Monti e il trentennio liberista

Roberto Petrini

, da repubblica.it, 9 gennaio 2012

Chi si fosse aspettato il gergo grossolano del liberismo radicale, può catalogarsi direttamente tra i delusi. Il linguaggio dell’ex presidente della Bocconi, Mario Monti, resta ancorato alla sua cultura di sempre: la solida economia sociale di mercato, la terza via tra liberismo e statalismo.

Pochi la conoscono, perché lo studio della storia del pensiero economico difetta nel nostro paese preso dalle risse ideologiche, ma nomi come Wilheim Ropke, ovvero l’Einaudi tedesco, erano ben noti a Guido Carli e a buona parte della cultura "moderata" italiana. La sostanza è il cosiddetto "liberalismo delle regole": il compito dello Stato è quello di assicurare al mercato la possibilità di operare, a fini egalitari si potrebbe dire. Così Monti evoca il "disarmo multilaterale delle corporazioni" o delle "confraternite" come diceva Carli stesso. Così giustifica la ricchezza a condizione che venga dal "merito", dallo "sforzo produttivo" e dal "talento" e non si formi sulla rendita, cioè sulle spalle di chi non è "abbastanza forte" per opporsi a trust, monopoli e corporazioni.

Così l’analisi della grande crisi scoppiata nel 2007, fatta da Monti nel suo intervento da Fabio Fazio a "Che tempo che fa", non ha nulla delle letture compiute dal mercatismo radicale. Anzi Monti, dopo aver stigmatizzato lo statalismo e il dirigismo degli Anni Sessanta-Settanta, ha puntato l’indice direttamente sulla coppia più invisa alla sinistra degli ultimi trent’anni, Thatcher e Reagan. Ai quei tempi, ha detto il Professore, c’è stato un eccesso: il mercato è stato concepito "quasi come una divinità", la finanza è stata interpretata come una "entità a se stante" e la politica si è "genuflessa" di fronte a lei, le regole, "non sono state rispettate e non sono state fatte".

E’ in questa fase, che si è prolungata fino al 2007 – ha detto Monti – che è nata la grande crisi finanziaria, negli Usa e nel settore privato. Ora la finanza deve risarcire. E qui entra ancora la storia degli economisti: Mario Monti, con discontinuità rispetto a Berlusconi, schiera l’Italia a favore della Tobin Tax, la tassa dello 0,1 per cento su tutte le transazioni finanziarie. Non a caso "parto" del premio Nobel di cui Monti è stato allievo. Teoria e prassi tornano, per nostra fortuna, in sintonia.

(9 gennaio 2012)

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