M5S, sinistra a sua insaputa?
Giuliano Santoro
A partire dalle affermazioni del grillino Di Battista sulla strage di Lampedusa e sulle politiche migratorie, i nostri due blogger Giuliano Santoro e Matteo Pucciarelli – autori entrambi di libri sul M5S – hanno aperto un confronto a colpi di post sull’essenza della creatura di Grillo e Casaleggio. Una discussione interessante che riguarda da vicino anche la sinistra italiana.
Lampedusa: Deconstructing Di Battista (M5S)
Conoscete l’ipereccitato Alessandro Di Battista? Si tratta di un deputato grillino di strettissima osservanza. È uno di quelli che va in televisione, che partecipa ai meeting milanesi con Casaleggio. È uno che ci crede davvero, che scrive su Twitter di non riuscire a dormire per l’esaltazione o che sgrana gli occhi e annuisce compulsivamente durante le interviste. E che si commuove quando sente parlare Beppe. Di Battista è uno di quelli che dicono che destra e sinistra sono categorie superate. “Io non sono di sinistra, ovvio, non sono neppure di destra, sono del 78′!”, dice con trasporto. Dice, Di Battista, che “i cittadini”” devono unirsi senza distinzioni sociali, che “la gente” deve “mandarli tutti a casa”. E che per poterlo fare bisogna aspettare che il Movimento 5 Stelle raccolga la maggioranza assoluta dei voti, senza fare accordi con nessuno.
Per formazione cerco sempre di non personalizzare le questioni, di trarre valenza generale senza puntare l’attenzione su un nome e cognome. Con questo spirito leggo quello che Di Battista scrive su Facebook quasi ogni giorno. I suoi post sono preziosi documenti della cultura che sostiene il grillismo, materiale da archiviare per i posteri, testi da decostruire per dire a chi non c’era: “Guarda che cosa accadde”. I testi di Di Battista sono facili da leggere, scritti in prima persona e con trasporto. Frasi brevi e concitate. Sono sfoghi emotivi e al fondo irrazionali, pieni di “idee senza parole”, zampillano battute poco concrete ma molto immaginifiche, conoscono zoom improvvisi che ti fanno perdere di vista la logica generale e ti accendono su dettagli magari reali ma davvero insignificanti.
Di Battista, questa mattina ha consegnato ai suoi seguaci sul social network un commento all’orrore della strage di uomini e donne migranti di Lampedusa. Siamo davanti a un tema delicato: come abbiamo sottolineato più volte, Beppe Grillo ha sempre mostrato posizioni di destra quando si trattava di migranti e diritti di cittadinanza. Dopo un cappello introduttivo sulla depredazione dell’Africa ad opera dell’Europa, che serve ad attirare l’attenzione di quelli che non vogliono passare per razzisti e che magari hanno fatto qualche donazione filantropica in televisione, Di Battista passa al nocciolo della questione.
”I soldi sono lo sterco del demonio scriveva Massimo Fini”.
Massimo Fini è il polemista che da tempo ha abbracciato posizioni quantomeno reazionarie. Fini si è schierato contro i diritti delle donne, ha difeso la guerra come sanità del mondo, ha ribadito più volte di essere per un sano ritorno all’ordine tradizionale. Si dirà, come si dice, “sono provocazioni”. Ma procediamo con Di Battista su Lampedusa.
“Barconi di nuovi schiavi salpano per l’Italia nella speranza di trovare un lavoro che non c’è, non c’è più. È drammatico”.
Il lavoro in Italia non c’è, dice Di Battista. Dunque che vengono a fare? Pare quasi di sentire il mantra razzista dell’uomo medio (“Statevene a casa vostra”). E infatti eccolo che arriva. Un po’ mascherato, ma arriva.
“I fratelli africani dovrebbero stare a casa loro ma a casa loro ci sono immense imprese europee e nordamericane che ungono le classi dirigenti locali per avere appalti e concessioni e continuare la depredazione dell’Africa costringendo i cittadini afrcani a cercare nuovi spazi e nuove opportunità”.
