L’università che (non) vogliamo. Per una conservazione rivoluzionaria

Angelo d’Orsi

Pubblichiamo il testo dell’intervento di Angelo d’Orsi agli "Stati generali dell’Università", un’assemblea nazionale sui problemi dell’istruzione superiore e della formazione che si è svolta alla Sapienza di Roma il 31 marzo 2012. Punto di partenza dell’iniziativa, l’appello “ lanciato da Piero Bevilacqua e Angelo d’Orsi.

"L’università che vogliamo", si intitola l’Appello che con il collega Piero Bevilacqua abbiamo lanciato, e che in poco tempo ha raccolto circa 800 firme di professori e ricercatori, e molte di precari della ricerca (è stato qualche settimana fa). Ora, qui a Roma, nella sede della Sapienza, siamo a un punto d’arrivo, che sarà un nuovo punto di partenza.

Personalmente, a differenza di tanti presenti, non sono e non mi considero un “esperto”. Sono solo un testimone, e anche, come tanti presenti, forse tutti, o quasi, una vittima. Mi mancano pochi anni al termine carriera, ossia alla benedetta/maledetta pensione, e ho voglia di mollare. Adoro insegnare, amo il rapporto con gli studenti, mi vanto di non aver mai ripetuto un corso nella mia carriera… Ma la misura è colma e questa potrebbe esser l’ultima mia battaglia entro i recinti accademici. A meno che si riesca a cambiare qualcosa, a invertire il senso di marcia, o quanto meno a dare un segnale forte che induca le migliaia di docenti e ricercatori e precari che non si sono lasciati coinvolgere in questa nostra iniziativa, a ripensarci e ad alzare la mano, dicendo: ci sono anche io, ci siamo anche noi.

Naturalmente se il sottoscritto se ne va in pensione anticipatamente, o resta, è evento di importanza pari a zero. Ma voglio spiegare cosa mi induce a fare una ipotesi del genere, per capire se sia condiviso il mio disagio, perché di questo si tratta. Disagio. Del resto è proprio questa la cifra della nostra impresa autogestita, del nostro modesto “scendere in campo”, che tuttavia – “si sbalio mi corigerete” – costituisce una iniziativa senza precedenti, il cui successo non ci dice quanto siano intelligenti coraggiosi i due promotori, ma ci indica piuttosto un dato semplice e forte: chiedendo, come abbiamo fatto, di compiere un passo indietro, riconoscendo il totale fallimento del 3+2, e l’insostenibile devastazione finale prodotta dalla “controriforma” – punto d’arrivo di un percorso scellerato che comincia con Luigi Berlinguer (un percorso peraltro, lo ammetto, non lineare, ma il senso è rimasto lo stesso, con peggioramenti decisivi operati dalla signora Moratti e il colpo finale della signora Gelmini) –, abbiamo semplicemente fatto emergere, con i mali del sistema, il bisogno di fermare il processo. Insospettabili consensi ci sono giunti dai giovani ricercatori e da professori di lungo corso, anche da coloro che la pensano molto diversamente da noi, collocati nell’ambito delle discipline umanistiche e di quelle scientifiche. Insomma, scrivere e lanciare in rete, del tutto artigianalmente, il nostro Appello è stato come gridare “Il re è nudo!”. “Finalmente”, è stata la prima lettera che personalmente ho ricevuto, poche ore dopo aver inviato il testo a qualche collega: “Finalmente. Finalmente qualcuno che grida sui tetti quello che in migliaia stiamo dicendo a mezza bocca da anni!”. Si è trattato di un complimento formidabile che di per sé solo valeva il lavoro, il tempo, l’energia, e anche i costi finanziari che abbiamo dovuto affrontare per sviluppare l’iniziativa e giungere alla prima conclusione odierna, che peraltro è solo un punto d’arrivo provvisorio.

Disagio, dicevo. Abbiamo dato voce a un disagio, una sensazione di spaesamento che si prova oggi _ correggo: che io provo oggi… – nell’Università: sempre di più, entrando nei suoi locali, partecipando alle mille riunioni di commissioni consigli giunte, camminando per i suoi spazi, incontrando colleghi, salendo sulla cattedra, si prova l’impressione di trovarsi in una terra estranea, che diventa addirittura ostile. Ostile verso chi, come chi vi parla, come credo tutti noi qui riuniti, viene bollato con l’etichetta che vorrebbe essere infamante di “conservatore”, o addirittura “nostalgico”. Ora, se la seconda qualifica attiene al campo letterario e insieme psicologico, e dunque la lascio qui cadere, la prima ha un significato direttamente politico e merita di essere considerata. Oggi, anche davanti a certe reazioni isteriche al nostro documento, coloro che non concordano con la logica del processo “riformatore”, sono etichettati irriducibili ”conservatori”: elementare, Watson! Ebbene, forse va ricordato ai “novitisti” di oggi, che esistono due forme di conservatorismo, quella relativa agli interessi (a cui mi dichiaro fortemente contrario) e quella relativa ai valori (e me ne dichiaro sostenitore fervido). Una precisazione che oggi andrebbe ricordata ben al di là delle problematiche universitarie e scolastiche; ma che ha a che fare con la disinvolta pratica di rovescismo linguistico-semantico a cui stiamo assistendo da anni, e che anzi costituisce un tratto specifico dell’ideologia del dopo-Muro, del post 1989. Ma tale pratica, non avrebbe avuto il successo che dobbiamo constatare se non fosse stata accompagnata e preceduta da una intensissima campagna di discredito, di squalificazione, diretta contro l’università italiana e il sistema scolastico nel suo insieme, campagna fondata su false informazioni, su cifre truccate, o addirittura “fabbricate”, su valutazioni “corrette” (nel senso di scorrette!, ossia opportunamente adattate; su questo, dopo altri saggi utili in materia, il libro di Franco Coniglione, Maledetta Università!, è uno strumento preziosissimo, la cui consultazione è consigliata vivamente, per riconquistare un po’ di verità). Sono stati protagonisti di questo attacco ministri e gazzettieri, opinionisti e commentatori, e molti nostri colleghi¸ autolesionisti con la sindrome dei primi della classe.

