Marco Travaglio: Il ruolo dei poteri di controllo nell’Italia degli anni 2000

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L’intervento di Marco Travaglio al convegno "Etica pubblica e poteri di controllo: la vicenda Baffi, Sarcinelli, Ambrosoli" organizzato dal SIBC (Sindacato Indipendente Banca Centrale) a Roma il 22 ottobre scorso.

Introduce Massimo Dary, Segretario Responsabile S.I.B.C.
Noi ringraziamo Gherardo Colombo per il suo appassionato intervento. Vorrei trarre due piccoli spunti. Il forte richiamo alla Costituzione come presidio delle pari opportunità e dell’eguaglianza fra tutti i cittadini – tema di cui si è parlato molto in questi giorni, per quelli che sono parsi tentativi di violare questo principio. L’altro elemento centrale che ho percepito è l’invito a non distrarsi dalle vere vicende del Paese. Ricordavo nella mia breve relazione che in quegli anni l’opinione pubblica era distratta, per cui l’omicidio Ambrosoli rimase quasi un elemento secondario, perché tutti pensavano ad altri avvenimenti ritenuti più importanti. Ma ci fu una precisa volontà di lasciare in sordina tutto quel che avvenne. L’ingresso dei carabinieri in Banca d’Italia per arrestare il vice direttore generale o il Governatore, allora, non fu motivo se non di qualche articolo su pochi giornali, eppure era la prima volta che succedeva. Quindi, credo sia molto importante questo richiamo a vigilare, ad essere presenti, a non lasciarsi distrarre troppo dalla quotidianità e a difendere i nostri diritti.
Ora vorrei dare la parola a Marco Travaglio. Marco Travaglio, editorialista del nuovo giornale “il Fatto Quotidiano”, ha raccontato in diversi libri, fra cui “Mani sporche”, tutti i passaggi delle scalate bancarie del 2005 dei “furbetti del quartierino”. Ma nei suoi scritti ha spesso evidenziato anche l’importanza del linguaggio per coprire interessi inconfessabili: attraverso la retorica, attraverso le parole spesso si nascondono altri disegni, altre volontà. Tutti ricordiamo la retorica su “l’italianità delle banche”. Anche nel 1972 il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia di Carli indugiarono a colpire le rilevanti irregolarità che già si erano scoperte sulle banche di Sindona per tutelare “l’ordinato funzionamento del sistema”.
Come fare a districarsi fra questi inganni verbali di chi ha il potere e attribuisce il significato alle parole?
Poi vorrei porre un’ultima questione, su un tema che ritorna spesso nei libri di Travaglio. I processi sono necessari per stabilire le responsabilità penali dei singoli. Ma sono anche importanti per l’opera di disvelamento dei reali meccanismi del potere, quello vero, sempre esercitato fuori scena, nell’ombra, mentre in pubblico il potere si mette in scena indossando mille maschere a uso e consumo degli spettatori.
Quindi, anche al di là degli aspetti penali, cosa ci insegnano la storia di Baffi, Sarcinelli e Ambrosoli, e le successive vicende che nel 2005 hanno coinvolto giudiziariamente la Banca d’Italia?
A Marco Travaglio la parola, per svelarci questi segreti.

Il ruolo dei poteri di controllo nell’Italia degli anni 2000

di MARCO TRAVAGLIO

Intanto vorrei partire da un titolo del Giornale dell’altro ieri: “Un pool di pubblici ministeri tiene sotto tiro l’economia italiana”. Si sta parlando dei magistrati di Milano che ci hanno consentito di scoprire non soltanto le scalate dei furbetti del quartierino, ma anche i retroscena dei crac Cirio, Parmalat e così via. “Un pool di pubblici ministeri tiene sotto tiro l’economia italiana”. Come se l’economia italiana fosse, appunto, sotto ricatto di un pool di magistrati anziché profondamente inquinata dal malaffare e dalle opacità. Non a caso, nell’elenco di questi preclari gruppi finanziari che purtroppo si trovano sotto attacco, c’è il celebre Risanamento – umoristicamente così si chiama il gruppo dell’ottimo Zunino, praticamente alla bancarotta.