È vero che l’Occidente sfrutta l’Africa. Ma non è questo il punto. Perché per Di Battista, le migrazioni non sono parte della storia dell’umanità, e dunque la libertà di movimento non dovrebbe essere un diritto. No, le migrazioni sono frutto dei poteri economici. Sono una malattia da curare. Una cosa infame.
“È quel che succederà a noi italiani se non prendiamo in mano il Paese. Già espatriamo direzione USA, Australia, UK ma in futuro andremo a vendere Noi le rose nei bar delle zone ricche di Mumbai”.
La conclusione è evidente. Piace, come piace il grillismo, perché non è spiazzante ma rassicurante. Come la lama nel burro, affonda nel senso comune dominante da almeno venti anni a questa parte. Permettetemi di sintetizzare: “Se non torniamo padroni a casa nostra faremo la fine degli africani”, dice il grillino. Di Battista non affronta il tema delle migrazioni in termini globali, meticci, connessi. Non si sogna neppure di chiedere la cancellazione della legge Bossi-Fini o del reato d’immigrazione. Perché ragiona in quanto italiano, cercando di salvare la sua nazione. Qualcuno penserà: ma difendendo la sovranità delle nazioni, Di Battista rivendica anche di voler difendere i “fratelli africani”.
È quello che fanno molti pensatori di estrema destra (a partire da Alain de Benoist, molto amato da neofascisti, comunitaristi e leghisti), che a parole sono per l’uguaglianza di tutti i popoli ma sostengono la necessità che ognuno se ne stia a casa propria, senza contaminarsi. Forse Di Battista quei testi non li ha mai letti. Ma a furia di leggere il mondo da un punto di vista nazionale, rivendicando l’unità del popolo italiano e braccando oscuri complotti plutomassonici mondialisti, finisce per venderci una narrazione di estrema destra.
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Lampedusa: Reconstructing Di Battista (M5S)
Nei giorni scorsi Giuliano Santoro ha scritto un interessante post apparso anche su MicroMega dal titolo “Deconstructing Di Battista”. Interessante perché prova a dare una lettura ad un aspetto controverso del grillismo (il tema immigrazione). Ma, lo dico subito e Giuliano lo sa, mi trovo in completo disaccordo con la sua teoria di fondo.
Premessa: anche a sinistra – anzi, a sinistra-sinistra, non ho problemi a definire Giuliano un “compagno”, e credo a lui non dispiaccia – tutto ciò che riguarda il M5S fa discutere e spesso scontrare persone che per il resto hanno posizioni simili in praticamente ogni aspetto. C’è una visione fortemente critica verso il M5S, ce n’è un’altra più “benevola” – il che non significa fiancheggiare nessuno.
Il post in questione non l’ho condiviso perché l’equazione Di Battista uguale cripto-leghismo era come minimo tirata per i capelli. Aveva e ha un suo fascino sostenere una teoria del genere, ma appunto non c’era alcun riscontro pratico. Se non un post dello stesso Di Battista che diceva quel che tutti pensiamo: l’immigrazione dei barconi non è bella, non è sinonimo di libertà – la libertà di girare il mondo, di sentirsi cittadini del mondo – ma di schiavitù e di sfruttamento nel proprio Paese. Che è ben diverso dal dire «statevene a casa vostra» di padana memoria. «Non ha detto una parola sulla Bossi-Fini», aggiungeva Giuliano. Che però è st
ato poi “accontentato” (o scontentato?), perché Di Battista due giorni dopo ha scritto nero su bianco che è favorevole all’abrogazione della Bossi-Fini.
Ma al di là del caso specifico e che interessa fino a un certo punto, è il come porsi nei confronti del M5S il tema. Criticarlo sempre e comunque? Risaltarne solo gli aspetti negativi o ambigui – che peraltro non sono pochi? Oppure tentare di apprezzarne e valorizzarne (se non provare a “cavalcarne”) la carica anti-sistema? E di intravederne i punti in comune con la sinistra-sinistra?