Alludo dunque non solo ai Brunetta e alle Gelmini, ma anche ai Perotti, ai Giavazzi e agli Alesina, che hanno dato una vernice di episteme alla doxa, hanno sorretto con ragionamenti le accuse (ma venivano prima le accuse, poi i ragionamenti) e le hanno convalidate con colpevole leggerezza. Sicché, un sistema che, con tutti i suoi limiti, era tra i migliori del mondo, a dispetto della scarsità di risorse, delle problematiche relative agli edifici, della modestia, talora offensiva, delle retribuzioni dei docenti (mi riferisco al comparto scolastico, non a quello universitario), è stato presentato come allo sfascio, allo sbando, dove insegnavano professori pessimi, e stazionavano studenti eterni fuoricorso, destinati a diventare i “bamboccioni” di domani. incapace, soprattutto, di essere moderno, efficiente, funzionale alle nuove esigenze dell’Europa (uno dei grandi miti del nostro tempo) e del Mercato (il Grande Moloch a cui ogni giorno si fanno sacrifici umani).

Perché, v’è da chiedersi, il Governo ultimo del cavalier Berlusconi ha portato a compimento una sola – dicasi una sola – “riforma”, una sola legge di programma?
Uno solo dei suoi punti programmatici, della campagna elettorale? Perché fra tante priorità vere – a cominciare dall’economia, abbandonata fino a farci sprofondare nel gorgo dello spread, metafora e termometro della catastrofe nazionale – perché la scuola? Perché prima di ogni altro obiettivo ci si è posti quello del comparto relativo alla formazione degli italiani? Forse la risposta è implicita nella domanda. Forse trattandosi di un regime tendenzialmente totalitario, nella forma del totalitarismo moderno, neopopulistico, bonapartistico, telecratico, formare gli italiani era più importante di qualunque altro obiettivo. Una formazione, tra scuola e università che avrebbe dovuto collegarsi a quella pervasiva della televisione de L’Isola dei famosi e dei tg del mai dimenticato Minzolini, di periodici modello «Tv Sorrisi e Canzoni», e quant’altro l’universo dei media nella felice era berlusconiana ci ha abituato a sopportare. La necessità di “riformare” l’Università nasceva da una constatazione: quello era rimasto un luogo di elaborazione di saperi critici. Si chiedeva retoricamente Alberto Burgio nel 2008: «Siamo sicuri che quando si lamenta la cattiva qualità dei docenti non si abbia di mira, in molti casi, le loro idee poco à la page?» (in Manifesto per l’università pubblica, 2008).

Ecco, conformare la docenza, e omologare i discenti, in modo che si accingano a diventare sottoccupati obbedienti, o occupati di livello medio-inferiore, consumatori compulsivi, comparse in un modo dove le grandi decisioni non siano da loro poste giammai in discussione. L’Università dove il concetto di autonomia si sposi con quello di privatizzazione, aziendalizzazione, mercantilizzazione (gli atenei devono stare sul mercato, i docenti devono stare sul mercato, le professioni devono stare sul mercato… ma tanti giornalisti e politici…). Che posto può avere in questo modello universitario il für ewig goethiano e gramsciano? Quale chance ci sarà di studiare arte, musica, lingue antiche? Le humanae litterae avranno ancora qualche dignità?

Ebbene, nella Università che suscitava le reprimende questo era quello che voleva Confindustria, già alcuni anni prima, e che non era diverso dal Piano di rinascita nazionale del signor Licio Gelli e dei suoi seguaci (tra i quali ricordiamo l’ex presidente del Consiglio, e gli insulti dei mostri che ci hanno governato, non solo v’era posto per la gratuità, per la divagazione, per il perder tempo – secondo certe logiche efferate –, ma le “due culture”, pur con difficoltà, avevano pari dignità (anche se impari finanziamenti). Oggi, dopo l’invasione degli Hyksos, possiamo dire che per l’umanesimo (uso il termine con ragion di causa) non v’è spazio, e ancor meno futuro; contano solo le scienze “dure”, soprattutto contano le scienze immediatamente finalizzabili alla produzione, al mercato, alla monetizzazione del risultato. E questo, detto parenteticamente, implica una intollerabile supremazia della lingua inglese, che noi di nuovo abbiamo accolto senza battere ciglio, anzi incentivandolo; e stiamo ora pagando le conseguenze anche nell’efferato meccanismo della Valutazione: per cui, come ci ha fatto osservare qualche collega, conta di più un articolo in inglese in una sconosciuta rivista americana, che un saggio corposo in italiano, in discipline in cui l’italiano è la lingua di riferimento, e italiane sono le testate scientifiche su cui gli stranieri fanno a gara per pubblicare: mi riferisco, sulla base delle sollecitazioni giunte dal collega Mario Fiorentini, al Diritto romano, per fare un solo esempio. E nelle linguistiche, è ovvio, come ha notato Fabrizio Raschellà, che tutte le lingue hanno e non possono non avere medesima dignità. E invece no. O scrivi e pubblichi in inglese o non vale nulla quel che fai.

E che dire della insopportabile frammentazione dei saperi, della loro parcellizzazione? Stiamo assistendo, inerti, per non dire spesso complici, alla fine dell’autonomia della cattedra (come hanno rilevato i colleghi Francesco Aqueci e Demetrio Neri), nel senso, preciso, della fine di quella communitas studiorum che dovrebbe essere la vita universitaria, nello scambio fruttuoso, nella virtuosa dialettica tra docente e discente, mentre si va imponendo in modo minaccioso una concezione del sapere come funzione della produzione: e più in fretta si fa, meglio è. La finalizzazione al mercato implica anche una tecnicizzazione e una velocizzazione: bisogna subito diventare produttivi!

