L’uomo delle “provvidenze”. Vaticano e Ruini incoronano Tremonti

Valerio Gigante

, da Adista 53/2011

Se per la Chiesa il dopo Berlusconi è già iniziato, una parte della gerarchia sembra puntare decisamente su Giulio Tremonti come leader del nuovo centrodestra. Certo, quella parte dell’episcopato italiano che fa riferimento al presidente della Cei Angelo Bagnasco nelle ultime settimane pare guardare con favore all’ipotesi neocentrista (v. Adista n. 51/11). Ma il card. Camillo Ruini, e buona parte dei vertici vaticani, sembrano aver già concesso la loro investitura al ministro dell’Economia.

Il 17 giugno, a Roma, presso l’Auditorium dell’Università Cattolica, si festeggiava la festa patronale del Sacro Cuore, ateneo i cui organismi dirigenti sono da anni saldamente in mano ad uomini del card. Ruini. E infatti in platea, assieme all’ex presidente della Cei, c’erano mons. Rino Fisichella e il rettore Lorenzo Ornaghi (uomo di Ruini, da poco rieletto alla guida dell’ateneo per un altro quinquennio dopo il tentativo – fallito – del Segretario di Stato vaticano, il card. Tarcisio Bertone, di riprendere il controllo dell’Università e della sua “cassaforte”, l’Istituto Toniolo).

Cuore delle celebrazioni, la premiazione del ministro Tremonti, cui l’Università Cattolica ha dato un riconoscimento «per la sua crescente attenzione ai valori cristiani». Insieme al ministro è stato premiato anche il segretario particolare del papa, mons. Georg Ganswein. E Tremonti, significativamente, era seduto tra Ruini e padre Georg, con il quale è stato visto parlare lungamente al termine della messa che ha preceduto la cerimonia. A dimostrazione che in Vaticano non c’è solo Ruini a sostenere Tremonti.

Del resto, anche il Segretario di Stato ha in passato espresso apprezzamenti nei confronti del titolare del Tesoro, valutando positivamente la posizione assunta da Tremonti sull’ennesimo scandalo Ior, quello scoppiato a settembre 2010, quando il gip del tribunale di Roma, Maria Teresa Covatta ordinò un maxi sequestro di 23 milioni di euro (poi dissequestrati il 1.mo giugno scorso) depositati dall’istituto vaticano su un conto presso il Credito Artigiano, per violazione della normativa antiriciclaggio, avendo lo Ior omesso di comunicare gli estremi del destinatario del movimento finanziario. Non a caso, l’asse tra Vaticano e Tremonti si è rinsaldato negli ultimi anni anche grazie ai rapporti più che amichevoli con il presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, dal 2008 tra i consulenti del ministero.

Nel ricostruire la carriera di Tremonti non va assolutamente trascurato l’enorme credito di cui gode presso le gerarchie ecclesiastiche. Fautore delle banche legate al territorio, Tremonti si trova sulla stessa lunghezza d’onda espressa nella visione territorial-sociale della Caritas in veritate (ad esempio al § 40) di Benedetto XVI. Una linea sulla quale si fonda anche la saldatura con la Lega, che al nord ha ormai intessuto un’ottima trama di rapporti con la Chiesa, soprattutto per il tramite di Cl e della Compagnia delle Opere. Ma la stima e l’amicizia più volte manifestata da parte della gerarchia cattolica nei confronti di Tremonti viene da lontano. Ed è cresciuta in maniera proporzionale alle “benemerenze” acquisite da Tremonti presso la Chiesa cattolica, che iniziano molto lontane nel tempo.

