Lodi, manette a tutti i costi? Piuttosto, Mattarella nomini Cavaliere la funzionaria che ha registrato il reato
di Paolo Flores d’Arcais
In un regime capitalistico serio, diciamo weberiano (anziché "legibus solutus"), la turbativa d’asta è un peccato capitale poiché distrugge la libera concorrenza, assoggettando la capacità imprenditoriale alle "virtù" corruttive e criminali dei soggetti economici. Le imprese del sindaco Pd di Lodi, perciò, in termini capitalistici costituiscono un peccato capitale da manuale. Eppure, il consigliere del CSM avvocato Fanfani, ovviamente democristiano di vocazione, ma anche ex avvocato della Banca Etruria, eletto in quota Pd per benedizione di Renzi, con spudorata violazione dell’ordinamento (che inibisce al CSM di intervenire nel merito dei provvedimenti penali) si è premurato di chiedere all’organo costituzionalmente preposto a garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura di “bastonare” il magistrato che ha disposto l’arresto del suddetto sindaco, succeduto all’attuale vicesegretario del Pd Guerini, di cui fu eminente assessore e che lo ha fortissimamente voluto come suo successore, poiché, bontà sua (di Fanfani), giudica l’arresto di Simone Uggetti "ingiustificato".
Eppure gli elementi probatori fin qui accertati sono impressionanti ("fortissimi", li definisce il quotidiano "la Repubblica" in un editoriale che pure si intitola velenosamente "Quelle manette a tutti i costi") e sono stati raccolti grazie all’intransigenza di altri tempi (gobettiana, verrebbe da dire) di una funzionaria del Comune che non si è piegata al profluvio di intimidazioni e lusinghe del signor Uggetti e si è invece premurata di registrarli e portarli in Procura. Comportamento che dovrebbe spingere il Presidente Mattarella a insignirla del titolo di Cavaliere del lavoro, non fosse che a risarcimento della credibilità dell’onorificenza stessa, cioè a compensazione di troppe nomine che in tempi non lontanissimi hanno premiato fior di delinquenti.
La finalità del reato, che consiste per il magistrato nel “ricavare per sé vantaggi di consenso politico-elettorale”, al direttore del Foglio Cerasa ovviamente non suona affatto una colpa ma il semplice esercizio del potere legittimato dalle urne. In realtà il reato è lampante, e capitalisticamente assai grave, abbiamo visto (negli USA, dove il profitto è una cosa seria, ci vanno infatti pesantissimi, come con tutti i reati di colletti bianchi). Ma è anche “uno dei più diffusi” (Repubblica citato), e questo forse spiega l’improvvido assalto del Fanfani (anche lui ex sindaco): se i magistrati fanno nel serio anche per un paio di piscine, quanti futuri senatori (questo diventeranno con la “deforma” costituzionale Renzi-Boschi-Verdini i peggiori amministratori locali) dovranno rinunciare a “ricavare per sé vantaggi di consenso politico-elettorale” dalla gestione dei beni comuni?
Il direttore del Foglio, tuttavia, come pasdaran della crociata contro i magistrati questa volta ha perduto la pole position. Che spetta a Francesco Merlo per un editoriale allucinato su Repubblica, nel cui esordio anatemizza il magistrato che ha messo le manette al sindaco come peggiore di Robespierre e sintonico di Stalin. Alla lettera.
Quel magistrato ha ritenuto necessario il carcere perché l’Uggetti e il suo coimputato avvocato Marini godono di conoscenze e ruoli che impedirebbero, se ai domiciliari, di monitorarli e controllarli (in eventuali attività di inquinamento di prove e testimonianze). Quanto sia poco campata in aria questa convinzione del magistrato lo dimostrano ad usura i tentativi del signor sindaco di "resettare" la documentazione del computer.
In realtà, quando un reato effettivamente grave è anche “dei più diffusi”, (ma difficilissimo da scoprire, vista la saturazione ambientale delle possibilità intimidatorie e omertose del potere politico verso i funzionari pubblici) l’unico modo per provare a sradicarlo consiste nel perseguire e punire con intransigenza i pochi casi che si riescono a provare (che saranno sempre meno se continuano le controriforme di Renzi che rendono il contrasto della criminalità dei colletti bianchi più difficile). Renzi ha ripetuto anche ieri la giaculatoria del “vorrei che i magistrati producessero sentenze”, ipocrisia ormai sconfinata, visto che se ci tenesse davvero basterebbe una legge di standard occidentale con cui la prescrizione viene meno dopo il rinvio a giudizio. Renzi in realtà per i politici e l’establishment affaristico vuole sentenze, sì, purché non siano condanne, però. E la prescrizione è la manna.
Nel frattempo il sindaco ha confessato la turbativa d’asta, ma “per il bene del Comune” (che nella sua inossidabile “buona fede” coincide con il proprio vantaggio elettorale illegalmente ottenuto). Sia chiaro, resta presunto innocente fino a sentenza definitiva, ma se la prescrizione non viene abrogata dopo il rinvio a giudizio gente come lui non verrà condannata e la rivedremo in Senato. Così i Merlo e Cerasa saranno contenti per il ritrovato primato della politica. Prosit.
(5 maggio 2016)
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