Michele Riondino (“il giovane Montalbano”), cittadino di Taranto, risponde a due “amache” di Michele Serra
Michele Riondino
, da facebook.com/MicheleRiondinoOfficial
Gentile Michele Serra, sono anni che la seguo. Mi piace il suo modo di scrivere, la sua ironia, il sarcasmo che spesso usa per descrivere paradossi e contraddizioni; ammiro molto la sua capacità di ridurre in pochissime battute ciò che pensa delle tragicommedie italiane. Consideri che la sua "amaca" è il primo pezzo de La Repubblica che leggo ogni giorno, da diversi anni a questa parte. Non posso fare a meno di notare tuttavia quanto poco lei sappia della questione ambientale a Taranto, e Il 3 (o forse il 4) agosto di due anni fa ne ebbi la prima conferma. Nell’ "amaca" di quel giorno lei sosteneva che un gruppo di facinorosi ultrà aveva interrotto in modo violento e antidemocratico un comizio dei sindacati che, riunitisi in piazza della Vittoria, intendevano parlare ai lavoratori; quegli stessi lavoratori che stavano vivendo i primi momenti di tensione tra la dirigenza Ilva e la Procura di Taranto. Disse che non si poteva dar credito ad un gruppo di violenti che intendevano imporre la propria voce su quella di chi, per statuto, era delegato a parlare. Gentilissimo Signor Serra, lei ignorava che tra quei facinorosi c’erano liberi cittadini, studenti, medici, malati e anche operai. Si fece ingannare dai loro modi, perché evidentemente non sapeva che una delegazione di quei cittadini e lavoratori liberi e pensanti aveva chiesto in maniera del tutto democratica di poter parlare da quel palco. Quei "facinorosi" volevano confrontarsi con le tre sigle sindacali che, nel corso degli anni, nulla avevano fatto per difendere i loro diritti: come risposta ottennero un categorico rifiuto. L’occupazione di quella piazza fu un atto spontaneo e, se permette, anche dovuto; non ci fu violenza e i segretari confederali preferirono la fuga al confronto.
Da allora, quei cittadini e quei lavoratori hanno cominciato un percorso di lotta non violento che chiaramente non è stato mai preso sul serio; ma si sa: in Italia se non volano sanpietrini o molotov, se non si provoca nessuna carica della polizia, è difficile che qualcuno si impegni a dar voce al dissenso. Oggi, leggendo la sua "amaca" (questa volta non più come primo pezzo della giornata), scopro che lei poco sa anche di Antonia Battaglia, donna tarantina impegnata in politica e nella difesa dei diritti fondamentali, quelli legati all’esistenza e alla possibilità di respirare aria invece che diossina. Lei le dà della ottusa pacifista e le addossa la responsabilità di frantumare quel poco di sinistra che è rimasto nel Paese e nel nascente movimento europeo di Tsipras. Ci tengo a farle notare che gli atti della signora Battaglia seguono esclusivamente la logica della coerenza; questa donna, infatti, rappresenta una collettività che proprio nel suo impegno politico ripone le ultime speranze. È, fuori d’ogni dubbio, impossibile, come la stessa Battaglia afferma, sedersi accanto a chi fino ad oggi ha rifiutato ogni tipo di responsabilità nella questione ambientale a Taranto; a chi ha deriso un giornalista che, nell’esercizio della sua funzione, si è visto strappare di mano il microfono da un alto dirigente Ilva; a chi non ha minimamente provato vergogna e, al contrario, ha sentito il bisogno di alzare la cornetta del telefono per congratularsi con l’autore di un gesto del genere, quello sì antidemocratico. Quello che lei rimprovera alla signora Antonia Battaglia è per me e per i miei concittadini solo ed esclusivamente motivo di orgoglio; Antonia sa che prima di tutto deve rendere conto al popolo che rappresenta, sa di credere nel proprio lavoro; e nella propria ferma volontà di risolvere un dramma che fa registrare giorno dopo giorno nuovi casi di tumori e leucemie. Chiudo questo breve appunto invitandola a visitare la mia città, magari il primo maggio "festa" dei lavoratori, e a constatare di persona che aria vi si respira e a incontrare, una volta per tutte, la rabbia di chi si sente impotente e ignorato da una sinistra che fa della giustizia sociale soltanto una bandiera sbiadita dietro cui nascondersi.
