Michael Walzer: “L’intervento in Libia è un errore”
Roberto Festa intervista Michael Walzer, da Repubblica
«L’attacco alla Libia è un errore, in nessun modo giustificato dalle regole dell’intervento umanitario». Da anni Michael Walzer, filosofo della politica con base all’Institute for Advanced Study di Princeton, studia i fili complessi che legano uso della violenza, potere e morale. In un celebre libro degli anni Settanta, Guerre giuste e ingiuste, ha spiegato perché l’intervento in Vietnam era "ingiusto", mentre la Seconda guerra mondiale era "giusta". Nel caso dei raid alleati in Libia, gli sembra che ci siano tutte le ragioni per definirli «un errore, politico e morale, che si concluderà con un probabile bagno di sangue».
Michael Walzer, perché l’intervento in Libia è un errore?
«Per diverse ragioni. Anzitutto, non sono chiari gli obiettivi dell’attacco. Si vuole cacciare Gheddafi? Oppure si cerca di sostenere militarmente la rivolta? O ancora, più semplicemente, si vuole applicare il cessate il fuoco? L’entità delle bombe alleate scaricate sulla Libia lascia intendere che il vero obiettivo è eliminare il tiranno. Senza un intervento di terra, al momento improbabile, sarà però molto difficile. E così gli alleati si trovano di fronte due strade, entrambe pericolose. O riescono a riportare in vita una rivolta ormai sconfitta sul campo; ciò che condurrebbe a una lunga e sanguinosa guerra civile. Oppure ce la fanno a imporre il cessate il fuoco; ma in questo caso Gheddafi resterà padrone di gran parte della Libia. Sono, appunto, esiti per nulla augurabili».
Eppure, in questo caso, c’era la possibilità che Gheddafi scatenasse una feroce repressione contro l’opposizione nelle città riconquistate.
«Ecco, appunto, una repressione, non un massacro, o un genocidio. Una repressione dell’opposizione libica sarebbe stata un fatto drammatico, tragico. Ma purtroppo, non spetta alla comunità internazionale intervenire ogni volta che una rivolta democratica non raggiunge i suoi obiettivi. Altrimenti, si dovrebbe intervenire continuamente, ovunque, e questo non è politicamente e moralmente opportuno. La prima regola dell’interventismo democratico è quella di non cercare di riportare in vita un movimento di opposizione che non ce la fa a sostenere i suoi obiettivi, autonomamente, sul campo».
Quando è invece necessario, e giusto, intervenire militarmente? Quando la guerra è "umanitaria"?
«È facile fare alcuni esempi. Era giusto intervenire di fronte ai "campi della morte" dei Khmer Rossi in Cambogia. Era giusto intervenire in Ruanda o nel Darfur. Niente di quello che sta succedendo oggi in Libia è lontanamente comparabile a quanto accaduto in quei paesi».
È l’entità del massacro che giustifica la "guerra umanitaria"?
«Mettiamola così. La "guerra umanitaria" è quella che salva centinaia di migliaia di persone da morte sicura. Anche la "guerra umanitaria", sarebbe ipocrita negarlo, produce danni collaterali e mette a rischio le vite degli innocenti. Ma una guerra umanitaria ferma un massacro, e quindi salva molte più vite di quante ne mette a rischio».
Quindi la "guerra umanitaria" è slegata da motivazioni politiche?
«Non lo è nel caso di un movimento che metta a rischio la stabilità del mondo, come nel caso del fascismo nella Seconda guerra mondiale. Ma nel caso della Libia, Gheddafi non attaccava o minacciava nessuno, all’esterno. Lo ripeto. Solo un clamoroso disastro umanitario può giustificare un intervento. La "guerra umanitaria" non si fa in presenza di una repressione, sia pure sanguinosa. Né la si fa per favorire un regime change, o per disfarsi di un tiranno».
(24 marzo 2011)
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