La risposta che mi sono dato è strettamente legata all’attualità politica e provo a riassumerla così: un qualsiasi deputato del M5S al momento è meno dannoso di un collega del Pd. Su praticamente ogni questione – economia, diritti civili, guerra, Costituzione, grandi opere – le posizioni degli eletti 5S sono almeno in parte condivisibili se viste da sinistra. Non sono le “nostre” posizioni classiche, ma di meglio in Parlamento non trovo (no, neanche Sel, più che altro per la furbizia politicista che la contraddistingue e che è lontana anni luce dal concetto di coerenza, altra parola che andrebbe riscoperta e valorizzata). Possiamo far finta che non sia così?
Di fronte ad un modello di pensiero unico, di chiusura totale dei meccanismi decisionali da parte di chi detiene le leve del potere, è impossibile non ammettere che il M5S rappresenta perlomeno un fattore di (forte) disturbo. Pare poco?
Più che derubricare il grillismo a proto-fascismo (cosa che fanno in molti perché così si evita di sottoporsi a dolorosi esami di coscienza) sarebbe interessante interrogarsi sul come togliere al M5S la golden share dell’opposizione. O sul come riuscire a fare blocco, come si è stati capaci con i referendum su acqua e nucleare, o sulla scuola a Bologna. Ricordando sempre che l’incredibile successo del Movimento nasce anche o forse soprattutto dagli errori, dagli orrori, di una sinistra troppo simile alla destra e di un’altra sinistra chiusa nei propri riti stantii e autorefenziali. No, i Di Battista e i pensieri alla Di Battista non riesco a “decostruirli” né a giudicarli. I Di Battista – più che altro – dovevamo farli crescere noi, a sinistra. Nell’ottica di un rinnovamento e di una connessione migliore con un pezzo del nostro (ex) popolo. I Di Battista potevamo essere “io” e “te”, caro Giuliano.
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Being Di Battista? Su grillismo e sinistra: una risposta a Matteo Pucciarelli
Qualche giorno fa ho provato a ragionare sul l’atteggiamento "Né di destra né di sinistra" dei deputati del Movimento 5 Stelle. Nello specifico, ho utilizzato uno dei post quotidiani di Alessandro Di Battista per tentare di decostruirlo. Mia intenzione era spiegare in che modo, oltre la cortina fumogena di dichiarazioni retoriche ed emotive, il fervente parlamentare pentastellato commentando la tragedia migrante di Lampedusa non stesse sostenendo nulla di innovativo, non stesse proponendo di allargare la sfera dei diritti e delle libertà, ma si fosse limitato a dire quello da trent’anni a questa parte dicono i politici non-di-sinistra (per definirli con una litote): "Aiutiamoli a casa loro, qui non c’è lavoro". Il nodo politico che Di Battista non coglie(va) è questo: le centinaia di vittime nel mare di Lampedusa non sono morte perché migravano ma perché altri volevano impedire loro di farlo. Non è un cavillo: si tratta di individuare la giusta relazione causa-effetto. Uomini donne e bambini sono morti a causa delle leggi, italiane ed europee, che recintano la Fortezza Europa. Per questo si trattava di chiedere l’abrogazione della Bossi-Fini e reclamare l’apertura di un canale umanitario lungo il Mediterraneo, come fa un appello che circola da giorni. Quando Di Battista ha precisato la sua posizione, pur senza nominare la legge sull’immigrazione o le iniziative di movimento di cui sopra, ne ho preso atto e ho rivendicato il successo della massa critica che si era raccolta attorno a quell’articolo.
Pensare in grande (e complesso). La cosa ha creato un qualche dibattito. Matteo Pucciarelli ne approfitta per polemizzare amichevolmente. È un’ottima occasione per continuare una discussione che, a spizzichi e bocconi, portiamo avanti da qualche mese.