Ripubblichiamo due amache di Michele Serra, una da noi già ripresa, e un’intervento di Antonia Battaglia
L’AMACA di Michele Serra, da Repubblica, 12 marzo 2014
La Lista Tsipras pareva una decente idea per chi crede che la sola alternativa all’Europa prigioniera della contabilità sia un’Europa sociale e solidale. Non si era tenuto conto (almeno qui in Italia) della inesausta litigiosità di quella nebulosa pulviscolare di partitini, movimentini, associazioncine, pensatrici e pensatori single che compongono la sedicente “area dell’alternativa”. Una signora pugliese (portavoce di un imprecisato numero di “associazioni pacifiste”, si spera d’accordo tra loro) si è molto adirata per la presenza in lista di altri pugliesi a lei sgraditi, appartenenti a Sel.
Con tutto il rispetto per la Puglia e per i suoi trulli, la disputa non appare esattamente di respiro europeo. Ma fare ripiombare nel minuscolo, nella bega personale, nella gomitata al vicino di posto ogni questione di qualche respiro e di qualche nobiltà; e ridurla, dunque, a una stizzita contesa tra una manciata di persone; questa è, da sempre, la vera specialità della sinistra, e in modo speciale della sinistra “antagonista” o “alternativa”, da generazioni divisa in fazioni e vicefazioni la cui epifania consiste nell’azzannarsi vicendevolmente a morte. La delegazione pugliese chiederà funerali separati.
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Caro Michele Serra, quella che lei banalizza come "disputa" é una scelta etica che non avrei dovuto compiere io da candidata ma che avrebbe dovuto compiere la Lista Tsipras.
Mi rendo conto che lei non conosce Taranto, da come scrive, da come cataloga la questione e da come banalizza.
La Puglia, la informo, non è solo i trulli e le orecchiette con le cime di rapa ma anche una città che, grazie ai colpi di mannaia dati da tutti i partiti nel tempo, sta morendo.
La nebulosa pulviscolare in cui lei mette associazioni, pensatrici e pensatori é la sola arma di resistenza che città distrutte dalla politica – che lei difende -, hanno.
Noi siamo già in Europa, ci siamo andati da soli auto-organizzandoci tramite le associazioni.
Le ricordo che, per andare in Europa, si deve pur passare da Roma perché la Lista parte dall’Italia e deve portare in Europa la politica italiana.
Antonia Battaglia
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L’AMACA di Michele Serra, da Repubblica, 15 marzo 2014
Merita un ritocco la polemica tra l’Amaca e Antonia Battaglia, in prima fila nelle lotte di Taranto ferita a morte dall’Ilva. Riassumo: Battaglia era candidata per Lista Tsipras; ha ritirato la candidatura perché in lista c’erano due esponenti di Sel, partito che considera corresponsabile del disastro Ilva; ho scritto — forse con tono irridente, e me ne scuso — che “azzannarsi vicendevolmente a morte” sembra essere il solo vero scopo della “sinistra alternativa”; Battaglia si è risentita, accusandomi di “non conoscere Taranto, città distrutta dalla politica che Serra difende”. Il punto sta nella parola “politica”. Candidarsi, sia pure in una lista “della società civile”, è un atto squisitamente politico. La lista, per altro, prende il nome da un politico, addirittura segretario di partito, Alexis Tsipras. Non io, dunque, ma Battaglia, che ha più coraggio di me, “difende la politica” candidandosi (con Tsipras) al Parlamento europeo. La mia opinione è che
la difenderebbe ancora meglio accettando, della politica, anche le inevitabili approssimazioni e imperfezioni: tra le quali la presenza dei marxisti di Sel nella lista del marxista Tsipras non mi pare — malgrado Taranto — un così stravagante oltraggio.
(15 marzo 2014)
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