Un altro articolo che volevo ricordare è uscito sul Corriere della Sera di lunedì a firma di Angelo Panebianco, il quale sostiene che in Italia purtroppo ci sono troppe persone che si interessano di politica. Secondo lui nelle democrazie serie quelli che si interessano di politica sono un numero residuale. Panebianco classifica quelli che si interessano di politica in tre categorie: “l’estremista, il fazioso e il pluralista”. Il pluralista è lui. (risate) L’estremista e il fazioso, invece, sono quei pericolosi frustrati che considerano la politica una grande discarica e alimentano un clima “brutto e violento” raccontando le compromissioni tra la politica, la finanza sporca, l’imprenditoria lurida e così via. Così facendo, quindi, disturbano l’armonia generale, ogni tanto svegliano il pluralista dai suoi sogni profondi e gli provocano anche qualche incubo. Io penso che quello che abbiamo sentito raccontare fino ad ora giustifichi ampiamente il fatto che esistano in Italia l’estremista e il fazioso. Non so che ci faccia in Italia il pluralista, pluralista nel senso che si auto-assegna il prof. Panebianco. Però c’è una corrente di pensiero molto seria, rappresentata dall’attuale versione del Corriere della Sera e da tanti altri giornali cosiddetti indipendenti, che veramente considera come disturbatori della quiete pubblica quelli che si ostinano a raccontare non ciò che va in scena tutti i giorni con il teatrino dei pupi, ma quello che avviene dietro la scena. Anzi, vengono demonizzati coloro che teorizzano l’esistenza di un doppio Stato, anche se poco fa un amico mi diceva che “speriamo che ci sia questo doppio Stato, perché se ce ne fosse uno solo sarebbe quello sbagliato”, quindi speriamo che ce ne siano almeno due. (risate)

Partirei da quattro anni fa, perché proprio in Banca d’Italia si ebbe la splendida idea di affidare a Giulio Andreotti la commemorazione della figura del prof. Baffi, approfittando ovviamente del fatto che il prof. Baffi non era presente per potersi dissociare dalla commemorazione medesima. (risate) E Andreotti, che ha veramente una capacità mimetica spettacolare, accettò di farlo. Avevo dedicato un articolo alla cosa e me lo sono portato: Andreotti ricordò commosso (anche commosso!) “il povero Baffi, ingiustamente bersagliato con Sarcinelli nel complicato caso Sindona”.

Ecco, non c’è niente di complicato nel caso Sindona, naturalmente. Io mi sono preso due o tre date per ricordare che cosa fu il 1979, come in parte è già stato fatto prima. Il 20 marzo fu assassinato Mino Pecorelli, iscritto alla Loggia P2. Lo stesso giorno Sindona veniva incriminato negli Stati Uniti per bancarotta. Il 21 marzo, il giorno dopo, il presidente del consiglio Giulio Andreotti inaugura il suo quinto governo e continua a prodigarsi per il salvataggio di Sindona, del quale invece si stava occupando in controtendenza l’avvocato Ambrosoli. Il 24 marzo, cioè altri 3 giorni dopo, la procura di Roma incrimina Baffi e fa arrestare Sarcinelli, che si stanno opponendo non solo al salvataggio politico di Sindona ma anche di altri gruppi finanziari che finanziano i partiti di governo, in particolare Andreotti e la sua corrente. Parliamo dell’Italcasse dei Caltagirone, parliamo dell’Ambrosiano, parliamo della Sir di Nino Rovelli. Quindi, Sarcinelli viene sospeso dall’incarico. Baffi, che è delegi
ttimato, poco dopo si dimetterà e scrive nel suo diario “ci tengono molto che vada in porto la sistemazione dei debiti dei Caltagirone”. I quali, poi, nel febbraio dell’80 verranno coinvolti nel crac dell’Italcasse e fuggiranno all’estero per evitare l’arresto. L’11 luglio Ambrosoli viene assassinato, Sindona scompare il 3 agosto da New York per il famoso finto rapimento in Sicilia organizzato dalla mafia e dalla P2, e il 16 agosto Baffi si dimette. Verrà poi, con comodo, prosciolto da tutto come Sarcinelli.