Matteo sostiene che i grillini, che non vogliono essere definiti "di sinistra" e che vanno dicendo da mesi che "le idee buone non hanno colore politico", siano sostanzialmente "di sinistra" a loro insaputa. "Qualsiasi deputato del M5S al momento è meno dannoso di un collega del Pd – scrive Matteo – Su praticamente ogni questione – economia, diritti civili, guerra, Costituzione, grandi opere – le posizioni degli eletti 5S sono almeno in parte condivisibili se viste da sinistra".
Potrei dilungarmi a proposito dei modi con cui il M5s agita le questioni di cui sopra in maniera spesso ambigua o citare i casi in cui i grillini hanno assunto posizioni di destra. Non lo faccio perché dobbiamo cominciare a immaginare scenari più complessi e meno ragionieristici. Non si tratta di compilare liste della spesa, di agire misurando col bilancino se il M5s è più meno peggio del Pd su questa o quella questione. Sarebbe un atteggiamento di piccolo cabotaggio, minimalista (poco di sinistra!), improduttivo dal punto di vista analitico e politico e soprattutto noiosissimo. Una discussione non è una partita di ping pong. I programmi non sono album di figurine ("Tav Celo/ Migranti Manca"). Se fosse così, caro Matteo, sarebbe sufficiente leggere la brochure di una forza politica per analizzarne vizi e virtù. Troppo semplicistico, non trovi? La realtà, la politica e le analisi necessarie sono molto più articolate.
Basta il programma? Le soggettività non si costruiscono a colpi di temi e liste della spesa. Quando parliamo di "politica" abbiamo a che fare anche con il linguaggio che si utilizza, con le forme organizzative che si mettono in piedi, con i blocchi sociali che si intendono costruire. Il cosa e il come sono intrecciati, si influenzano a vicenda. Il metodo ha a che fare col merito. Il contenitore plasma il contenuto. E se uno utilizza linguaggi televisivi e semplicistici trasformando la Rete in una specie di Rete4 2.0, costruisce una macchina organizzativa privatistica e totalitaria, agita la società come se fosse un tutt’uno che deve espellere pochi parassiti (gli italiani vessati contro le fantomatiche Kaste), se anche dicesse cose giuste lo farebbe per traslocarle da un’altra parte che di sicuro hanno a poco a che fare con "la sinistra".
Se riconosciamo l’essere di sinistra come la capacità di riconoscere che la società è attraversata da conflitti che continuamente ridefiniscono i rapporti di forza, la distribuzione delle ricchezze e la relazione di potere, capiremo che nella visione dei grillini di sinistra c’è poco o niente. Le linee di conflitto, nella loro visione del mondo, passano sempre per questioni moralistiche o ideali, che tengono insieme padroni e lavoratori, ricchi e poveri, comici milionari e fan, manager capelluti e dipendenti inconsapevoli della loro azienda. Per questo dicono di aspirare alla maggioranza assoluta e non fanno al
leanze con nessuno. Al contrario, perseguono davvero solo le battaglie di cui percepiscono l’esclusiva. Tanto che Grillo dice che il reddito di cittadinanza l’hanno scoperto loro!
Liberazione senza Resistenza. Vedi, Matteo, la nostra generazione è stata segnata dalla sciagura del berlusconismo. Mi sono affacciato alle cose della politica quando Berlusconi e i suoi scaldavano i muscoli e si preparavano a scendere in campo. La fine travagliata di quel ventennio e l’inizio affannato di un’altra coincidono con la crisi economica e con quella delle istituzioni della rappresentanza politica. La cosa drammatica è che alla liberazione da Berlusconi, al suo lungo addio dalla politica italiana, non è conseguenza di nessuna resistenza. O meglio, ci sono stati tantissimi movimenti dal basso, tantissime resistenze. Ma sono state brutalmente respinte dai palazzi del potere. Hanno trovato un muro di gomma fatto anche di torture e arresti. È successo nelle giornate di Genova, nel luglio del 2001. Ed è successo, potenza dei simboli, nel dicembre del 2010 mentre si consumava l’ultimo atto dell’ultimo governo di Citizen BerlusKane: lui poneva la questione di fiducia sulla nefasta riforma Gelmini e il governo tirava a campare qualche altro mese grazie alla compravendita di qualche deputato e alla fretta di Napolitano perché il provvedimento venisse accolto, mentre fuori si consumava una battaglia disperata e sacrosanta.
