè che l’Italia deve essere molto di più un Paese per donne, perché le donne rappresentano almeno il 50% della popolazione, perché nei ranking internazionali il nostro indice di gender gap precipita, e soprattutto perché, come ha ricordato il vice-rettore della Bocconi, il prof. Peccati, le ragazze si istruiscono sempre di pi&ug
rave; dei ragazzi, ed un Paese in crisi economica e sociale non si può permettere di rinunciare ai rendimenti dei suoi stessi investimenti.

Ho letto di qualche titolo sui giornali stranieri secondo il quale gli italiani meritano di più di quello che la loro classe dirigente è in grado di esprimere adesso. D’altra parte Barbara Kingsolver nel libro “La Lacuna” fa scrivere ad un giornale: “Molti di noi non scelgono di credere nella nazione per il modo in cui è, semplicemente non hanno idee migliori”.
Francamente non so ancora quale delle due osservazioni sia più calzante all’Italia di oggi. Ma so quale è più vera per le sorelle d’Italia che ho visto lunedì scorso a Milano, ed è la prima, perché quelle donne meritano di meglio, e perché hanno mostrato di avere molta più immaginazione di tanti uomini che oggi in Italia prendono le decisioni che contano.

(22 gennaio 2011)

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