Madame Marine e l’incubo francese

Sergio Luzzatto

Ritratto di Marine Le Pen, figlia del leader del Fronte Nationale Jean-Marie Le Pen e astro nascente dell’estrema destra francese. Ecco perchè in Francia sta tornando l’incubo di un nuovo "21 Aprile".

, Il Sole 24 Ore, 19 dicembre 2010

Uno spettro si aggira per la Francia. Ha le forme insieme gradevoli e inquietanti di una donna di quarantadue anni, troppo mediatica (buca lo schermo) per limitarsi a esercitare l’avvocatura, troppo madre (ha tre figli) per sembrare finta come una top model, troppo figlia (ha un padre padrone) per fare futuro senza evocare un passato. Lo spettro si chiama Marine Le Pen, e noi tutti ne risentiremo parlare.

Nei giorni scorsi, questa europarlamentare di estrema destra ha monopolizzato le cronache della politica transalpina con un paio di frasette ben assestate sui musulmani di Francia, le cui preghiere di strada somiglierebbero al l’occupazione nazista: «Un’occupazione senza tank e senza soldati, ma pur sempre un’occupazione». Marine Le Pen ha ripreso dunque la strada tanto spesso battuta da suo padre Jean-Marie. È la strada del rincarare la dose, dello spararla così grossa da obbligare i media a discuterne e gli avversari a reagire. Come quando Jean-Marie Le Pen definiva le camere a gas un trascurabile dettaglio della Seconda guerra mondiale e i malati di Aids i lebbrosi di un nuovo Medioevo.

Peraltro, se la proposta politica della figlia fosse soltanto una minestra riscaldata, l’intera classe politica di Francia non sarebbe lì a macerarsi con il dilemma – riassume «Le Monde» – del «che fare davanti a Marine Le Pen?». In realtà la figlia ha compiuto, negli ultimi anni, un’operazione sistematica di dédiabolisation del retaggio paterno: cioè (potremmo dire, traducendo nel gergo italiano l’intraducibile "sdiavolizzazione") ha lavorato a sdoganare il Front national, per sottrarlo all’estremismo e renderlo presentabile in società.

Quando assimila i musulmani di Francia agli occupanti del Terzo Reich, Marine Le Pen mantiene calda la più antica base elettorale del Front national, una piccolissima borghesia socialmente frustrata e culturalmente razzista. Ma le battute sull’Islam non stanno davvero al centro del suo discorso, né rappresentano l’epicentro del terremoto che la figlia di Le Pen potrebbe provocare nella politica francese di un prossimo futuro. Il fulcro consiste in parole-chiave ben altrimenti spendibili sul mercato politico d’oltralpe: parole come «potere d’acquisto», «Repubblica», «laicità».

Marine Le Pen non si limita (come il padre) a dire forte cose indicibili, quelle che normalmente si dicono piano. La figlia del torturatore di algerini e negatore della Shoah va approfittando del silenzio-assenso del centro e della sinistra moderata per dire forte cose dicibili, dicibilissime, che tanti francesi – anche dabbene – non vogliono più vergognarsi di pensare. Non c’è bisogno di essere islamofobi né antisemiti per riconoscersi in certe sue scomode domande. Perché i piccoli risparmiatori di Francia devono accollarsi i costi delle speculazioni finanziarie dei tedeschi in Irlanda? Perché il sistema sociale transalpino, a lungo un modello in Europa, viene smantellato pezzo per pezzo da un "liberalismo" che nulla offre in cambio ai meno abbienti? Perché la necessità di venire a patti con una comunità islamica sempre più folta ed esigente mette a repentaglio i sacrosanti princìpi della neutralità confessionale della «République»?

Con l’anno nuovo la Francia entrerà in un clima pre-elettorale, si aprirà la corsa per le presidenziali della primavera 2012. Ma già ora aleggia l’incubo di un nuovo «21 aprile», ossia del giorno più nero nella storia della Quinta Repubblica: il giorno del 2002 in cui la debolezza del centrodestra e le divisioni intestine della sinistra provocarono, al primo turno delle presidenziali, il tracollo di Lionel Jospin, decretando un ballottaggio fra Jacques Chirac e Jean-Marie Le Pen. Dopodiché milioni di elettori di sinistra si turarono il naso e plebiscitarono Chirac, pur di sbarrare la strada al candidato dell’estrema destra. Se mai la situazione dovesse ripresentarsi nel 2012, se gli elettori di una sinistra ancora divisa e ancora sconfitta fossero obbligati a scegliere il male minore fra Nicolas Sarkozy e Marine Le Pen, siamo proprio sicuri che nuovamente si turerebbero il naso e voterebbero compatti per il detestato Sarkozy?

Forse – a dispetto del cognome che porta, e degli omaggi che ancora tributa alla vicenda novecentesca del padre – Marine Le Pen incarna la storia di un futuro. E la incarna a partire dal suo genere, che è quello femminile. Una donna nel regno degli uomini: anzi nel regno assoluto dei macho, in quel recinto del celodurismo che finora era sembrato (ed era stato) il Front national. Non per caso, a dispetto del potere carismatico del padre e dell’appeal mediatico della figlia, i dirigenti maschi del partito contano ancora di far prevalere nel prossimo congresso, a metà gennaio del 2011, il candidato dello stato maggiore virilista, Bruno Gollnisch.

Staremo a vedere. In ogni caso, l’odierno disagio dell’establishment francese – il «che fare davanti a Marine Le Pen?» – già segnala un cambiamento di clima. In Francia, e forse anche altrove. In tempi di ristagno economico, di perdita di legittimità del sistema politico, di insicurezza diffusa fra i ceti medi, e di crisi del femminismo storico, la donna-di-destra-e-pure-tosta può proporsi sulla scena pubblica come un (presunto) rimedio del male. Magari non in Italia, dove l’equivalente di una Marine Le Pen sarebbe a tutt’oggi impensabile. Una donna, per dire, al comando della Lega? Per adesso la dinastia Bossi ha prodotto un personaggio femminile unicamente nel nomignolo, "la trota". Mentre le donne del Pdl, anche le più capaci, scontano il peccato originale (o l’infondato sospetto) di un avvento in politica da donne del capo, horizontales della Repubblica.

Ma lontano dall’Italia – per esempio, negli Stati Uniti d’America di Sarah Palin – il futuro politico della donna-di-destra-e-pure-tosta sembra fare tutt’uno con il presente. È stata istruttiva, in questi giorni, la diffusione del video dove l’ex governatrice dell’Alaska si è fatta riprendere in una partita di caccia (vera o fasulla), al termine della quale mostrava orgogliosa il caribù da lei personalmente abbattuto. Quando mai, nella storia politica d’Occidente, una donna aveva scelto di promuovere l’immagine di se stessa con il cannocchiale del fucile puntato contro il bersaglio, da donna predatrice?
Uomini tremate, le streghe son tornate… E hanno, questa volta, il fascino indiscreto della donna della porta accanto.

(20 dicembre 2010)

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