Lo scacco alle regine del marchese arancione

Nicolò Fuccaro

“Paolo, ormai è fatta. Preparati che andiamo!”. Provavo un misto di sorpresa, stupore e grandissimo entusiasmo, anche se ancora un po’ incredulo. Alle 22 di domenica 12 febbraio, circa un’ora dopo la chiusura delle primarie democratiche, si era già capito con chiarezza come sarebbe finita. I risultati che andavano profilandosi, così come già annunciati dagli exit poll, spegnevano ogni speranza nelle due candidate del Pd. Marco Doria, il professore indipendente sostenuto da Sinistra Ecologia e Libertà, stava per tagliare il traguardo delle consultazioni interne al centrosinistra per la scelta del candidato per la corsa a Palazzo Tursi, primeggiando (46%) su tutti e cinque gli avversari, con la sindaco uscente Marta Vincenzi (27,5%) e la senatrice Roberta Pinotti (23,6%) che, assieme, raccoglievano poco più della metà dei consensi.

Siamo partiti di corsa, sull’onda di quell’entusiasmo che ti trascina nei momenti più sentiti, vissuti, partecipati, per andare a festeggiare il vincitore, al suo punto di incontro (non sopporta il diffuso inglesismo “point”). Avevamo vissuto la campagna elettorale di Marco Doria fin da subito, credendoci, ma rimanendo con i piedi per terra, perché sapevamo che sarebbe stata un’impresa non da poco. All’inizio non lo conoscevo di persona; mi ero informato su chi fosse, sulle sue idee, sulla sua bozza di programma. Cercavo una persona alternativa alle gerarchie di partito, al cosiddetto apparato.

Era appena scoppiata la faida sotterranea, tutta interna al Pd, per la scelta della candidatura ufficiale. Quella che non è mai giunta, in seguito all’ufficializzazione della candidatura di Roberta Pinotti: era l’occasione cruciale per la cinquantenne senatrice, da quasi 11 anni in parlamento, per dare una svolta alla sua carriera politica. La sindaco Marta Vincenzi, a quel punto, ha accettato la sfida delle primarie, seppur mal digerendole e lamentando che la prassi fino ad allora seguita era quella di ricandidare i sindaci uscenti per il secondo (ed ultimo) mandato, evitando le consultazioni interne. In questo stato di cose, invitato e sollecitato da un gruppo di intellettuali genovesi, con a capofila il prof. Silvio Ferrari, Doria ha annunciato di aver accolto la proposta e ha iniziato con serietà ed umiltà il lungo percorso che avrebbe portato al 12 febbraio. Subito gli è arrivato il sostegno di Sel e quello di Don Andrea Gallo, il quale ha messo a disposizione del suo prescelto i locali della libreria della Comunità di San Benedetto al Porto, in salita Santa Caterina. Il professore si è, dunque, circondato di un piccolo ma attivo staff, formato prevalentemente da giovani, tra cui molte donne. Insieme hanno iniziato a raccogliere in giro per i quartieri le 1500 firme previste dallo statuto del Pd per presentare la candidatura. Ne ha consegnato ben 3500 circa. Era un segnale da non trascurare, soprattutto per una persona non molto nota alla cittadinanza, pur essendo stato alcuni anni consigliere comunale per un breve mandato (1990-1993) e per l’appartenenza alla (fu) nobile famiglia Doria – sebbene suo padre Giorgio, detto “il marchese rosso”, fu diseredato per la sua fede comunista e la militanza nel Pci.

L’impegno profuso fin da subito stava raccogliendo i primi frutti, ma era stato fatto solo il primo passo. La partecipazione cresceva giorno dopo giorno, col susseguirsi dei numerosi incontri con cittadini, lavoratori, giovani, studenti, pensionati. Al mattino al lavoro in facoltà, come sempre; i pomeriggi e le sere erano, invece, dedicati alla campagna elettorale. Quartiere per quartiere, si è spostato in lungo e in largo per tutta la città, rigorosamente con i mezzi pubblici o a piedi, come ha tenuto a sottolineare, anche nelle zone periferiche, tradizionalmente – e a torto – meno tenute in considerazione. Ha parlato di lui, dei suoi valori, delle sue idee, ha esposto il suo programma – in costruzione, grazie al contributo dei suoi concittadini – ma non si è mai sottratto alle domande, al confronto pubblico. Si è fermato per strada, soprattutto per ascoltare, per comprendere i problemi della gente, dai più complessi ai più contingenti: dal precariato alle buche nelle strade, dall’ambiente al prezzo del biglietto del bus. Diversi, certamente, ma che fanno tutti parte della vita e della quotidianità di ciascuno di noi. Si è fatto conoscere e ha costruito una fiducia, quella di cui necessita chiunque si sottopone al giudizio popolare, con il contatto quotidiano, con la costante presenza. Ha coinvolto persone di ogni età parlando la loro lingua, la lingua della politica e non del politichese, la lingua della semplicità ma della concretezza e non delle alchimie partitiche.