Torno all’università che non voglio, quella che ci è stata confezionata più o meno continuativamente dall’inizio degli anni Novanta ad oggi, nella quale hanno cercato di convincerci che conta, insomma, non è la formazione culturale, ma la “professionalizzazione”, come se fosse questo il compito dell’insegnamento universitario, e che, posso dirlo?, un po’ distrattamente, un po’ colpevolmente, abbiamo finito noi stessi – i critici, i renitenti, i riottosi – per introiettare. E invece, avemmo dovuto ricordare il monito di Gramsci, che parla dell’insegnamento come “un atto di liberazione”: esso dovrebbe aprire le menti, eccitare curiosità, e far crescere i giovani, offrendo loro gli strumenti per costruire una propria personalità, scoprire intime passioni, disciplinarle, in un percorso il più “disinteressato” possibile. Ma non abbiamo saputo difendere né la cittadella universitaria assediata, né la dignità del nostro lavoro; abbiamo piegato la testa, anche perché – bisogna dirlo e ridirlo, a voce alta – eravamo in colpa. Se ne sono viste di infamie, nell’italica accademia, e proprio le nostre insufficienze e le nostre disonestà hanno favorito l’attacco. Naturalmente, i casi, pur numerosi e diffusi abbastanza equamente nelle diverse sedi (ancorché con prevalenza in alcune zone del Paese, e in certe università) quei casi, dico, non configuravano il quadro di orrori e insipienze dipinto dal nemico, il quale, quasi sempre non era affatto immune da colpe. Su questo un comparto autocritica lo si dovrebbe aprire, tra noi, in modo franco e serio.

Certo è che uno dei cavalli di battaglia del Nobel mancato Brunetta (ve lo ricordate? Con la sua violenza verbale quotidiana, con le sue trovate pubblicitarie grottesche, con le sue incredibili menzogne) fu la polemica antibaronale. Lui, che con due articoli divenne professore! Ma sapeva che quel tipo di polemica poteva essere dotata di appeal: anche i fascisti guadagnarono consenso nel primo dopoguerra facendo la campagna contro i “pescecani”!, salvo poi esserne i veri difensori. Dunque dagli al barone. Corruzione, nepotismo, familismo amorale, cattiva preparazione, disonestà, nullismo sul piano della loro utilità sociale: nell’ipotesi più favorevole eravamo dei perditempo. Di sinistra (il perditempo è sempre di sinistra). E gli altri gnomi presenti nei nostri atenei se non erano baroni poco importava, erano quasi sempre degli imbrattacarte: comunque degli esseri socialmente inutili, tanto più che l’uomo forte del regime berlusconiano il dottor Tremonti, aveva sentenziato che “la cultura non si mangia”…

E come appunto i fascisti guadagnarono consenso polemizzando con pescecani di guerra, diventando i loro scherani, così, oggi, grazie alla “riforma”, nell’Università, in nome della conclamata guerra ai baroni, assistiamo all’accrescimento intollerabile del loro potere, a scapito delle altre comp
onenti. Immaginiamo l’Università come una società: una società quasi immobile nella sua ferrea gerarchia. Abbiamo una classe dominante, gli ordinari, sia pure stratificati ulteriormente, a seconda delle discipline, delle sedi, e delle capacità di rapporti con forze politiche, fondazioni bancarie, imprese, diocesi; poi ci sono gli associati, ai quali si fa annusare il potere, ma solo annusare, salvo poi immediatamente togliere loro il piatto fumante d’innanzi, e dire: “dovete aspettare!”. Poi ancora i ricercatori, che fanno lo stesso mestiere, svolgono le identiche attività dei professori, ma vengono chiamati con l’appellativo che vuol sottolineare la differenza di casta, “Dottori”, invece che “Professori”. E né gli uni né gli altri possono (salvo mancanza di prime fasce) entrare in commissioni concorsuali, né partecipare alla famosa (o famigerata) governance degli atenei. Sotto e sopra le tre classi ci sono, da un lato, oi aristoi, i rettori, che sono stati gli interlocutori dei ministri: e, sappiamo tutti, che questa maledetta “riforma” è passata grazie all’appoggio della CRUI, altrimenti non sarebbe passata. L’appoggio dei rettori non solo compensava le lotte degli “altri” (studenti, e le altre componenti del mondo universitario), sopravanzandolo di gran lunga.

Dall’altra parte, a occupare lo strato più basso, il vasto esercito dei precari della ricerca: disorganizzati, perlopiù, e dunque destinati a essere sconfitti: essi sono stati negli ultimi vent’anni, il vero motore della vita universitaria, ma sono i paria, sono la casta degli intoccabili, sono i miserabili cui gli strutturati gettano qualche osso: un corso pagato dai 50 ai 300 euro l’anno, una supplenza, una pubblicazione nella rivista del capo o di un collega, una presentazione presso un istituto scientifico o presso un editore. Una intera generazione, la più preparata del dopoguerra (ha studiato in una università seria, la nostra prima delle riforme o almeno prima del duo letale Moratti e Gelmini), ha viaggiato, conosce le lingue, sa fare ricerca sul cartaceo e on line, è aperta, disinibita, perlopiù aideologica ma spesso anche politicamente curiosa, e combattiva… Ebbene, questa generazione viene mandata al macero. Una volta ci pensavano le guerre a falciare le generazioni (l’espressione, mi si perdoni, è ancora di Gramsci), ora ci pensa la modernità del capitale.

E noi? Noi professori, dico… Noi ci siamo battuti per questa generazione? Perché non scendiamo in sciopero ad oltranza, chiedendo una immissione in massa di questi giovani o ormai quasi tutti diversamente giovani? Immissione in massa, naturalmente, rispettando dei criteri e dei parametri. Ma non si può continuare ad aspettare. Al proposito mi permetto di ricordare che a fine 2010 ho pubblicato una lettera aperta al ministro Profumo chiedendo dei Provvedimenti Urgenti per i giovani. Ovviamente nessuna risposta.

E gli studenti? Chi sono, chi li considera? Come mai non abbiamo insistito sulla necessità che ogni cambiamento universitario dovesse essere discusso innanzi tutto con loro? O quanto meno anche con loro? Forse anche in questo caso qualche autocritica noi docenti dovremmo farla. Il movimento del 2008 – L’Onda – ha deluso da questo punto di vista. I docenti si sono squagliati presto. E abbiamo lasciato soli i nostri studenti. Come avrebbero potuto vincere?