Purtroppo, non sono quei movimenti ad aver mandato a casa il berlusconismo. Il passaggio storico che tanti attendevano corrisponde solo alla consumazione fisica del corpo del Capo: la fine naturale del ciclo vitale dell’imbonitore sta incrinando la sua capacità di essere protagonista dell’immaginario italiano, mescolando abilmente vita privata e apparizioni pubbliche e mettere sullo stesso piano politica e spettacolo.
Bipolarismo mediatico. La maggioranza degli italiani aderisce a due narrazioni consolatorie e complementari. Da una parte i fan dello showman Berlusconi, quelli che credono al “nuovo miracolo italiano” che il loro leader promette ancora di realizzare. Dall’altra gli allievi di Montanelli (la voce della destra borghese italiana) quelli che lo considerano in maniera ridutttiva, che pensano che Berlusconi non sia la voce di qualcosa di più ampio, che sia solo un corrotto di cui liberarsi con l’intervento provvidenziale dei giustizieri della magistratura. E che considerano l’"onestà" e le questioni morali come unica discriminante, ignorando bellamente quanto l’egemonia berlusconiana abbia scavato a fondo l’antropologia degli italiani. Anzi, è il caso dei grillini, utilizzano quell’egemonia né di destra né di sinistra per costruire una nuova forma di opposizione, basata sulla delega, sul movimento-azienda che sostituisce il partito-azienda, sulla semplificazione-spot. Può darsi che, nell’assecondare l’emotività popolare in tempi di crisi, così facendo conquistino i consensi di persone in ottima fede o che dicano anche cose che possono sembrare di sinistra, ma questa è una aggravante. Perché dove porti l’assopimento della politica-spettacolo e del plebiscitarismo (si vota, magari anche online, e poi basta) non ci può essere nulla di sinistra. Stanno usando questioni faticosamente costruite negli anni per condurle da tutt’altra parte. Hanno preso milioni di voti ma stanno facendo il deserto: la loro democrazia diretta è invisibile e deresponsabilizzante, assente dalle piazze che si riempiono solo per i comizi-show del Capo. C’è solo su Facebook, nelle immagini-meme che si condividono senza sforzo alcuno e spesso con risultati demenziali, come dimostrano i compagni di "Siamo La Gente".
È chiaro che la battaglia è aperta. Il fenomeno del grillismo ha molti elementi di fragilità e tante contraddizioni. Ma è rassicurante quanto inutile pensare che basta che qualcuno cominci a dire cose di sinistra-sinistra per riconquistare il consenso finito in mano a Grillo e Casaleggio. Purtroppo non è così, perché non si tratta solo di agitare temi ma di mettere in discussione forme di vita e modelli culturali. Di reinventare la politica facendo i conti con la cultura profonda di questo paese, non limitandosi ad agire in superficie. Matteo chiude il suo articolo scrivendomi con un certo rimpianto: "I Di Battista potevamo essere ‘io’ e ‘te’, caro Giuliano". Ma a noi, caro Matteo, non dovrebbe interessare essere un Di Battista qualunque: insieme alle tantissime persone che non accettano scorciatoie e che non guardano alla politica come un reality show, dobbiamo metterci alla ricerca di un’altra forma della politica e della vita in comune, unica alternativa al falso bipolarismo tra berlusconismo e grillismo. È una sfida enorme, ma non abbiamo scelta e non possiamo permetterci di cercare soluzioni semplicistiche e raffazzonate.
Scusa la lunghezza, ci si vede per strada.
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Demonizzare il M5S non serve
La risposta di Giuliano è molto bella e intensa e lo ringrazio; credo lo sia questo scambio di opinioni e idee, da sinistra, che parla del M5S ma che parla soprattutto di noi, di quel che vogliamo essere e di quel che vogliamo fare.
