Monti, la crisi e il consenso
Francesca De Benedetti
Crisi è, se vi pare: non solo sui fatti ma anche sulle parole si gioca la partita politica, perché anche sulle rappresentazioni si impernia la costruzione del consenso. Lo sapeva bene Berlusconi e, la cosa non sorprenda, dimostra di saperlo bene anche il governo Monti. Tra il “non vedo” di Berlusconi e il “vedo” di Monti, infatti, la distanza tra politici tout court e sedicenti tecnici si rivela sempre più fragile. “Non vedo” la crisi: è Berlusconi nel 2011 a liquidare gli sviluppi economici nel Belpaese osservando che in fin dei conti i ristoranti sono belli pieni e affollati. “Vedo” l’uscita dalla crisi: è stavolta Monti in agosto a pronosticare la fine di una crisi che pochi mesi prima è stata la principale fonte di legittimazione del governo “tecnico”. E’ davvero la luce in fondo al tunnel quella che Monti vede, o è piuttosto un treno pronto a travolgere chi nel tunnel si trova? Una domanda che almeno qualche disegnatore satirico si è posto e ha posto. Un interrogativo che altri preferiscono invece non sottolineare, come dimostra l’assordante silenzio con cui la stampa italiana mainstream ha accolto le recenti ed eclatanti manifestazioni di dissenso in Spagna e Grecia, attribuendogli scarsa rilevanza nell’agenda setting. Ma come tra economia reale e economia virtuale, anche nel caso della costruzione del consenso le rappresentazioni sono determinanti almeno quanto la sostanza reale che c’è dietro. Perciò è utile registrare il salto interpretativo avviato di recente da Monti, e con lui da alcuni editorialisti, in favore di una visione ottimistica del presente.
In principio fu l’emergenza: lo scorso autunno, e a novembre in particolare, i media mainstream costruirono quel frame interpretativo secondo cui la criticità economico-politica del momento assumeva i tratti di emergenza nazionale. E come quando la nazione è in guerra, l’emergenza richiedeva la sospensione del normale regime politico a favore di una convergenza unitaria su un governo tecnico di salvezza nazionale. Numerosi editoriali interpretavano e proponevano, pur con diverse declinazioni, questa stessa interpretazione del contesto in cui il Paese si trovava, e anche della soluzione per uscirne. La visione cambiò radicalmente, dalle pizzerie affollate dell’era Berlusconi e dalla crisi negata, fino alla crisi enunciata, ribadita, esasperata evocando il consenso compatto della nazione sul possibile uomo della salvezza, Mario Monti. Successivamente l’epifania del salvatore Monti ha preso sempre più forma parallelamente alle politiche di taglio liberista a cui ha aperto la strada: alla rappresentazione della crisi ha fatto seguito l’insistente rappresentazione mediatica di un capo di governo capace di sedurre i governi e soprattutto i mercati. Esemplare a riguardo è la rappresentazione che i principali quotidiani hanno offerto di uno dei viaggi di Monti negli Stati Uniti. Se a dicembre la legittimità del governo Monti si basava sulla sua presunta capacità di traghettare l’Italia fuori da una crisi economica, a febbraio gli elogi al premier si costruivano sulla sua capacità di “sedurre” i mercati e perfino (parola di alcuni) di “vendere” il sistema – Paese. In un connubio sempre più stretto tra finanza, politica e media, dopo “Salva Italia” e “Cresci Italia” i quotidiani italiani battezzavano implicitamente il “Vendi Italia”.
Gli sviluppi più recenti segnalano una ulteriore evoluzione, che coincide con la fase in cui si delineano gli assetti di coalizione per le prossime elezioni, fino alla recente dichiarazione di disponibilità di Monti a rispondere a una seconda chiamata al governo. Ad agosto il premier, e con lui in coro il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera, dichiarava anzi vedeva l’uscita dalla crisi. “Vedo anch’io l’uscita dalla crisi, dipende da noi”, confermava Passera profondendo a sua volta ottimismo. Una visione a tratti surreale se confrontata con i dati, a cominciare da quelli di Bankitalia che in estate registrava nel corso di un solo mese un aumento del debito pubblico per 17 miliardi di euro. “Gli italiani, pur sottoposti a un trattamento molto incisivo e pesante di misure, stanno dimostrando di non essere particolarmente ostili a chi ha dovuto persuaderli che fossero nel loro interesse di lungo periodo", ha proseguito il premier ad autunno iniziato, consapevole di un pil in decrescita e di un consenso che risente delle riforme tra cui quella del lavoro, ma ostentando fiducia nel futuro. Parole rasserenanti che stridono con la situazione sociale italiana, drammatica anche secondo il recente rapporto della Commissione europea che ci vede scendere dalla posizione 13 alla 23 in una graduatoria fra Paesi europei tutti comunque provati. Disoccupazione, difficoltà economica delle famiglie, panorama industriale in declino dovranno però fare i conti con il peso delle parole: queste più di altro costruiscono il consenso, almeno nell’immediato. Nel frattempo fatti e rappresentazioni mediatiche ancora una volta stridono.
(3 ottobre 2012)
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