Andreotti c’entra per caso qualcosa in tutte queste vicende? Io cito dalla sentenza a lui più favorevole – voi sapete che esiste una sentenza definitiva ha confermato per lui il reato di associazione per delinquere con la mafia stabilito dalla Corte d’Appello, reato “commesso” ma prescritto fino al 1980. Invece la sentenza di primo grado lo assolveva, sia pur con la formula che assorbe la vecchia insufficienza di prove. Io cito proprio questa, cioè la sentenza a lui più benevola del Tribunale di Palermo. Scrivono i giudici di primo grado: «Andreotti rappresentò per Sindona un costante punto di riferimento anche durante il periodo della sua latitanza, e il raccordo tra i due soggetti era noto a settori di Cosa nostra i quali contestualmente operavano in modo illecito a favore del finanziere siciliano… Sindona considerava il sen. Andreotti un importantissimo punto di riferimento politico, cui potevano essere rivolte le proprie istanze attinenti alla sistemazione della Banca Privata Italiana e ai procedimenti penali che il finanziere siciliano doveva affrontare in Italia e negli Usa. Il complessivo comportamento del sen. Andreotti manifesta… il proposito di intervenire su organismi istituzionali (in particolare, sulla Banca d’Italia).., in favore del Sindona… Il coinvolgimento dell’on. Evangelisti (braccio destro di Andreotti) era palesemente funzionale a un intervento politico… concretatosi nella convocazione a Palazzo Chigi del vicedirettore della Banca d’Italia Sarcinelli, al fine di sondare le intenzioni di quest’ ultimo in ordine al piano di “sistemazione”». Poi Andreotti «incontrò» addirittura Sindona, già latitante, «a Washington tra il 1976 ed il 1977». Conclude il tribunale che lo ha assolto: «Se gli interessi del Sindona non prevalsero, ciò dipese in larga misura dal senso del dovere, dall’onestà e dal coraggio dell’avv. Ambrosoli, il quale fu ucciso, su mandato del Sindona, proprio a causa della sua ferma opposizione ai progetti di salvataggio elaborati dall’entourage del finanziere siciliano, a favore dei quali invece si mobilitarono il sen. Andreotti, altri esponenti politici, ambienti mafiosi e rappresentanti della loggia P2; il significato essenziale dell’intervento dispiegato dal sen. Andreotti… era conosciuto dai referenti mafiosi del Sindona».
Di qui la richiesta ad Andreotti di commemorare il professor Baffi.
(applausi)

Piccolo flashback di cinque anni precedenti. Andiamo al 1974, quando comincia la storia di Ambrosoli alle prese con la Banca di Sindona e quindi quando, possiamo dire, Ambrosoli comincia a morire a poco a poco. Nel 1974 Salvo Lima, noto uomo della mafia, citato più volte nelle relazioni della commissione antimafia, diviene sottosegretario del Bilancio nel governo Moro. Paolo Sylos Labini – che era un grande economista, forse il più grande economista che abbiamo avuto – era stato a sua volta chiamato da Nino Andreatta a fare il consulente economico per il ministero. Ma Sylos Labini dice: “O mi levate dai piedi Salvo Lima oppure io me ne vado”. Andreatta fa l’ambasciata a Moro, Moro fa sapere che Lima non si tocca perché Andreotti l’ha voluto lì e quindi Sylos Labini prende e se ne va. Questo dimostra il fatto che si potevano dire dei no già all’epoca, senza bisogno di sentenze giudiziarie, e che anche in questo disgraziato, disperato Paese c’è stato chi ha detto dei no e ne ha pagato le conseguenze. Sylos Labini, Ambrosoli, Baffi, Sarcinelli.