Intanto, in questa università in cui provo davvero disagio, mentre si trasformano gli organi di autogoverno degli atenei in cavalli di Troia di potentati economici esterni, e si veleggia spediti verso una stratificazione delle sedi, distinguendo le “eccellenze”, cui dare i quattrini, che dovrebbero sfornare le future élites, mentre il resto dell’università viene avviato o alla chiusura o a una mesta seconda e terza serie, con tornei tra professori di secondo e terzo livello, cui verrà demandato il compito di dare lauree (possibilmente senza valore legale!) di pari grado, ossia di nessun valore.
In questa università in cui provo una sensazione di spaesamento e di crescente estraneità, davanti a una burocratizzazione demenziale (che è l’opposto della sbandierata modernizzazione) e una informatizzazione coercitiva e ossessiva (caricatura della modernizzazione), in questa università dove i mali antichi sono rimasti intatti, e se ne sono aggiunti nuovi che non possono essere corretti, a mio avviso: si possono sconfiggere solo fermandosi, e tornando indietro, non restaurando, ma ricuperando quanto di buono v’era nel passato, e cogliendo l’occasione per cambiare quel che è da cambiare. Ma salvando la dignità dello studio, dell’universitas studiorum, la sua gratuità, la serietà del percorso formativo, e quant’altro accenniamo nel nostro Manifesto. Da allora, ci sono giunti decine di documenti, integrativi, di approfondimento, talora critici, ma tutti estremamente interessati, mentre in molte sedi accademiche si sono realizzate assemblee auto-organizzate, che hanno affrontato i temi del documento, e si è arrivati alla decisione degli “Stati generali dell’Università italiana”.

Quel Manifesto lo abbiamo scritto, abbiamo preso l’iniziativa, perché siamo stufi di esercitare il diritto al mugugno, e abbiamo deciso di “scendere in campo” e di lanciare un’Opa sull’Università: chi ci sta, è venuto qui. Noi siamo stanchi anche di recitar la parte di quelli “che sono sempre contro”. E prima che ci dicano “sapete solo dire no”, oggi vogliamo tentare di disegnare, insieme con tutti voi, un percorso futuro.

Non chiediamo atti di fede o giuramenti sul nostro Manifesto. Molti non lo accettano per intero, alcuni ci hanno appunto scritto di condividerlo ma non del tutto e perciò non hanno fermato; ma tante sono le proposte aggiuntive, le critiche costruttive che abbiamo ricevuto, e siamo qui per discuterle e provare ad arrivare a un pur provvisorio punto di sintesi, da cui ripartire possibilmente tutti insieme. Per salvare e rilanciare la nostra università. E dire, entrando nelle sedi dei nostri atenei, sì, questa è l’Università che vogliamo.

Insomma, è tempo di opporre alla “rivoluzione conservatrice” degli “innovatori” e “modernizzatori”, come che si qualifichino e si presentino, una vera, giusta, efficace “conservazione rivoluzionaria”.

Postilla

Scrivevo nel 2010:

Io ritengo che la cooptazione non sia un cattivo metodo nel sistema universitario, o meglio non sarebbe: le scuole si formano attraverso la cooptazione, e sono proprio le scuole a caratterizzare una università virtuosa, in libera competizione tra esse. Come si fa a parlare di “Scuola di Bologna” o “Scuola di Torino”, se non si parte dall’accettazione della cooptazione? I maestri formano gli allievi e li selezionano. Purché… Purché – qui rischia di cascare l’asino – si salvi il merito, e non la fedeltà; ma anche sulla fedeltà occorre intenderci. Se fedeltà vuol dire obbedienza passiva, favori fatti per ottenere favori, manovalanza bruta, servizi fuori ordinanza (per così dire: un tempo vi erano gli assistenti che facevano gli autisti per i baroni, tanto per dire, e alla lunga hanno ottenuto cattedre…), no; ma se fedeltà vuol dire coadiuvare nella didattica, lavorare in un interscambio reciproco nella ricerca, apprendere per restituire, ossia gli allievi che si fanno maestri coi maestri; se fedeltà significa lavoro tra s
odali, nella costruzione di una comunità di intenti, nella fusione di orizzonti, che comprenda docenti, ricercatori, studiosi in formazione e studenti, perché ritenere sia una cosa disdicevole?

Quello che è disdicevole è preferire uno dei “nostri”, in un concorso a base nazionale, su concorrenti decisamente più bravi e degni. Ma anche qui, a voler fare l’avvocato del diavolo, potremmo trovare un argomento contrario. In fondo, a ben pensarci, se un maestro vuole mandare in cattedra gli asini, e perpetuarsi attraverso loro squalifica se stesso e deprezza la propria scuola, la quale mostrerebbe tutta la sua debolezza nel confronto con le altre. Certo, poi, i cooptati asini si riprodurrebbero a loro volta, intasando l’accademia di asini peggiori, in un decrescendo micidiale.

Tutto considerato, occorrono, a mio avviso, per sanare la piaga concorsuale italiana: a) concorsi nazionali con lista di idoneità (altro che concorso con un solo idoneo!), espletati periodicamente, con commissione sorteggiata (o votata; l’importante è la rotazione, non il meccanismo); b) le Facoltà pescano da quella lista, in base alle loro esigenze; c) chi non viene chiamato entro un dato periodo (un triennio?), perde l’idoneità; d) si stabiliscano per legge criteri unici di selezione: ossia numero minimo ed eventualmente massimo di pubblicazioni (sul numero massimo spesso si giocano alcune delle prefigurazioni di vittoria per i candidati deboli: se c’è un massimo basso si tende ad annullare la differenza tra produttività alta e produttività bassa dei candidati); esperienza didattica; presenza nel dibattito scientifico e rilevanza culturale (tipo di case editrici e riviste, secondo criteri differenziati per gli ambiti delle scienze matematiche fisiche e naturali e quelle sociali; f) si crei un Ufficio Controllo Concorsi, presso il Ministero della Ricerca, che, senza aspettare ricorsi, operi controlli a campione, ma in modo sistematico sulla regolarità delle procedure, e sulla sostanza del lavoro di selezione. Un Ufficio che raccolga segnalazioni, che operi un monitoraggio costante, e che non dia ragione all’ultimo che parla, magari al più potente; un Ufficio in grado di non guardare, anzi, in faccia a nessuno, e di far trionfare la giustizia, quando essa sia stata vilipesa e negletta in qualche procedura concorsuale.

