Mori e De Caprio, assolti per aver trattato con la mafia

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di Sandro Provvisionato, da lavocedellevoci.it

Nello scorso numero di questa rubrica, grazie alle preziose quanto oscurate rivelazioni di Nicola Biondo sull’Unità, abbiamo scritto delle nuove, inquietanti acquisizioni della magistratura palermitana sulla cattura di Totò Riina. Secondo Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, l’arresto del boss dei boss, avvenuta il 15 gennaio 1993, altro non fu che una sceneggiata, perchè in realtà Zu Totò fu consegnato ai carabinieri da Bernardo Provenzano, l’altro capo di Cosa nostra, che così si garantì altri 13 anni di assoluta impunità e di latitanza protetta.

Questa importante ricostruzione di quello che fino a ieri era da considerare come uno degli episodi chiave nella storia della lotta alla mafia, purtroppo non solo ridimensiona l’effettiva portata dell’azione dell’antimafia almeno negli anni Novanta, ma getta una luce di sospetto sui retroscena di quella cattura e soprattutto di cosa effettivamente la mafia ebbe in cambio per una simile collaborazione. E ancora conferma il sospetto che aleggia sull’azione di Cosa nostra fin dai tempi delle stragi terroristiche del maggio-luglio 1992: e cioè che dopo le bombe e le autobombe che eliminarono Falcone, Borsellino e altre dieci persone, una vera e propria trattativa si sia aperta tra la mafia e lo Stato italiano.

Nello scorso numero abbiamo citato un processo molto delicato che si svolse tra il 3 maggio 2005 e il 20 febbraio 2006. Un processo chiave. Accusati di favoreggiamento a Cosa nostra finirono alla sbarra due imputati eccellenti: Mario Mori, all’epoca dei fatti comandante del Ros dei carabinieri di Palermo, poi diventato generale e quindi prefetto come direttore del Sisde, e il tenente colonnello Sergio De Caprio, colui che materialmente ammanettò Riina, il leggendario "capitano Ultimo" che meritò non solo onori, ma anche una fiction televisiva. L’accusa? Aver ritardato di ben 18 giorni la perquisizione della villa in cui il capo dei capi di Cosa nostra aveva vissuto, consentendo nei fatti che un manipolo di picciotti ripulisse completamente quella residenza, arrivando persino a smurare una cassaforte. Cosa c’era di tanto importante nella villa-covo?

A scanso di equivoci e per completezza, diciamo subito che entrambi gli ufficiali dei carabinieri sono stati assolti "perchè il fatto non costituisce reato". In altre parole il tribunale di Palermo ha stabilito, come è scritto nelle 150 pagine delle motivazioni, che non c’era stato dolo nell’azione dei due ufficiali del Ros, anche se si fa preciso riferimento a una trattativa e ai colloqui tra Mori e l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, definiti "iniziative spregiudicate".

Ancor più interessante è ripercorrere, anche se sommariamente, i passaggi di quel dibattimento che giunse in aula 12 anni dopo i fatti e dopo ben tre richieste di archiviazione da parte della procura di Palermo. E dopo che Mori, per due volte, e una volta De Caprio, persero cause per diffamazione intentate contro i giornalisti Attilio Bolzoni di Repubblica e Saverio Lodato dell’Unità che avanzavano sospetti proprio su quella mancata perquisizione.

Il processo contro i due ufficiali dei carabinieri si apre il 3 maggio 2005 davanti ai giudici della terza sezione del tribunale di Palermo. Sostengono l’accusa i pm Antonio Ingroia e Michele Prestipino. Proprio nella prima udienza, a sorpresa, viene chiamata a testimoniare la "pentita" Giusi Vitale la quale afferma: "Se si fosse fatta la perquisizione nella villa di Totò Riina dopo il suo arresto ci sarebbe stato il finimondo". Secondo la Vitale, all’interno della villa del capo di Cosa Nostra "c’erano documenti che avrebbero potuto rovinare uno Stato intero". La "collaboratrice" riferisce anche di avere appreso dal fratello Vito, capo della cosca di Partinico, che la mancata perquisizione del covo di Riina venne considerata un "bene" da Cosa nostra, in quanto all’interno dell’appartamento erano custoditi "numerosi documenti ritenuti imbarazzanti per diversi uomini delle istituzioni".

