M5S, Aldo Giannuli: “Farage un errore, serve più strategia”

Giacomo Russo Spena

Per lo storico la sconfitta alle elezioni del M5S va ridimensionata ma per rilanciare il movimento è necessario andare oltre la mera protesta e considera autolesioniste le epurazioni: “Il M5S deve modificarsi radicalmente, ha bisogno di più organizzazione e democrazia interna”. Inoltre boccia l’alleanza in Europa con Farage e invita a prendere a modello di opposizione la “dialettica delle conquiste parziali” del Pci, con cui “c’è un’effettiva vicinanza” sul piano della questione morale.

intervista a Aldo Giannuli

Storico, saggista, blogger e, da ultimo, consulente del M5S. Aldo Giannuli, classe 1952, è il prototipo di uomo di sinistra che ha trovato nel movimento di Grillo la propria nuova casa. La sua non è un’adesione fideistica, secondo lui “il M5S deve modificarsi radicalmente, ha bisogno di più organizzazione e democrazia interna”. Contrario anche all’alleanza in Europa con Nigel Farage: “L’Ukip è un’organizzazione di destra neo liberista”.

In un blog ha ridimensionato la sconfitta del M5S, eppure si è passati dal #vinciamonoi all’ironico #vinciamopoi e alla perdita di 3milioni di voti. Quali gli errori commessi?

Ottenere il 21 per cento con 17 neo eletti al primo tentativo in Europa non è un cattivo risultato, lo diventa se comparato alle eccessive aspettative della vigilia che erano irragionevolmente alte. Grillo non aveva tenuto conto delle inerzie ambientali, della reazione del sistema di potere alla sfida ricevuta, ma soprattutto, della volatilità dell’elettorato grillino che, in parte, è un elettorato dell’ultimo minuto, protestatario e con scarsa cultura politica: 2 milioni di voti sono andati all’astensione, quanto al milione perso nei confronti degli altri partiti, credo si sia trattato di un assestamento, che è stato particolarmente severo perché il M5S ha fatto troppo affidamento sulla protesta dopo il successo dell’anno scorso, senza costruire una proposta forte. Non è sufficiente denunciare nefandezze altrui con la promessa che, quando verrai tu, tutto sarà più limpido e funzionante. Il Pci è rimasto per oltre trent’anni all’opposizione crescendo costantemente (dal 1948 al 1976) perché ha praticato la dialettica delle conquiste parziali, per cui ogni anno portava a casa qualche risultato per la sua base elettorale (dalla legge sulla giusta causa per i licenziamenti alla conquista della scala mobile, per fare solo due esempi). Questa difficile arte il M5S, che ha immaginato una velocissima marcia trionfale verso il potere, deve ancora impararla.

Le epurazioni volute da Grillo o Casaleggio a lungo andare non sono state controproducenti? E il M5S non è ad un bivio: o cambia passo o sarà destinato a sgretolarsi?

Ho sempre detto che le epurazioni erano una sciocchezza autolesionista. Il ristrettissimo gruppo dirigente ha preso troppo alla lettera la metafora del “siamo in guerra”, per cui pretende una disciplina da “linea del fuoco”. Lo scontro è assai aspro, questo non giustifica l’adozione di una disciplina militare che non prevede dissenso. Anche perché, se sei un soggetto che ha il 25 per cento dei voti, che si formino orientamenti interni diversi è fisiologico. Persino il Pci non riuscì ad evitarlo del tutto, figuriamoci un movimento con una struttura così impalpabile! Il M5S deve modificarsi radicalmente: ha bisogno di più organizzazione e di più democrazia interna, ma l’ipotesi di un rapido sgretolamento non è così vicina. Molti segnali mi dicono che il mutamento si sta già producendo. Il M5S è più flessibile di quanto non si creda.

Passiamo alla possibile alleanza in Europa con il nazionalista/liberista/xenofobo e inglese Farage. Che ne pensa?