Lasciando la materia concorsuale, un punto dirimente oggi è a mio avviso la cancellazione o la riduzione ai termini minimi della famosa (famigerata, forse meglio) “autonomia”, fonte di molti mali che si sono aggiunti a quelli antichi, senza risolvere nulla o quasi nulla di una situazione incancrenita. L’autonomia finanziaria ha impedito di fatto ogni scambio fra sedi universitarie: oggi si corre il rischio di rendere generale e inevitabile la carriera vissuta tutta dentro uno stesso ateneo. Andarsene, coraggiosamente, altrove? Certo: devi “portarti” lo stipendio! E come si fa, se le Facoltà se lo appropriano illico et immediate se tu cerchi di andare altrove? Dunque, si va a una certa università come studente, ci si forma come studioso in erba, si cresce, si vincono i concorsi locali, si viene chiamati, si progredisce nella carriera, si diventa ordinari, o comunque docenti, in quello stesso ateneo. Addio, esperienze diffuse in giro per la Penisola: paradossalmente è più facile farne all’estero, ora, che non in Italia. Addio, scambi culturali, incroci scientifici, sodalizi umani, addio il vero valore aggiunto, dato dalla mobilità; fare esperienze didattiche e di ricerca, di lavoro intellettuale “fuori sede”, e in questo modo ibridare, seminare, e far fruttificare al di là della cinta dei propri “territori”: ripristinare la mobilità, la possibilità di andare a insegnare là dove ti piacerebbe e dove ti accettano, questo è un punto fondamentale per far reagire il corpo del cane morente e rianimarlo.

Non mi soffermo sulla sciagurata politica di tagli finanziari che nasce da un preciso intendimento politico: l’Università pubblica, con i suoi limiti gravissimi, è rimasta uno spazio di sapere critico, e perciò lo si vuole ridurre, si mira a punire quella indipendenza. Questo è il tema politico generale, che non posso affrontare qui. Invece sfioro solo un’ultima questione: la moralità del docente universitario.
[…]
Sovente, diciamolo, molto sovente, nel mondo accademico coloro che sono più attenti e intenti alle lotte di potere, sono – per forza di cose! – meno produttivi sul piano scientifico; e alla lunga perdono i contatti stessi con la ricerca, la lettura, la riflessione critica. Essere un barone viene a significare, per costoro, vincere: piazzare un proprio uomo alla testa di un organo di governo accademico, quando non se stessi (i più astuti sono coloro che governano per interposta persona), far vincere comunque e sempre i propri candidati in una “valutazione comparativa” o far vincere i candidati della propria Facoltà per acquisire potere e prestigio in essa: tali i compiti che si propongono i baroni. E quando un professore diventa barone non può essere un maestro. E i suoi allievi sono tutt’al più dei clientes in trepida attesa di una concessione: un piatto di minestra, un tozzo di pane, sotto forma di un incarico (magari non retribuito) e della speranza, fatta baluginare tra il lusco e il brusco, di un posto da ricercatore, che, “se ti comporti bene, prima o poi – prima o poi – chiederò per te, e riuscirò a ottenere. E, chissà, se ti comporti molto bene, ti farò vincere”. Così la meravigliosa dinamica allievo/maestro degenera nella inquietante dialettica padrone/servo. Con tutti gli scenari del caso.

L’anno dopo, il 2011, invitato da “MicroMega”, a presentare il mio programma da ministro dell’Università scrivevo:

E vengo all’Università non senza aver precisato che intendo modificare la denominazione del Ministero, reintroducendo l’aggettivo “Pubblica” poiché in politica i simboli contano e contano i messaggi indiretti, con la reintroduzione di tale aggettivo intendo far comprendere che vogliamo occuparci di formazione pubblica. E se il privato, come sponsor, entrerà nei gangli del sistema scolastico, universitario e della ricerca, dovrà farlo alle condizioni che il Pubblico stabilisce. In breve, il mio programma consiste nella totale cancellazione delle “riforme” devastanti, su ogni piano, che si sono succedute nel corso degli ultimi tre lustri, circa, a partire dalla madre di tutte le sciagure universitarie, e scolastiche: la cosiddetta riforma Berlinguer […]. La cancellazione del sistema “Tre più due” (che, come ha impietosamente mostrato un caustico pamphlet, è “uguale a zero”) costituirà il punto essenziale del mio programma, che, dunque, si configura come un vero e proprio ritorno, ma non all’indietro, bensì al futuro, in quanto se non si correggono gli errori – gravissimi – del passato, non è possibile costruire un futuro e si andrà verso l’estinzione del sistema educativo e dell’intero comparto ricerca nel nostro Paese. […]
[…]
La logica che guiderà il mio Ministero sarà del tutto estranea a quella mercantilistica e aziendalistica, e fondata su una falsa efficienza, sull’esiziale combinato disposto tra lassismo e didattocrazia (come l’ha chiamata Giorgio Bertone), tra la mitizzata “autonomia” (fasulla e insieme pericolosa) e il persistente burocratismo centralistico. La mia Università rifiuta altresì l’idea di un sistema, op
portunamente aziendalizzato, che gerarchizza gli atenei, in modo che ogni classe, ogni individuo, ogni ambiente sociale abbia la “sua” Università (la logica per esempio espressa nel celebrato libello di Roberto Perotti, L’università truccata, 2008).