Adesso andiamo a 4 anni fa: 2005. L’11 maggio 2005 la Consob denuncia un patto occulto fra gli scalatori italiani della Banca Antonveneta, la più grossa banca del nord est che fa gola sia agli olandesi dell’Abn Amro sia ai lombardi della Popolare di Lodi. Dai documenti risulta, secondo la Consob, che la Popolare di Lodi possiede in proprio il 30% dell’Antonveneta ma grazie ad amici che lavorano nell’ombra è arrivata a controllare il 40%. Quindi, secondo la Consob, Fiorani come minimo ha dribblato la legge sull’Opa, che impone di lanciare l’offerta di acquisto al superamento di quota 30%. In un Paese normale, sicuramente l’Autorità di vigilanza interverrebbe subito a sospendere questa operazione, perché la Popolare di Lodi ha violato le regole e quindi deve essere sanzionata. A Lodi arrivano gli ispettori della Banca d’Italia, rovistano fra i conti e scoprono che l’operazione Antonveneta è fuori legge e, tra l’altro, mette a serio repentaglio la stabilità finanziaria della Popolare di Lodi. Si rischia di aprire nelle casse della Lodi una falla stimata in circa 2 mld di euro. La relazione degli ispettori arriva a Roma sul tavolo di Clemente, capo del Servizio Vigilanza sulle banche, e di Castaldi, capo del Servizio Normativa di vigilanza. Questa relazione, insieme a quello che viene fuori dalle segnalazioni che le banche sono tenute a trasmettere alla Banca d’Italia e da altri documenti di cui dispone la Vigilanza, sembra suonare il de profundis per l’operazione. Clemente e Castaldi danno parere negativo. A questo punto interviene l’allora governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, il quale – credo per la prima volta nella storia della Banca – scavalca le strutture tecniche e nomina tre esperti esterni, tra i quali brilla l’avvocato Gambino, che era già stato l’avvocato di Sindona, e che poi ha fatto il ministro delle Poste nel governo Dini. Questi tre esperti esterni in poche ore rispondono che sì, è vero che i parametri previsti dalla legge sono stati ampiamente sforati dalla Banca di Fiorani però, insomma… tutto s’aggiusta, no? E quindi, secondo questi tre esperti, il piano di Fiorani per il rientro da queste esposizioni è valido e inossidabile. La decisione spetta al Governatore. A chi darà retta: alle strutture tecniche della Vigilanza o all’ex avvocato di Sindona? La seconda che hai detto, (risate) diceva una volta Corrado Guzzanti.

E meno male che Clementina Forleo – pagando anche lei poi prezzi altissimi – autorizzò le famose intercettazioni, perché già il 5 luglio alle 15,30 c’è una telefonata tra il Governatore e Fiorani. Il Governatore dice a Fiorani “allora se tu vieni da me alle 15 o 15,30 stiamo insieme un’ora, un’ora e mezza che, diciamo, voglio verificare insieme una serie di cose. L’unica cosa, passa come al solito da dietro, dietro di là” e Fiorani dice “ Sì, sì, passo da dietro, se no sono problemi” – eh, sono problemi (risate). Mi pare che il dietro si chiami Via dei Serpenti, e devo dire che anche la toponomastica ha una sua efficacia. (risate) Io ogni tanto provo a immaginare il prof. Baffi che dice “passa dal retro” a uno come Fiorani, uno che basta guardarlo per decidere di non toccarlo neanche con una canna da pesca. Sette giorni dopo, il 12 luglio, è mezzanotte e un quarto, squilla il cellulare di Fiorani, il governatore dice “Ti ho svegliato?” “No,
no, sono qui a Milano, ancora a parlare con i miei collaboratori” e il governatore: “Vabbè, vabbè allora ho appena messo la firma, eh?” “Ah, Tonino, io sono commosso, io ti ringrazio, ti ringrazio, ho la pelle d’oca. Io, guarda Tonino, io in questo momento ti darei un bacio sulla fronte ma non posso farlo” eh, siamo a distanza!, “so quanto hai sofferto, ho sofferto anch’io insieme alla tua struttura, ho sofferto con i miei legali, prenderei l’aereo e verrei da te in questo momento se potessi.”

I due s’erano già fatti fotografare a braccetto nel 2002 in quel di Lodi, in una memorabile foto insieme a un’altra preclara figura della finanza all’italiana: Chicco Gnutti. Allora, oltre a non riuscire a immaginare Baffi e Sarcinelli, o magari anche Ambrosoli, comportarsi in questo modo, io penso che non possiamo archiviare come archeologia né le vicende di Ambrosoli né le vicende più recenti dei furbetti del quartierino, perché purtroppo in Italia non c’è il famoso ricambio delle classi dirigenti. Questo comporta che, salvo i defunti, gli altri sono quasi tutti al loro posto. E quei pochi che hanno perso il posto vengono ampiamente rimpianti. Non c’è il ricambio perché non c’è alcuna riprovazione sociale per questi comportamenti, e non c’è nessuna riprovazione sociale perché non c’è la vergogna. E’ scomparsa la vergogna.
Siamo diventati il paese senza vergogna.