Ha preferito il rapporto interpersonale diretto ai canali telematici, di cui pur si è avvalso. Infatti, parallelamente, ha saputo sfruttare al meglio le forme di comunicazione più all’avanguardia, dai social network (Twitter e Facebook) al suo sito internet, dove “amici” e “followers”, chi poneva un quesito o chi semplicemente gli faceva un in bocca al lupo hanno sempre ricevuto un chiarimento o una risposta. In questo campo è stato fondamentale l’aiuto del suo staff, perché, per usare un eufemismo, ha sempre avuto poca simpatia e dimestichezza con i mezzi tecnologici di ultima generazione (ama raccontare sorridendo un aneddoto: un giorno un signore incontrato per strada lo ha salutato e lui, non ricordando di averlo mai incontrato prima, gli ha chiesto come si conoscono. Si è sentito rispondere: “sono tuo amico su Facebook!”). Pensare che non aveva un telefono cellulare fino a un paio d’anni fa (“non mi serviva, tutti sanno dove trovarmi: o sono all’università o sono a casa”) dice tutto sulla sua persona, alla mano e un po’ anticonformista.

Il Partito democratico, sull’altro fronte, si è perso in un bicchier d’acqua. Aveva dietro di sé un’organizzazione e una struttura molto più consolidata e capillare di quella del professore. Senza nulla togliere alla meritoria scelta di indire le primarie, senza le quali un (presunto) outsider non avrebbe mai potuto ambire a diventare il portabandiera di una coalizione che si presenta alle elezioni, come ha riconosciuto Doria.

Ma sbaglia chi dice che proprio il Pd abbia perso le sue primarie. Chi ne è uscito sconfitto sono i suoi candidati, non tanto il partito per non essere riuscito a far eleggere un proprio tesserato. Che senso e che utilità avrebbero, allora, delle consultazioni in cui deve, a tutti i costi, vincere una persona in particolare? Cos’avrebbe a che fare con la democrazia partecipata un’investitura popolare controllata e indirizzata sul candidato previamente designato dalla dirigenza di partito? Non saprebbe di una bella e buona presa in giro del proprio elettorato, sempre meno entusiasta dei suoi rappresentanti (dato emerso anche dal calo dell’affluenza di 10.000 elettori circa, rispetto alle precedenti primarie che incoronarono Marta Vincenzi)? C’è chi parla, invece, di restringere la competizione, di rendere le candidature più selettive, di fare delle “pre-primarie” per scegliere il candidato di partito. Siamo alla follia. Il segretario Bersani addebita la sconfitta alla divisione interna nel sostegno alle due esponenti, dimenticando che in alcune città (Torino) la vittoria è andata ad un candidato Pd quando in gara c’erano più militanti dello stesso partito, mentre la sconfitta è stata sonante in altre (Cagliari, Milano) in cui il partito sosteneva unitariamente un solo uomo.

Più che le opposte fazioni interne in sé, hanno pesato invece le questioni personali, il clima da regolamento di conti che vedeva opposte la sindaco uscente che rivendicava i successi della sua amministrazione, dimenticando però diversi errori ed omissioni, e la senatrice che insisteva sul rinnovamento e sulla discontinuità, non avendo colto che questi non erano certo incarnati da chi è presente sulla scena politica da tempo e siede in parlamento da più di un decennio. Non si è avuto il coraggio di ammettere la sconfitta e di addebitarla prima di tutto alle candidate, alle loro candidature evidentemente non apprezzate. Il popolo, questa espressione sociale che viene sempre invocata per compiacere i suoi appartenenti, spesso facendosi poi beffe delle loro istanze, ha manifestato una forte esigenza di cambiamento, di volti freschi, di facce pulite, di storie nuove.