Dietro le bordate dei Perotti – longa manus di altri suggeritori di linee di politica economica, come Francesco Giavazzi – contro i “baroni”, risiede un grumo di idee che non sono lontane da quelle che hanno ispirato le signore Moratti e Gelmini, mie predecessore. Ora la nuova Università del ritorno al futuro, non può rinunciare alla critica – e ai conseguenti provvedimenti utili a scardinare un sistema dove la corruzione e l’inefficienza reali hanno dato il destro alle polemiche dei signori Brunetta et alii: in sintesi, il sistema delle baronie, che si traduce in rapporti feudali, in logiche che premiano il familismo (assolutamente amorale, anche se talora vi può essere merito autentico anche nei congiunti di un barone…), in cattedre intese come sinecure, per cui una volta “arrivato in cattedra”, lo studioso smette di studiare e fare ricerca autentica. L’idea centrale dei Perotti/Giavazzi è una Università privatizzata, e affidata del tutto alle virtuose dinamiche del Libero Mercato. Una Università che si “mette sul mercato”, appunto, e concorre con le sue simili, contendendosi discenti e docenti a suon di dobloni: dunque aumento cospicuo delle rette, anzi loro moltiplicazione per un fattore N (modello angloamericano),

L’esame di Maturità deve riguadagnare il suo significato, di porta d’accesso all’età adulta, e di verifica di un impianto culturale complessivo, nel senso gramsciano (e dire che colui che l’ha disinvoltamente distrutto, il sullodato Berlinguer Luigi, è un idealmente un discendente di Gramsci, persino dal punto di vista geografico!): ossia “organizzazione, disciplina del proprio io interiore, presa di possesso della propria personalità, conquista di coscienza superiore, per la quale si comprende il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri” (così scriveva Gramsci nel gennaio 1916). Non certo un ritorno all’ “incubo Maturità”, ma un netto voltare pagina rispetto alla scandalosa faciloneria attuale, che dopo un percorso di studi tutto in discesa, avendo eliminato l’esame di Riparazione, introducendo la farsa dei “debiti formativi”, porta alla Maturità praticamente garantita. Da quella porta larga oggi escono studenti che per la gran parte “prova” l’iscrizione a una facoltà universitaria, spesso in modo casuale, senza una base sufficiente per affrontare alcun corso di studio, ponendosi così le basi per quel catastrofico tasso di abbandono per ovviare al quale (tale la giustificazione fornita a suo tempo) si giunse al famigerato 3+2: che diffusamente viene chiamato “Laurea breve”. Denominazione significativa, che sanciva il carattere classista (e poi si dice di Gentile!) di una Università che avrebbe dovuto liquidare con una pseudolaurea i figli dei ceti subalterni, ove fossero riusciti a varcare le colonne d’Ercole delle Accademie. Il tasso di abbandono è rimasto lo stesso che in passato, mentre il livello di preparazione degli studenti, anche di quelli giunti alla “laurea magistrale”, si è abbassato in modo sconfortante. Un perfetto sincronismo con la decadenza degli Istituti Superiori, nei quali, la mazza della coppia Gelmini-Tremonti (il gatto e la volpe), si è abbattuta violentemente, falcidiando, eliminando, cancellando. E persino l’istruzione artistica, tanto nei comparti delle arti visive, quanto della musica, ne è stata flagellata: in Italia, il Paese dell’arte e della musica! Tutto in nome dell’”innovazione”, e del “risparmio”. L’assimilazione della scuola – dalle Elementari alle Università – all’azienda ha prodotto guasti epocali.

Allora, sarà opportuno ribadire e precisare un punto fermissimo: la scuola, di ogni ordine e grado, deve formare, non deve produrre profitto. Si tratta di un servizio pubblico, e le dinamiche costi/ricavi non possono essere prese in considerazione: sono inammissibili. Se mai dobbiamo parlare di rapporti costi/benefici: ma il beneficio è tanto più alto quanto più serio e ben strutturato risulti il lavoro messo in campo dall’istituzione. Così come la Ricerca non deve esser funzionale al Mercato, ma piuttosto deve andare incontro ai bisogni della collettività: si fa ricerca scientifica per produrre conoscenza, che non sempre è direttamente e immediatamente “utile” a qualcuno, o fruibile dal mercato; la conoscenza, d’altronde, è utile in sé. E poiché la storia è e non può non essere la base di ogni conoscenza, nei programmi scolastici di ogni ordine e grado, vi sarà posto per la Storia: un posto adeguato alla sua importanza civile, al suo ruolo sociale, che tenga conto che essa costituisce un diritto per tutti gli esseri umani.

[…] Dopo quel livello, dunque opportunamente riqualificato, gettando a mare ogni forma di “nuovismo” e di cialtroneria pseudo libertaria (ancora ci sovviene Antonio Gramsci, che irrideva alla “libertà di rimanere asini”), deve partire la formazione universitaria: formazione non obbligatoria, ma volontaria, che va incentivata, sicuramente, e facilitata potenziando soprattutto le strutture, rafforzando o creando ex novo istituzioni di sostegno allo studio, favorendo l’edilizia universitaria, e intervenendo sul mercato degli affitti nelle città e nelle zone universitarie del Paese, attraverso tutti gli strumenti consentiti dalla legge (perseguendo severamente i locatari di alloggi “per studenti”, ove si tratti di affitti senza contratto, e contribuendo alla copertura di spese per affitto e mantenimento degli studenti “fuori sede”). Ciò accade in altri Paesi, anche vicini al nostro, e non si comprende perché da noi non debba accadere. Il “garzonato universitario “ (uso l’espressione gramsciana, celebre) lontano dalla famiglia può essere un momento importante della formazione di un ventenne; e anche sotto questo riguardo conviene non soltanto smettere con la politica della disseminazione di sedi universitarie, succursali di quelle principali o sedi autonome, in ogni angolo d’Italia. Ogni provincia non è detto debba avere un “suo” ateneo, come non è detto debba avere un “suo” aeroporto. Ridurre il numero degli atenei, sarà dunque un passo essenziale, verso il quale il sistema universitario dovrà procedere, progressivamente ma con una certa celerità.
Ma quel che va salvaguardato, a monte, è il principio che la formazione universitaria, una volta assicurati a tutti i meritevoli, di condizioni economiche disagiate, la possibilità di perseguirla fino ai gradi più alti, ritorni ad essere di alto profilo. Il primo passo, ribadisco, è l’abolizione del famigerato 3 + 2, che ha mostrato clamorosamente il suo fallimento; non ha affatto risolto il problema che intendeva risolvere (la percentuale altissima di abbandoni, rimasta sostanzialmente identica), ma è invece diventato il grimaldello attraverso cui si è realizzato un penoso impoverimento dello studio, abbassando il livello delle “richieste”, e conseguentemente, quello del risultato. Inevitabile, anche grazie alla follia dei “concorsi interni”, un parallelo ridursi di livello della docenza.