Nel 1985 viene votata dal Parlamento la legge 222: è quella che istituisce il meccanismo dell’8 per mille. Messo a punto da Tremonti (al tempo consigliere economico di Craxi) e da Paolo Cirino Pomicino (andreottiano, allora presidente della Commissione Bilancio della Camera), in pratica, assegna alla Chiesa cattolica – destinataria di circa il 40% delle firme – la possibilità di intascare anche una consistente parte delle quote di 8 per mille di quei contribuenti che non indicano nessuna preferenza, grazie al fatto che queste ultime vengono riassegnate in misura proporzionalmente identica a quando avviene per le preferenze espresse. Un “anticipo” di quella “finanza creativa” che sarebbe stato il cavallo di battaglia di Tremonti nei decenni successivi.

Negli anni trascorsi sulla poltrona di via XX Settembre Tremonti non ha smentito questa sua “vicinanza” alla Chiesa cattolica. A volo d’uccello, basterà ricordare qualche episodio. Ad esempio il fatto che la Santa Sede non ha mai pagato una lira per il consumo annuo di circa 5 milioni di metri cubi di acqua e che le acque di scarico del Vaticano, che fino agli anni ‘70 confluivano nel Tevere senza alcun trattamento preliminare, solo da qualche decennio confluiscono in vasche di depurazione appositamente costruite dal Comune di Roma.

Lo Stato della Città del Vaticano si avvale di questi servizi, ma non ha mai pagato le bollette al comune di Roma. Nel 1999, gli arretrati avevano raggiunto la somma di 44 miliardi di lire. Quell’anno, l’azienda municipalizzata di Roma, l’Acea, fu quotata in Borsa. Gli azionisti reclamarono perciò il pagamento delle «bollette arretrate». Senza successo. A saldare, allora, fu il ministero dell’Economia, ottenendo in cambio la garanzia che il Vaticano avrebbe almeno cominciato a pagare il servizio di smaltimento delle acque di scarico, il cui costo era di circa 2 milioni di euro l’anno (v. Adista n. 83/03).

Ma il Vaticano non pagò nemmeno quella parte del suo debito. Così, un emendamento alla legge finanziaria 2004, provvide allo stanziamento di «25 milioni di euro per l’anno 2004 e di 4 milioni di euro a decorrere dall’anno 2005» per dotare il Vaticano di un sistema di acque proprio. Si potrebbe poi ricordare il Decreto Legge fiscale collegato alla Finanziaria 2006, grazie al quale tutte le confessioni religiose che hanno stipulato intese con lo Stato nonché tutte le organizzazioni no-profit vengono esentate dal pagamento dell’Ici anche per gli immobili in cui si esercitano attività commerciali (v. Adista nn. 71, 77 e 85/05).

Se si guarda alla scuola, poi, l’atteggiamento di “sollecitudine” da parte di Tremonti nei confronti dei vertici ecclesiastici è addirittura clamoroso. Nonostante la riforma che porta la firma della Gelmini (ma che è stata dettata da Tremonti e Brunetta, attraverso la famosa legge 133/08) abbia tagliato in tre anni circa 8 miliardi di euro all’istruzione, i finanziamenti alle scuole private non solo non sono stati tagliati, ma per il 2011 sono addirittura raddoppiati arrivando a 245 milioni di euro. La disposizione è contenuta nella tabella del governo allegata al maxiemendamento sulla legge di stabilità (ex legge finanziaria) del 2011.

Senza considerare la questione degli insegnanti di religione. Immessi in gran parte in ruolo nel 2003, i docenti di Irc (supplenti compresi) a maggio 2010 hanno ottenuto il “recupero” degli scatti di anzianità sulla quota di retribuzione esclusa negli anni precedenti dal computo. Si tratta del 2,5% sullo stipendio per ogni biennio, a partire dal 2003. I docenti di religione hanno infatti degli scatti biennali, al contrario dei docenti di altre discipline, il cui primo scatto avviene dopo 3 anni di ruolo. E il secondo dopo 9.