Come Andreotti non s’è vergognato di nominare il nome del professor Baffi davanti ai dipendenti della Banca d’Italia, così non si vergogna di andare a fare il senatore a vita in Parlamento. Licio Gelli, che avete già sentito nominare in varie occasioni, gode di splendida salute e nonostante i 91 anni conduce un programma televisivo nel quale lancia i suoi soliti messaggi ricattatori. Uno dei suoi allievi prediletti è Presidente del Consiglio, un altro dava prova di sé l’altra sera a Ballarò urlando – era Cicchitto, era senza cappuccio e non l’avete riconosciuto ma si chiama Cicchitto (applausi). Era in borghese. Un altro dirige Canale 5, vale a dire che un altro confratello della loggia P2 dirige quella rete che manda a pedinare i magistrati che fanno sentenze giuste e che, anziché farsi comprare come fanno i giudici “normali”, portano calzini turchesi, vanno dal barbiere, aspettano addirittura il loro turno dal barbiere senza scavalcare la fila, si fermano al semaforo rosso – chiaro no? indicazione politica (risate) – e per di più ogni tanto fumano una sigaretta. L’avvocato della SIR dei Rovelli e anche dei Caltagirone si chiama Previti e abbiamo scoperto recentemente che – a tre anni dalla doppia condanna definitiva per corruzione giudiziaria di magistrati, che facevano parte proprio di quel porto delle nebbie che mandava ad arrestare Sarcinelli e ad incriminare Baffi – quel navigatore del porto delle nebbie è tuttora avvocato. Non hanno ancora trovato il modo di cacciarlo dall’Ordine degli avvocati. Mentre il Caltagirone – non quello che fa l’editore, l’altro: quello coinvolto all’epoca nella vicenda Italcasse – è stato recentemente riabilitato dal Capo dello Stato, che gli ha restituito il Cavalierato all’epoca toltogli da Pertini, un Presidente che non passa giorno senza che lo si faccia rimpiangere.

Allora io credo che noi ci dobbiamo occupare di queste vicende non soltanto per rievocarle ma anche per analizzare le prassi che stavano alla loro origine. Per capire se questi famosi controlli hanno reso più difficili quelle prassi. Il porto delle nebbie si sta riproducendo, non soltanto a Roma ma anche altrove. Si assiste sempre più spesso a sentenze che riguardano potenti che lasciano di stucco: archiviazioni frettolose, assoluzioni con arrampicate sui vetri, sempre e soltanto quando si tratta di uomini potenti. Sul fatto che la corruzione sia più che mai viva e lotti insieme a noi ce ne danno ampia dimostrazione le cronache, anche di questa mattina. Per quanto riguarda la finanza opaca, meno male che c’è il famoso “pool che tiene sotto scacco l’economia italiana”. Meno male perché è questo famoso pool che ha svelato gran parte delle vicende che hanno disastrato il nostro sistema finanziario. Si parla tanto dei famosi controlli amministrativi, dei famosi “controlli diversi” che dovrebbero sostituire la magistratura ed evitare che la magistratura svolga un ruolo di supplenza, dopo di che molto spesso non si vede altro se non l’iniziativa della magistratura, visto poi come vengono trattati quelli che fanno i famosi controlli “terzi”, come i due dirigenti della Banca d’Italia di cui ho parlato prima. Abbiamo visto quanto trasversale fosse questo malvezzo di scalare le banche insieme ai partiti, abbiamo visto che c’erano partiti di destra e partiti di sinistra che sostenevano gli scalatori illegali, fuorilegge, nel 2005. Abbiamo degli standard etici per i banchieri talmente labili e talmente a maglie larghe da permettere che la principale banca d’affari italiana sia presieduta da un signore rinviato a giudizio sia per il crac Cirio che per il crac Parmalat – come se uno che ha fatto il crac Enron e il crac Worldcom fosse al vertice di una banca americana, non so se è chiaro: si chiama Geronzi, fra l’altro. C’è una tendenza a colpire i controllori, quei pochi rimasti.

