Marx, Rousseau e il referendum di domenica
Angelo Cannatà
Non è più come una volta, certo, ma capita ancora di sentire frammenti di conversazione davanti all’edicola comprando il giornale. Ieri, per esempio.
– Ma che razza di dirigenti abbiamo…
– Che vuoi dire?
– Il Pd è irriconoscibile, il segretario incita all’astensione, a boicottare il referendum…
– Come Craxi che invitava ad andare al mare.
– Ricordo lo sdegno, i discorsi sul “diritto-dovere” del voto, sull’importanza che la società civile si esprima, partecipi…
– L’invito di Renzi è irricevibile ma anche la posizione di Bersani e D’Alema è assurda.
– Loro almeno spingono verso il voto.
– Ma difendono le ragioni del “No”. Insomma, per molti dirigenti del partito, i militanti dovrebbero disertare le urne (come i craxiani), o votare secondo gli interessi dei petrolieri.
– Non è una bella alternativa. Di Napolitano non dico, sta sempre dalla parte sbagliata.
– Io farò come, se fosse vivo, indicherebbe Berlinguer: innanzitutto il voto; quanto al merito, difesa dell’ambiente, ecologia, natura, tutela della salute… Può un leader di sinistra, oggi, ignorare questi valori?
Le ultime battute mi hanno colpito. La prima parte del ragionamento era scontata, con l’accostamento di Renzi a Craxi. Eccetera. Le battute finali contenevano, invece, un di più, qualcosa che i due dialoganti intuivano d’istinto.
Insomma. I partiti hanno radici. Un’origine lontana che è bene non dimenticare. Il Pci e Marx. Certo. Ma anche “Marx e Rousseau” (indimenticabile il saggio di Galvano della Volpe). Voglio dire che l’autore del Discorso sull’origine e i fondamenti dell’ineguaglianza fra gli uomini è uno dei padri della sinistra europea. Di più. Rousseau è all’origine di una sensibilità ecologica moderna con la sua attenzione alla natura; la critica alla società della tecnica trova, nelle sue pagine, prima ancora che in Marx, parole profetiche. Essere di sinistra significa, anche, non ignorare le radici e le ragioni per le quali si sono combattute – per decenni – certe battaglie. Le idee vanno adeguate ai tempi e non è più l’epoca delle lotte per “l’abolizione della proprietà privata”. Vero. Ciò detto chiediamoci, però, se spingere il revisionismo oltre certi limiti, fino a sostituire l’ambiente, l’ecologia, la natura, la salute – difesi dal “Sì” al referendum – col petrolio, il profitto e l’interesse dei petrolieri, sia davvero sopportabile. Intendo: sopportabile per un partito che voglia essere (non solo dirsi) di sinistra.
Quando Marx parlava di una società senza classi, senza Stato, senza proprietà privata si muoveva, non c’è dubbio, nei cieli dell’utopia. Tesi superate. Occorre abbandonare (anche) l’idea di un mondo più equo e solidale che esse esprimevano? Nel referendum sulle trivelle, domenica, occorre votare “Sì”. Perché la “logica del profitto” non è il solo modo di guardare il mondo. Questo ho letto nelle parole dei vecchi militanti davanti all’edicola, ieri.
(16 aprile 2016)
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