Questo popolo si è stufato delle promesse retoriche dei professionisti della politica, ha gettato il cuore oltre l’ostacolo e ha deciso di dare fiducia a una persona meno nota, ma che percepiva più vicina, più in sintonia con il proprio mondo, con la propria quotidianità. È forse una manifestazione della celebre antipolitica? Tutt’altro. Marco Doria ha parlato di Politica (quella con la P maiuscola, come si suol dire), più e meglio delle rivali, distratte da beghe personali, interessi di bottega, calcoli di piccolo cabotaggio. Tra chi si crogiolava per quanto già fatto e chi flirtava con Enrico Musso – uno dei principali avversari alle amministrative – e l’Udc, Doria ha trovato spazio per inserire i suoi contenuti, per imporli all’attenzione di chi era interessato ai progetti di amministrazione della propria città. Ha parlato di lavoro, infrastrutture, servizi pubblici e assistenziali, spazi verdi, cultura, integrazione, turismo e altro ancora. Ha dialogato con la cittadinanza, per trovare nuovi spunti e perfezionare il programma.

Ha sentito dietro di sé una spinta, un entusiasmo popolare che lo ha incoraggiato a perseverare, ad andare avanti con determinazione e con una sempre maggiore convinzione, conscio del fatto che in una competizione elettorale tutto (o quasi) è possibile. Era partito contro i favori della critica, contro ogni pronostico. Era considerato l’outsider che poteva soltanto valorizzare la democraticità di queste primarie, ma senza alcuna chance di vittoria. E invece ce l’ha fatta, surclassando gli avversari. Quell’entusiasmo popolare – una delle chiavi del suo successo – si è man a mano diffuso trasversalmente, tra giovani e meno giovani, tra ceti popolari e borghesi e ha rappresentato il sintomo della straordinaria voglia di una svolta, la percezione di una novità, di qualcosa che si stava muovendo nel panorama politico locale (e non solo) in risposta alle istanze sociali di rinnovamento. Il colore arancione, scelto all’inizio della campagna per le primarie, stava a marcare questa diversità. Proprio quell’arancione che aveva contraddistinto la proposta di Giuliano Pisapia a Milano e di Luigi De Magistris a Napoli, artefici e protagonisti di una nuova stagione politica, iniziata l’anno passato con quel ciclo di elezioni amministrative e proseguita con la vittoria popolare dei referendum, a favore della gestione pubblica dei servizi, contro il nucleare, e per ristabilire il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.

Se Marco Doria riuscirà a diventare sindaco, dovrà essere disposto a dialogare con i partiti che lo sosterranno, stando attento a non farsi dettare l’agenda, rifiutando l’imposizione di nomi da “sistemare” e di scelte da seguire, ma senza intestardirsi ottusamente per mero orgoglio personale. Deve respingere con forza, fin da principio, le accuse di essere legato a qualche solone della politica che in qualche modo riuscirebbe a manovrarlo, come ha fatto con quella recente di essere “un uomo di Burlando”. Dovrà rifiutare compromessi immorali o, comunque, contrari al suo programma e all’idea di amministrazione che ha sottoposto all’approvazione della cittadinanza; non dovrà impuntarsi solo sui “no”, ma al contempo costruire una proposta alternativa e più convincente. Dovrà impegnarsi in una gestione trasparente della cosa pubblica, partecipata e attenta alle reali esigenze dei cittadini, a partire dai più bisognosi di tutele e di attenzioni. A volte sarà una battaglia dura, che gli potrà pesare e gli sembrerà più grande di lui e delle sue forze. La strada sarà lunga e perigliosa, non illudiamoci (mai definizione fu più appropriata di quella di Rino Formica, il quale diceva che “la politica è sangue e merda”). Sarà fatta di vittorie ma anche di sconfitte, di lunghe mediazioni e di scelte importanti. Ma non potrà permettersi di scoraggiarsi, di arrendersi. Sarà troppo importante vincere questa sfida e non deludere le aspettative, che sono alte ma costruite con fatica, perchè la disillusione sta dietro l’angolo.

Adesso è il momento (“se non ora, quando?” dice il grintoso slogan del movimento femminile) di impegnarsi tutti per dare fiducia e assecondare questa onda di entusiasmo e di rinnovamento. Affichè continui la sua corsa, sarà fondamentale il nostro contributo, per aiutare questo vento di cambiamento a non cessare, a non affievolirsi, ma a continuare a spirare forte in quella direzione. E il lungo cammino in quella direzione passa per l’elezione di Marco Doria a Palazzo Tursi.

(6 aprile 2012)



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