Ogni tanto viene da rimpiangere il sistema di Tangentopoli, il sistema in cui bisognava andare a pagare un giudice a Roma per ottenere sentenze di comodo. Io ho l’impressione che le cose che una volta si facevano a pagamento, ci sia molta gente che oggi fa anche gratis: per piaggeria, o per timore. Diceva prima Umberto Ambrosoli, citando il papà, che il giudice dovrebbe decidere sine spe ac metu: qui la spe e il metu sono all’ordine del giorno. Sanno benissimo i giudici cosa possono sperare se fanno una sentenza favorevole a un potente e cosa devono temere se la fanno sfavorevole. Intanto cominciano a pedinarti, persino dal barbiere, se fai una sentenza sgradita. Ma devo dire, c’è da rimpiangere il tempo in cui i controllori bisognava comprarseli, perché almeno voleva dire che c’erano dei controllori.

Il sistema di Tangentopoli è sempre più sostituito dal sistema del conflitto di interessi, che prevede l’identità tra il controllore e il controllato. Sono diventati proprio la stessa persona, per cui fai anche difficoltà a dover pagare il controllore, perché sei tu – chi paghi? Fai un giroconto? (risate) Il sistema del conflitto di interessi ha reso quasi superflua la mazzetta con la valigetta, peraltro ancora in voga dalle parti di Ceppaloni, come abbiamo visto (risate), dove si amano sistemi più antichi. I controllori che ci sono stati in questi anni sono stati massacrati, pensate soltanto alla guerra che dura da quindici anni contro la magistratura milanese ma anche contro la magistratura siciliana. Pensate all’attacco contro la Corte Costituzionale, dove si sono trovati per fortuna nove giudici su quindici, non tutti, nove su quindici, che controllando e confrontando l’art. 3 della Costituzione con il Lodo Alfano hanno visto che le due cose non erano compatibili. Non potendo abolire la Costituzione perché non era in sintonia con il Lodo Alfano, hanno poi deciso di abolire il Lodo Alfano perché non era in sintonia con la Costituzione. Meno male, perché sei invece avrebbero fatto il contrario: se la Costituzione non è in sintonia con il Lodo Alfano, è sbagliata la Costituzione. Due erano anche andati a
cena con l’autore del Lodo Alfano e con l’utilizzatore finale del Lodo Alfano, (applausi) e hanno votato. Ma c’è stata guerra agli altri nove, perché purtroppo sono controllori che controllano. Pensate ai casi De Magistris, Forleo, ai pm di Salerno, pensate al caso Genchi: sono tutti controllori che hanno fatto il loro dovere e sono stati spazzati via, spesso fucilati alla schiena.

Nelle ultime due puntate di Annozero, a un certo punto, si sono sentiti degli strani discorsi: uno è questo: “Ma è evidente che non è vero che Berlusconi ha promesso alla signora Patrizia di sistemarle una pratica edilizia, perché lo sanno tutti che la pratica edilizia sta a Bari e a Bari governa la sinistra, e mai il sindaco di Bari avrebbe sistemato la pratica su richiesta di Berlusconi”. Risposta del sindaco di Bari: “Ma io sono il sindaco di Bari, non sono il sindaco della sinistra. Se la pratica edilizia ha il diritto di essere sistemata, io la sistemo anche se chi me lo chiede è uno di destra.” Vi sembra così strano? Gli altri lo guardavano come si guarda un marziano. La settimana dopo, Curzio Maltese ha dovuto ricordare la stessa cosa ad Annozero quando – si stava parlando della “guerra fra i giornali” – ha detto: “Ma io faccio il giornalista, non sono mica il rappresentante del mio editore. Io ho un editore ma faccio il giornalista. Quando scrivo della sinistra dico quello che penso della sinistra, quando scrivo della destra dico quello che penso della destra, e di solito scrivo delle cose pessime sia quando scrivo della destra che quando scrivo della sinistra, anche se il mio editore – che peraltro non mi ha mai detto cosa devo scrivere – la pensa diversamente”. Lo guardavano così.