Posto che nel mio piccolissimo anche il sottoscritto non ha mai mancato di mettere in risalto le contraddizioni di cui i Cinque Stelle sono carichi (e su quelle credo ci sia poco da aggiungere a quanto da te ribadito), la questione – che non è ragionieristica e neanche vuole esserlo – è tattica. Quanto è utile e a chi è utile attaccare a testa bassa, su praticamente ogni passo falso o presunto tale, il M5S? In un momento storico e politico in cui destra e sinistra non esistono più se non nei ricordi del passato, in un momento storico e politico in cui questa destra e questa sinistra banchettano allo stesso tavolo proponendo le medesime ricette già ampiamente rivelatesi fallimentari, in un momento storico e politico in cui chi – come me e te – crede ancora fortemente nella necessità e nelle virtù di una sinistra degna di tale nome è ridotto a oggetto da antiquariato, ecco, oggi, possiamo permetterci di svilire e derubricare a fenomeni da baraccone quei sussulti di sinistra-a-loro-insaputa che dal M5S provengono?
Non vorrei scomodare ricordi tristi e lontani e cose che neanche abbiamo vissuto, ma il blocco di potere odierno – così granitico e così uguale a sé stesso, da qualsiasi punto lo si guardi – somiglia molto ad una dittatura soft dove il conformismo regna sovrano. Le uniche parole di rottura in Parlamento rispetto al grande coro del verbo moderno tutto economia e rigore provengono proprio dal M5S. In modo spesso confuso, è vero. Ma è quello che sta avvenendo, è quello che stiamo vedendo. E se il gruppo di lavoro economico del M5S si rifà alle analisi di uno studioso marxista e di sinistra come Emiliano Brancaccio, a me può solo far piacere; e se sui diritti civili il M5S esprime posizioni che noi abbiamo da sempre, a me può solo far piacere, e così via.
C’è qualcosa – poco o molto, pesante o leggero – da salvare nel M5S? Sono convinto di sì, vedendo e conoscendo numerosi amici e compagni che stimo e che hanno trovato nel Movimento quella ospitalità e quella novità che "noi" non siamo stati capaci di offrirgli. Sono convinto di sì, vedendo chi sono i parlamentari eletti: alla Camera hanno un’età media di 28 anni, e allora su di loro si può lavorare, si può in
qualche modo tentare di influenzarli rispetto alle nostre ragioni. Un atteggiamento professorale e di critica continua aiuta un processo del genere o lo deprime?
Ribadisco quanto scritto più volte. Il successo del M5S è figlio delle colpe (anche) della sinistra. Lo slogan «né destra né sinistra» funziona e porta consenso perché da venti-trenta anni la sinistra si è dimentica di sé e della propria missione. E quando una parte di sinistra non lo ha fatto, si è rinchiusa nell’autoreferenzialità e nel radicalismo di maniera. Per questo motivo non vedo il male assoluto nel M5S: lo vedo in "noi" che lo abbiamo generato. Sono e siamo entrambi giovani, non credo di avere particolari colpe rispetto a questo, eppure mi sento ugualmente coinvolto nel fallimento della sinistra. E in quanto tale, lezioni così severe ad altri non riesco a darne. Se prima non si passa da un’autocritica anche feroce rispetto ai propri sbagli, se prima non si individua una strada, uno sbocco reale, una ricetta per la nostra rinascita, se prima non si fa questo, di uccidere nella culla un movimento nato grazie a "noi" non me la sento.
Non credo nel tutto bianco e nel tutto nero. L’approccio di molti al M5S, a sinistra, è del "tutto nero". Invece credo si possa di volta in volta sottolineare colpe e meriti dei grillini, senza tesi preconcette. Ma soprattutto, faccio mie le tue parole: «Dobbiamo metterci alla ricerca di un’altra forma della politica e della vita in comune». Facciamolo prendendo il buono che c’è, ovunque esso si trovi.
Come sempre, ci vediamo in piazza.
(8 ottobre 2013)
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