Nell’udienza del 26 settembre è il magistrato Luigi Patronaggio a gettare nuova luce sulla vicenda. Interrogato dalla corte, Patronaggio spiega che i carabinieri erano pronti ad intervenire nel residence di via Bernini, ma il capitano Ultimo chiese ed ottenne dall’allora colonnello Mario Mori di far bloccare dal procuratore Gian Carlo Caselli il blitz che stava per scattare.
"Fui avvisato dell’arresto di Riina – racconta Patronaggio – direttamente da Caselli che aveva ricevuto una telefonata dai carabinieri del Ros con i quali era in contatto diretto. Caselli ha gestito tutta l’operazione, ed era solo lui quello che aveva rapporti con Mori e De Caprio e tutti quelli del Ros. Quando Caselli mi disse di non effettuare la perquisizione, mi spiegò che la richiesta arrivava dal Ros e siccome c’era e c’è fiducia totale in De Caprio e Mori e l’indicazione proveniva da due operatori qualificati, non ho avuto nulla da obiettare. Caselli mi parlò di mezzi tecnici di osservazione, facendomi intendere che la villa era sotto controllo".

Rispondendo alle domande del pm Ingroia, Patronaggio spiega ancora: "Credevo che il gruppo del capitano Ultimo in quelle ore stesse svolgendo altre attività operative". Inoltre la procura, dopo l’arresto di Riina, sollevò alcuni dubbi sull’attività svolta dai carabinieri del Ros guidati dal capitano Ultimo nell’ambito dell’attività che portò alla cattura del latitante: "Il filmato girato dal Ros davanti all’ingresso del residence in cui si vedeva uscire Riina, si fermava lo stesso giorno dell’arresto del latitante. Il video venne visionato allora dal collega Vittorio Teresi e anche lui, come noi, ha avuto delle perplessità, perchè ad un certo punto del pomeriggio del 15 gennaio la registrazione si interrompeva".

Nell’udienza del 3 ottobre tocca all’ex procuratore aggiunto Vittorio Aliquò, il quale aveva coordinato le indagini sulla cattura di Riina: "Eravamo a pranzo con gli ufficiali che si erano occupati dell’arresto. C’era molta concitazione. Le squadre erano pronte per raggiungere il covo, quando l’allora capitano De Caprio ci chiese, accoratamente, di aspettare. Sembrava sconvolto, ci disse che se avessimo perquisito la villa avremmo pregiudicato le indagini e che sarebbe stato meglio proseguire il servizio di osservazione (cominciato il giorno precedente alla cattura, ndr). Eravamo perplessi, ma stimavamo De Caprio, che era appoggiato anche dal suo comandante, e così decidemmo di attendere 48 ore. Per questo dicemmo a Patronaggio, che era il pm di turno e stava per andare ad eseguire la perquisizione con i militari, di rientrare, convinti che il servizio di osservazione avviato dai carabinieri continuasse".

I primi dubbi sulla presenza dell’attività di sorveglianza del covo i magistrati di Palermo li hanno quando apprendono che, nel frattempo, la moglie di Riina, Ninetta Bagarella, che insieme al boss aveva vissuto nel covo di via Bernini, aveva fatto rientro a Corleone con i suoi figli: "Ricevemmo una telefonata dal Comando Generale. Mi dissero che la Bagarella era tornata nella casa di Corleone. Chiedemmo conto a tutti gli ufficiali come avesse fatto ad uscire dal covo senza essere vista. Nessuno ci diede spiegazioni. Pensai: "come è possibile? Deve essere passata sotto al naso di qualcuno".

Dopo l’audizione di diversi "pentiti", si arriva al 7 novembre, giorno riservato alla deposizione dell’ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli il quale, rispondendo alle domande del pm Ingroia, aggiunge: "Non ho ricordi personali di quei periodi. Tutto c
iò che posso dire, anche per evitare strumentalizzazioni sulla mia persona, è legato alle note acquisite in questo dibattimento". Caselli, tuttavia, un ricordo personale lo riferisce. è legato al momento in cui entrò nella villa di Riina: "Ero molto arrabbiato, perchè qualcosa non era andata per il verso giusto. Ma soprattutto perchè a causa di questo fatto temevo il riesplodere della stagione dei veleni dentro e fuori il palazzo di giustizia di Palermo". E aggiunge: "La Procura era pronta alla perquisizione del complesso residenziale di via Bernini subito dopo l’arresto di Riina. Si decide di cambiare iter operativo su richiesta del Ros che suggerisce di far apparire l’arresto di Riina come fatto episodico per proseguire le indagini. Infine, la mancata comunicazione della sospensione delle attività di osservazione: un fatto, quest’ultimo, dettato da un equivoco, ma anche dall’autonomia decisionale data agli organi di polizia giudiziaria che stabilirono questa iniziativa senza comunicare nulla al nostro ufficio".