Ormai, l’esistenza di figure terze, di figure indipendenti e – in definitiva – l’esistenza di uno Stato che ti dà quello che ti deve, non perché glielo chiedi prostituendoti ma perché ti è dovuto come un diritto, è completamente fuori dall’orizzonte di moltissime persone. Questo, secondo me, spiega per quale motivo, oltre a non vedersi nessuno ai funerali di Ambrosoli, Ambrosoli sia così poco conosciuto in Italia. Spiega perché, quando si parla di vittime di errori giudiziari, si parla sempre di Andreotti – che in realtà, come abbiamo detto, l’ha fatta franca e non c’era alcun errore giudiziario – e non si parla mai di Baffi e Sarcinelli, che furono vittime non di un errore giudiziario ma di un complotto giudiziario! Cioè di un errore voluto, doloso – i famosi errori voluti per i quali i magistrati dovrebbero pagare, perché per legge è già previsto.

Oggi c’è però un surplus, che l’altro giorno segnalava Barbara Spinelli sul “Fatto Quotidiano”: l’esistenza di leggi che legalizzano l’illegalità non solo rende superata la figura del controllore – perché che cosa controlli a fare se l’illegalità è legalizzata per legge? – ma mette in discussione proprio l’esistenza dello Stato. Per cui, invece di continuare a fare dibattiti sul popolo e sul consenso, bisognerebbe cominciare a parlare di che cosa è diventato lo Stato, svuotato dall’interno proprio della sua spina dorsale, cioè del principio di legalità con la progressiva legalizzazione dell’illegalità. Io penso, per esempio, al fatto che da noi il falso in bilancio è autorizzato. Non è stato abrogato: c’è una teorica possibilità di punirlo, ma c’è una pratica impossibilità di processarlo perché si prescrive quasi prima ancora di venire commesso. Non è ancora obbligatorio, ma lo diventerà presto anche perché chi non falsifica bilanci in uno Stato di questo genere fa anche una brutta figura rispetto agli altri. Ora abbiamo una terza versione di scudo fiscale: se lo facevano scrivere a Totò Riina probabilmente lo faceva meno putrido di quello che è venuto fuori. E’ uno scudo fiscale anonimo, che ricicla il denaro sporco, imponendo un misero pizzo del 5% a uno che per riciclare i suoi soldi prima doveva spendere almeno il 50%, dal momento che i canali criminali del riciclaggio ti chiedono 50 indietro ogni 100 euro che gli dai da ripulire. Da noi invece lo Stato ricicla meglio, lava più bianco e chiede di meno. Non ti chiede nemmeno come ti chiami. Non ti chiede nemmeno come li hai fatti quei soldi. Anzi, ti rilascia la dichiarazione, in modo che tu, in caso di controlli della guardia di finanza, possa dire: “mi manda lo scudo, mi manda Tremonti”. Non c’è più nemmeno l’obbligo delle dichiarazioni antiriciclaggio da parte delle banche, possono farle ma anche non farle: e perché rompere le scatole al cliente che ti ha appena portato un valigione di soldi, magari direttamente da Corleone, perché non bisogna nemmeno dimostrare di averli avuti all’estero, come fai a sapere se arrivano dall’estero o arrivano da Corleone? In più, alle Procure della Repubblica hanno tolto la password per accedere all’anagrafe tributaria per controllare i movimenti dei capitali, quindi mentre inseriscono il virus nel sistema con lo scudo fiscale disinnescano l’antivirus.

Allora, io penso che convegni come questo non solo ci aiutano a ricordare delle grandi figure, ma sono dei momenti in cui si può coltivare quello che Gherardo Colombo ha chiamato in un suo splendido libro “il vizio della memoria”. Non soltanto perché è giusto ricordare di quali lacrime e di quali rivoli di sangue è lastricata la nostra storia della Repubblica prima e seconda, ma anche per ricordarci che, pur tra questi lutti e questi scandali, ci sono state delle persone – italianissime – che anche in un Paese come il nostro hanno semplicemente fatto il loro dovere.

Grazie.

(9 dicembre 2009)

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