Purtroppo dai Verdi non è venuta alcuna proposta seria, sono troppo attaccati al dogma europeista (intendendo per esso la difesa dell’Europa così com’è) per accettare il M5S con le sue posizioni eurocritiche. L’Ukip non è un movimento fascista ma è sicuramente un’organizzazione di destra neo liberista per cui la confluenza sarebbe determinata da puri motivi di convenienza imposti da un bizzarro regolamento. Ho l’impressione che sarà una convivenza difficile e ricca di attriti che la “libertà di voto” non basterà ad eliminare. Vedremo.

Altrimenti dove si dovrebbe collocare in Europa il M5S?

Il M5S sta ancora definendo la sua fisionomia politica, per cui si definisce “non di destra né di sinistra”, ma, nei fatti, ha un indirizzo prevalentemente di sinistra ed è l’unico movimento di qualche consistenza che si opponga a questa Europa da sinistra. Ma deve trovare interlocutori adeguati che sin qui sono mancati: sia i Verdi che il Gue non hanno ancora sviluppato una vera critica a questo assetto tecnocratico-finanziario dell’Europa.

Lei è consulente del M5S per le riforme istituzionali. Cosa ne pensa del modello francese ora ipotizzato dal premier Matteo Renzi?

Non ha funzionato in Francia, non si vede perché debba funzionare in Italia. Più in generale, questo tipo di riforma non ha dietro alcun pensiero costituzionale. E’ il prodotto di una deriva demenziale delle “riforme istituzionali a rate” che si è imposta dallo sciagurato referendum del 1993 sulla legge elettorale in poi. E’ solo un tentativo maldestro di abrogare la seconda Camera senza però cancellarla del tutto, per lasciare qualche competenza residua così da accontentare i senatori attuali bramosi di ritornare a Palazzo Madama. Il risultato, con ogni probabilità, sarà un altro: creare la “lobby delle autonomie locali” dotata di potere ostruzionistico nei confronti dell’altra Camera. Ed i riflessi si avvertiranno anche nell’elezione dei giudici costituzionali. Sarà il punto di resistenza su cui si scaricheranno le tensioni del rapporto fra Stato centrale ed autonomie locali e la funzionalità complessiva del sistema sarà peggiore di quella attuale che già non brilla.

Prima gli arresti per l’Expo, poi lo scandalo tangenti per il Mose.. E’ una nuova Tangentopoli che vede coinvolti sia Pd che Forza Italia? Inoltre, Lei è persona con una storia di sinistra alle spalle, crede davvero che il M5S sia l’erede morale di Berlinguer? Non trova il parallelismo una boutade?

Ovviamente M5S e Pci sono le cose più diverse del mondo ed ogni assimilazione è forzata, però su questo piano c’è un’effettiva vicinanza. E questo apre la strada anche ad una riflessione critica sia su Berlinguer che sul M5S. La polemica sulla corruzione politica in Italia ha origini lontanissime che affondano le radici già nei primissimi tempi dello Stato nazionale: il primo scandalo, quello della regia manifattura dei tabacchi, risale al 1869. Poi la polemica è costantemente proseguita per tutto il periodo liberale, per riaffiorare in epoca repubblicana e restare costante. Tale polemica è stata condotta da personaggi (da Garibaldi a Cavallotti, a Salvemini, a don Sturzo, appunto a Berlinguer) che, per quanto diversissimi fra loro, erano accomunati da un comune afflato moralista che, pe
r forza di cose, era perdente. La corruzione, quando diventa sistema, non è un problema morale, ma politico e l’attacco “moraleggiante” lascia il tempo che trova. Il problema non è solo colpire i corrotti, ma essere capaci di proporre una linea di sviluppo del Paese che non alimenti corruzione. Berlinguer manifestò spesso atteggiamenti moraleggianti che non solo insterilirono la sua nobile battaglia contro la corruzione nel Paese, ma non impedirono nemmeno la sostanziale consociazione del Pci al sistema, attraverso il perverso rapporto con la Lega delle Cooperative. Questo dovrebbe avvertire il M5S, che fa benissimo a rivalutare una grande figura come Berlinguer, dell’opportunità di un’assunzione critica della sua lezione. La corruzione può essere battuta con la critica morale e l’arma penale sin quando si tratta di casi di devianza. Quando assume carattere sistemico richiede una precisa strategia politica che vada molto al di là della condanna morale e della richiesta di un maggiore intervento penale.

(5 giugno 2014)



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