Maurizio De Luca, un professionista che non faceva sconti a nessuno
Giovanni Valentini
, da Il Mattino di Padova
Nel suo lavoro di giornalista, Maurizio De Luca non faceva sconti a nessuno. Non li faceva ai mafiosi, ai piduisti, ai tangentisti, ai corrotti e ai corruttori. Né ai politici, di ogni parte e colore. Ma non li faceva neppure ai suoi colleghi né tantomeno ai suoi direttori, come posso testimoniare personalmente avendo lavorato insieme a lui per sette anni a “L’Espresso” e avendolo nominato vicedirettore sul campo. Era un giornalista rigoroso e inflessibile. In tanti anni non aveva mai perso il gusto di indagare e di raccontare, con quella passione così rara per il giornalismo investigativo di cui oggi si lamenta la mancanza. Un giornalismo inteso come “contropotere”, come controllo del potere costituito e dei poteri occulti. De Luca osservava – appunto – il rigore del magistrato inquirente e l’inflessibilità del giudice. A cavallo delle vicende giudiziarie e di quelle politiche, il suo impegno puntava sempre alla ricerca della verità, anche quella più scomoda, nella convinzione di adempiere a un servizio civile nell’interesse dei lettori. In questo senso, era un giornalista “passionale”. Un professionista che prendeva a cuore gli aspetti più controversi della cronaca e della realtà, per farsene carico come testimone e interprete privilegiato. E nelle stesso tempo, era scrupoloso e severo con se stesso e con tutti gli altri.
Maurizio era anche un uomo saggio ed equilibrato. Gestiva con imparzialità i rapporti con i colleghi, anche quelli più giovani, sempre prodigo di consigli e suggerimenti. Ma non si tirava indietro di fronte alle difficoltà, ai dissensi o alle divergenze, senza perdere la disponibilità a ragionare, a confrontarsi, con l’onestà e il coraggio delle proprie opinioni. Aveva il pregio, e forse il difetto, di credere fin troppo nel nostro lavoro. Non mollava mai. Una volta imboccata una pista investigativa, non rinunciava ad approfondire e verificare le fonti, i documenti, le testimonianze e le prove, con la tenacia al limite dell’ostinazione dei giornalisti di razza. Non si accontentava delle versioni ufficiali né delle ricostruzioni di comodo: anzi, le rifuggiva per smontarle e rimontarle con gli attrezzi della ragione e della critica.
Ce ci legava non propriamente un rapporto d’amicizia, ma piuttosto di rispetto reciproco e di lealtà. Anche nella diversità di opinioni, sapevamo di essere dalla stessa parte: quella di chi cerca la verità e non sempre riesce a trovarla.
L’ultima volta l’ho sentito al telefono qualche mese fa. Mi chiamò per stabilire un contatto fra me e il magistrato Giovanni Palombarini, uno dei fondatori di Magistratura democratica, che voleva intervistarmi sul periodo turbolento di Autonomia operaia e sulla mia esperienza a Padova, tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80. È stata un’occasione per tornare indietro con la memoria a uno dei periodi più intensi e impegnativi della mia carriera. E quando uscirà quell’intervista, in un libro di una collana curata dallo storico Mario Isnenghi, sarà l’ultimo ricordo di un collega con il quale ho condiviso un’altra stagione di grandi battaglie e speranze civili.
(7 maggio 2014)
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