Il 13 febbraio 2006 è la volta dell’accusa, che chiede la assoluzione di Mori e De Caprio perchè non avrebbero intenzionalmente favorito la mafia. L’inizio della requisitoria dei pm è fulminante: "Questa vicenda, se avesse un colore, sarebbe il grigio: il bianco e il nero si confondono perchè ci sono stranezze, condotte incomprensibili e talune ombre che hanno minacciato di oscurare un’operazione di polizia così importante". Per giustificare la loro richiesta di assoluzione i magistrati della procura di Palermo sostengono che nel processo non vi è traccia di motivi o prove in grado di dimostrare che gli imputati volevano agevolare Cosa nostra. Il pm conclude la sua requisitoria sostenendo che i due imputati "dovrebbero chiedere scusa ai cittadini italiani". Nella sua replica il pm Ingroia introduce il concetto di "ragion di Stato", a cui aveva già fatto riferimento durante la requisitoria, sostenendo che ancor più dell’assoluzione, la prescrizione sarebbe stata la decisione "più adeguata e più giusta".

Il colpo di scena arriva quasi sul finale: Ingroia rivela ai giudici di avere ricevuto una lettera da parte dell’associazione familiari delle vittime della strage dei Georgofili di Firenze. "Chiedono se la perquisizione tempestiva del nascondiglio di Riina avrebbe potuto evitare le stragi del "93? è una domanda agghiacciante – conclude Ingroia – a cui questo processo non poteva dare una risposta, ma che pesa come un macigno".

Il 20 febbraio 2006 arriva la sentenza. Nelle motivazioni emergono però tanti buchi neri attorno alla mancata perquisizione del covo del capomafia. Secondo i giudici, l’istruttoria dibattimentale non ha chiarito il "lato oscuro" dell’arresto di Riina. E la linea difensiva dei due imputati "è confusa". Inoltre, la tesi di Ultimo, scrivono i magistrati, in cui lo stesso spiega il motivo per il quale aveva chiesto ed ottenuto dai magistrati il rinvio della perquisizione, "è contraddetta" da elementi pratici come il rinvenimento di "pizzini" addosso a Riina nel momento dell’arresto, e ciò avrebbe dovuto far intuire che il capomafia ne poteva avere altri in casa. Quindi la perquisizione doveva essere fatta senza rinvio.

"Il collegio – si legge nelle motivazioni della sentenza – ritiene di non poter condividere la prospettazione della pubblica accusa che, sulla base di imprecisate "ragioni di Stato", ha chiesto di affermare la penale responsabilità degli imputati per il reato di favoreggiamento aggravato, da dichiararsi ormai prescritto. Tali ragioni di Stato non potrebbero che consistere nella trattativa intrapresa dal colonnello Mori, con la consapevolezza, acquisita successivamente, da De Caprio: e dunque, lungi dall’escludere il dolo della circostanza aggravante, varrebbero proprio ad integrarlo, significando che gli imputati avrebbero agito volendo precisamente agevolare Cosa nostra, in ottemperanza al patto stipulato e cioè in esecuzione della controprestazione promessa per la consegna di Riina".

Per i magistrati, dunque, "la ragione di Stato verrebbe a costituire il movente dell’azione", e se fosse stato provato dall’accusa, sarebbe stato "capace non di escludere il dolo specifico, bensì di svelarlo e renderlo riconoscibile". "è palese – spiegano i giudici – che se vi fu ragione di Stato si intese pagare il prezzo dell’agevolazione, per il futuro, delle attività mafiose, pur di incassare l’arresto di Riina, con la piena configurabilità del favoreggiamento aggravato; ma se non vi fu, gli imputati devono andare esenti da responsabilità penale".

Di quale portata sia stata questa "ragion di Stato" invocata da Ingroia e non riconosciuta dal tribunale di Palermo, è un argomento di cui non sentiremo più parlare. Dal momento che nè la pubblica accusa, nè la difesa hanno fatto ricorso in appello, la sentenza di assoluzione di Mori e De Caprio è da ritenersi definitiva.

(19 ottobre 2009)

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