DALLA PARTE “GIUSTA”, AL MOMENTO GIUSTO. LA CARRIERA DI TREMONTI

, da Adista 53/2011

Un po’ tecnocrate, un po’ politico, senza una reale base elettorale, ma con un potere che negli anni è cresciuto al punto tale da farne il vero uomo forte del governo. Tutti i ministri devono chiedere a lui il permesso per qualsiasi provvedimento che implichi stanziamento di fondi; addiri
ttura – lo denunciava il ministro Galan alcuni mesi fa – accade che decreti usciti dal Consiglio dei Ministri vengano pubblicati in Gazzetta Ufficiale modificati nella sostanza, oltre che nelle cifre, all’insaputa degli stessi capi dei dicasteri; lo stesso Berlusconi sembra non avere reale autonomia di manovra se lui, Giulio Tremonti, non dà il suo benestare ad ogni atto di governo.

Ministro dell’Economia e delle Finanze, Tremonti da anni assomma sulla sua persona prerogative e funzioni derivanti dall’accorpamento di potenti Ministeri: quelli del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione Economica e delle Finanze. Se è evidente l’enorme potere raggiunto da Tremonti negli ultimi 25 anni, meno evidenti sono le basi su cui questo potere poggia. Tremonti non è un leader di partito, né tantomeno un “colonnello”, perché in Forza Italia e nel Popolo della Libertà non ha mai guidato una sua corrente, né ha mai goduto di grande popolarità. Tanto da guardare più alla Lega che al partito berlusconiano.

«Un leghista con la tessera di Forza Italia», amavano definirlo a via Bellerio (ma anche il Carroccio, dopo le ultime vicissitudini elettorali, è più diffidente nei confronti del “caro amico” Giulio). Per la verità, Tremonti non ha nemmeno il carisma del leader di piazza. Punta piuttosto sulle influenti relazioni. Quelle politiche, certo. Ma anche quelle con il mondo economico-finanziario. Che gli hanno consentito di contrapporsi all’asse Letta-Geronzi nella designazione dei vertici di grandi aziende a partecipazione statale, come Eni, Enel, Finmeccanica, Terna, Poste, Rai. Aziende che fatturano una consistente quota del nostro Pil. E che quindi costituiscono il “potere reale” del Paese.

Inoltre, il ministro dell’Economia è sempre stato molto abile a scegliere il “cavallo” giusto. Originario di Sondrio, di famiglia liberale, da giovane si avvicina agli ideali socialisti, ed entra nel Psi. Vicino alla sinistra lombardiana, negli anni ’80 collabora con il manifesto scrivendo articoli con lo pseudonimo di lombard (riferimento territoriale, forse, ma anche alla corrente politica alla quale aderiva). Il suo ingresso ufficiale nella politica che conta avviene alle politiche del 1987, quando venne eletto nelle liste del Psi (in quota Gianni De Michelis).

Poi, per un breve periodo, nel dopo Tangentopoli fece parte di Alleanza Democratica, per aderire subito dopo al movimento politico fondato da Mario Segni, il Patto Segni, con il quale venne eletto deputato nel 1994. Ma appena eletto, Tremonti fu tra quei senatori centristi che cambiarono immediatamente casacca, consentendo a Silvio Berlusconi di varare il suo primo governo. Lui votò la fiducia. Altri 4 (tutti provenienti dal Ppi: Vittorio Cecchi Gori, Tommaso Zanoletti, Stefano Cusumano e Luigi Grillo) uscirono dall’aula al momento del voto.

Dopo soli 9 mesi, ci fu il “ribaltone” e Tremonti passò all’opposizione del governo Dini, per poi essere rieletto alla Camera dei deputati nel 1996 e di nuovo nel 2001 nelle liste di Forza Italia. Fu chiamato nel II governo Berlusconi alla guida del neonato Ministero dell’Economia e delle Finanze. E di nuovo ministro, dopo due brevi parentesi – quella delle sue dimissioni a causa del duro scontro con Fini, nel 2004, e quella del II governo Prodi, tra il 2006 e il 2008 -, a partire dal 2008.

(5 luglio 2011)

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