Nella deregulation, favorita dalla sbandieratissima “autonomia&
rdquo;, vi è stato spazio per l’invenzione di Corsi di laurea, e di materie di insegnamento, che hanno suscitato irrisione e insieme preoccupazione. E, d’altro canto, hanno favorito all’esterno la campagna di discredito che un ceto politico rozzo, e centrali giornalistiche spregiudicate, hanno portato avanti, sfruttando, abilmente, le debolezze, e le oggettive corresponsabilità del ceto accademico.
I Corsi di studio o di laurea, quindi, saranno drasticamente ridotti, risalendo quella china esiziale che si è percorsa a precipizio negli anni scorsi, parcellizzando il campo del sapere, seguendo la dannosa utopia della specializzazione precoce, sulla base, sempre, d Mercato: ossia formare i discenti non sulla base di un progetto culturale, ma cercando di intercettare di volta in volta le “esigenze” del Mercato. Se questo è stato il presupposto della “Nuova Università” italiana, rovesciandolo, potremo procedere a un recupero non della “vecchia” ma di una Università che abbia in sé la propria dignità e la propria ragion d’essere. Il percorso universitario dovrà riacquistare la sua forma a imbuto, cominciando, sia pure nelle scelte di area, dal generale per concludersi nello specifico. In tal senso, i corsi di studio dovranno essere unificati sulla base di un primo biennio comune, e con una successiva, progressiva, ma “dolce” specializzazione, nel seguente biennio. La durata dei corsi sarà riportata al quadriennio, con le eccezioni per alcune Facoltà particolarmente “pesanti”, come Giurisprudenza, Scienze, Medicina, Ingegneria. La laurea sarà unica. E sarà riqualificata in termini di programmi di studio, e di serietà degli accertamenti e delle verifiche. La “tesi di laurea“, a cui gli studenti dovranno arrivare opportunamente preparati, deve essere un elaborato col quale il discente conclude il suo percorso, mettendosi alla prova, guidato da un docente; momento conclusivo, spartiacque tra discepolato e autonomia.

Le Facoltà di Medicina, peraltro, saranno distinte, come quelle di Ingegneria, in apposite strutture autonome: ora esse fanno la parte del leone, nella ripartizione dei posti e dei fondi, e indubbiamente hanno delle specificità legate alla parte clinica, che merita un trattamento diverso. Dunque, come esistono dei Politecnici, distinti dalle altre strutture accademiche, analogamente si creeranno strutture unitarie che raggruppino le Facoltà e gli insegnamenti medici.
Parlo di Facoltà: si tratta di rinunciare all’idea di fare dei Dipartimenti strutture per la didattica, restituendo pienamente quel ruolo alle Facoltà, che non possono essere accorpate per decisioni dall’alto, e lo stesso dicasi per i Dipartimenti che devono essere strutture per la ricerca, non appesantite dai compiti didattici, che rimarranno dunque in capo alle Facoltà. Occorre smettere di scimmiottare situazioni di altre realtà nazionali, convinti che la scuola, come l’Università italiana, siano povera cosa. Lo stanno diventando, ora, grazie alla “cura” Berlinguer-Moratti-Gelmini; ma, pur nella clamorosa disparità di mezzi tecnici e risorse finanziarie in confronto ai grandi Paesi europei (lasciamo stare gli Stati Uniti, con i quali il paragone non ha senso; ma, guardando nello specifico, non si può affatto dare per acquisito, di default, una superiorità di quel sistema rispetto al nostro, prima della “cura”), atenei e istituti scolastici, elementari medi e superiori, erano in grado di assicurare un più che discreto livello medio agli studenti.

Qui si affaccia il problema dei problemi, per quanto concerne l’Università: il reclutamento. Mi sono convinto, nella mia carriera di docente, e intendo tradurlo operativamente come ministro, che la cooptazione, fatti salvi certi princìpi generali, sia un buon sistema, anzi sia il sistema più ovvio e sensato nell’Università. La storia accademica infatti ci insegna che solo attraverso la cooptazione si creano le “scuole”, e che solo gruppi di allievi che fanno comunità con i loro maestri, diventando a loro volta maestri, sono in grado di gareggiare virtuosamente tra loro. Se docenti mediocri mandano reclutano allievi mediocrissimi, ne pagheranno il fio; anche in termini di perdita di capacità di attrarre discenti e dunque risorse. Quando parliamo di Scuola di Torino o di Roma, di Bologna o di Palermo, ci riferiamo a una successione di maestri e allievi, i primi come formatori e reclutatori, i secondi come formati e reclutati, e così via, secondo una continuità di metodo, di tecniche e di temi di ricerca. Naturalmente occorrono dei criteri generali, che ciascun “Gruppo disciplinare” indicherà in modo rigoroso, sulla base di indicazioni di massima del Ministero, che garantiscano una omogeneità di fondo, che non mortifichi tuttavia le specificità. Il peso delle esperienze formative diverse, i soggiorni in altre sedi e all’estero, l’attività di ricerca e quella didattica, le pubblicazioni (con una tipologia definita), e quant’altro.

Cooptazione non si identifica con premiazione dei “candidati interni” ad ogni costo. Se sono capre, restino a brucare. Ma questo problema, oggi drammatico con l’attuale meccanismo, si stempera decisamente quando si farà, come conto di fare, un semplice ma radicale cambiamento delle norme sul reclutamento del personale docente, introducendo una Lista Unica Nazionale (con aggiornamento periodico), per ciascuna delle tre fasce docenti, con chiamata diretta da parte delle sedi interessate. Il che vuol dire che se la capra viene dichiarata vincitrice, dove che sia, nessuna Facoltà ha l’obbligo di “chiamarla”, e se decide comunque di farlo lo farà, appunto, a rischio della propria reputazione. Nel concorso per ricercatore, inoltre, va assolutamente reintrodotta la prova scritta, accanto all’esercizio di lettura da una lingua straniera e la discussione sull’intero percorso formativo, ivi comprese le pubblicazioni: il giudizio finale sarà il risultato della valutazione dei singoli elementi. Preciso che i ricercatori diverranno una fascia docente a tutti gli effetti, con compiti ben individuati, doveri e diritti definiti, che lascino loro un congruo spazio per la ricerca, dunque con obblighi didattici ridotti rispetto alle altre due fasce. Nel concorso per professore associato, si terrà la lezione (col vecchio sistema del sorteggio e della scelta) e la discussione dei titoli; in quello per ordinario, rimarrà il solo esame delle pubblicazioni e dei titoli. Tre liste di idoneità, dunque, create da commissioni di concorso elette dagli aventi diritto, reintroducendo il principio che per ciascuna delle due fasce inferiori, occorre la presenza di un esponente di quella fascia; periodicamente le Facoltà faranno un aggiornamento delle proprie necessità didattiche e attingeranno alle liste nazionali per le tre diverse fasce; quanto alle Commissioni di concorso, sarà cura del Ministero creare un gruppo di lavoro misto (docenti e tecnici), che nell’arco di tre mesi dovrà definire il nuovo meccanismo di formazione delle stesse, escludendo la demenziale logica del sorteggio. Potranno farne parte docenti e cultori delle diverse materie provenienti da istituzioni europee. Contro i falsi moralismi, pronti a essere usati quando a vincere sono gli altri, ma immediatamente archiviati quando tocca a noi “portare a casa il risultato”, una cooptazione dichiarata e regolata, fondata cioè su parametri minimi, ma oggettivi, che nondimeno consentano la costruzione di scuole locali capaci di misurarsi con le altre. La competizione deve avvenire a questo livello, non catturando sul mercato i docen
ti più famosi o gli sponsor più generosi: i docenti migliori vanno creati all’interno, selezionando e facendo crescere gli allievi, e aiutandoli a divenire maestri.

Si collega al reclutamento, la questione importante della mobilità. Sono propenso a stabilire come obbligatorio un periodo di soggiorno in sedi universitarie, italiane o straniere, diverse da quella in cui ci si è formati. Anzi, il Ministero si impegnerà a favorire con incentivi sostanziosi i docenti e con sostegni le Facoltà per facilitare la mobilità interna.
Rinunciando ad ogni tentazione di nomina dei rettori, vuoi dal centro (Ministero), vuoi dalla periferia (Consigli di Amministrazione) si ribadisce che queste figure sono elettive, e alla loro elezione concorreranno, con il massimo di democrazia, tutte le componenti di ateneo. E gli Statuti di Ateneo, devono essere stesi (o riveduti) con il concorso di tutti, compresi i “precari della ricerca”, a cui il primo impegno di ministro sarà procurare la possibilità di una stabilizzazione, in base alle esperienze didattiche e di ricerca – ivi comprese i loro risultati, ossia le pubblicazioni –, attraverso i nuovi sistemi di reclutamento. Si deve innanzi tutto investire nei Dottorati di ricerca, ampliandone decisamente il numero e riequilibrando il rapporto tra Facoltà umanistiche e scientifiche, cancellando l’obbrobrio del “dottorato senza borsa”, favorendo anche l’ingresso di sponsor privati, ma senza concedere loro alcun titolo di indirizzo o scelta sul piano della ricerca, che deve essere pensata in modo indipendente dal mercato. I privati potranno entrare come erogatori di borse e contributi di ricerca, che dovranno essere previsti per sostenere i giovani nel passaggio dal Dottorato all’inserimento nel ruolo dei ricercatori: oggi il sistema delle borse è asfittico, va rivitalizzato, collegando strettamente Università ed Enti di Ricerca. Vanno altresì lasciate cadere le direttive che hanno imposto artificiose, spesso scellerate fusioni di Dipartimenti, Dottorati, e Facoltà, facendo perdere in qualità, e in serietà ricerca, didattica, formazione. La logica del risparmio aritmetico non può essere l’indirizzo guida del “riordino” scolastico e universitario. Va fermata.

Elezione del rettore, e di tutte le cariche, gestionali e direttive degli atenei dovrà essere il banco di prova della democrazia interna, ma anche del loro buon funzionamento. Si intende stabilire come obbligatorio il giudizio degli studenti sulla qualità della didattica, con un sistema di premi e sanzioni per i docenti migliori e peggiori, che incida anche sugli avanzamenti di carriera. Ma si dovrà altresì aumentare il peso della rappresentanza studentesca nei CdF, nel CdA, nel Senato Accademico, che deve rimanere il solo organo di comando degli atenei: nel suo seno il rettore sarà un primus inter pares. La regola dei due mandati, consecutivi o meno, deve essere non derogabile, per i rettori, come per tutte le altre cariche (presidi, direttori di Dipartimento e di Istituti, ecc.). Si dovranno, infine, stabilire forme di valutazione interna, e di controllo, del lavoro dei docenti e del personale amministrativo e tecnico: non si può tollerare impunemente che un docente salti le lezioni, o gli esami, o si autoriduca il monte ore, o si faccia sostituire da persone non provviste dei requisiti sostanziali e formali. Poiché le Università funzionano grazie al personale tecnico e amministrativo, occorre riconoscerne il ruolo e accrescere presenza nelle strutture di comando degli atenei.

(2 aprile 2012)



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