Nazisti per sempre. L’ultima caccia ai criminali di guerra
Guido Caldiron
Mentre nel nostro Paese fanno scalpore i casi Priebke e Stork, il Centro Simon Wiesenthal rilancia in Germania l’“Operazione last chance” chiedendo ai cittadini tedeschi di cooperare nella cattura degli ultimi gerarchi ancora ricercati, tutti ormai più che novantenni. Una corsa contro il tempo.
Hanno sempre detto di essere stati solo dei soldati, di aver semplicemente “ubbidito agli ordini”, di essere incappati quasi per caso in una delle tante tragedie che la storia della Seconda guerra mondiale ci ha lasciato in eredità. Quasi si trattasse di testimoni inconsapevoli e involontari del volto più terribile del Novecento. Da un passato fatto di orrori e di persecuzioni che in molti hanno cercato di occultare e ancora oggi si ostinano a negare contro ogni evidenza, i loro nomi e le loro biografie sono tornate ad abitare il nostro presente, con l’effetto di fermare, almeno per un istante, l’orologio del tempo e il suo inesorabile percorso.
Un’apparizione che sembra interrogarci sulla sorte toccata a tutti gli altri carnefici di allora, molti dei quali non hanno mai dovuto rispondere dei loro crimini. E questo, malgrado ci sia qualcuno che non ha mai smesso di dargli la caccia. Ora che la Storia è tornata a farsi cronaca, di questa ricerca senza fine è giusto che si torni a parlare per chiedersi quanti di questi zelanti burocrati del male siano ancora a piede libero.
Erich Priebke e Alfred Stork: gli assassini sono tra noi
Due combattenti del Terzo Reich, “ex nazisti” li definiscono le cronache, anche se il primo ha scelto di trasformare il suo commiato dalla vita in un manifesto del negazionismo della Shoah e in un atto di fede irriducibile nelle idee del Terzo Reich, mentre l’altro è rimasto fino ad ora nascosto dietro una vita normale che forse pensava fosse in grado di garantirgli l’impunità.
Erich Priebke e Alfred Stork, l’ex capitano delle Waffen Ss condannato all’ergastolo nel 1998 per la strage delle Fosse Ardeatine, 335 vittime, e morto a Roma due settimane fa dopo aver festeggiato il centesimo compleanno e il novantenne ex caporale del battaglione di Cacciatori di montagna della Wehrmacht che il Tribunale militare della Capitale ha riconosciuto nei giorni scorsi tra i colpevoli dell’eccidio di 129 ufficiali italiani compiuto nell’isola greca di Cefalonia nel 1943, condannandolo alla medesima pena, possono apparire a prima vista diversi, anche se le vicende di cui si sono resi protagonisti hanno finito per intrecciarsi in modo inestricabile. Fino a rendere le loro rispettive storie emblematiche del modo in cui i criminali di guerra nazisti hanno cercato di sottrarsi a lungo, e taluni cerchino di farlo ancora, alla giustizia.
Oggi, illuminate anche se solo per un istante proprio dalle vicende di Priebke e Stork, emergono inoltre responsabilità e complicità estese e il fatto che molti paesi continuino a fare con molta fatica i conti con il proprio passato più buio. L’ombra del nazismo sconfitto continua così a proiettarsi minacciosamente sul mondo nato dopo il 1945.
A Priebke, che aveva trovato rifugio fin dal 1948 oltre Oceano, nell’Argentina peronista, grazie alla ratlines, la potente rete gestita da ambienti della Chiesa cattolica, in particolare austriaci e croati, in contatto con i futuri servizi occidentali – e di cui il Vaticano, per il momento neppure Francesco, ha mai voluto parlare -, si arrivò quasi per caso nel 1994 in quel di San Carlos de Bariloche, paesino andino di stile bavarese popolato da una colonia tedesca e da diversi ex nazisti.
Sempre per caso, cercando dei documenti da utilizzare proprio nel “processo Priebke”, il Procuratore militare di Roma si imbatté quello stesso anno nell’“armadio della vergogna” dove erano stati occultati fin dal 1960 oltre 690 fascicoli, molti dei quali riguardavano i responsabili delle stragi compiute dai nazisti e dai loro alleati repubblichini nel nostro paese. Le indagini contro i criminali di guerra, sarebbero così riprese a partire dalla seconda metà degli anni Novanta. E in questo clima si arriverà anche a un nuovo processo per la strage di Cefalonia – in cui, oltre all’esecuzione degli ufficiali, perirono complessivamente alcune migliaia di soldati italiani, uccisi dai tedeschi come traditori all’indomani dell’8 settembre.
Anche ad Alfred Stork, come a Priebke, si arrivò quasi casualmente, dopo che nel 2009 era morto, mentre era in corso l’udienza preliminare del processo aperto nei suoi confronti dalla Procura militare, l’ex ufficiale nazista Otmar Muhlhauser accusato di aver guidato la fucilazione degli italiani. Da Muhlhauser si risalì al caporale Stork e si scoprì anche che quest’ultimo, secondo alcune testimonianze, si era offerto volontario per far parte del plotone d’esecuzione.
Ma se Priebke è stato alla fine estradato dall’Argentina verso il nostro paese, Stork resterà a casa sua, in Germania, libero e protetto da una legislazione che prevede che solo Berlino possa processare i suoi nazisti, negando di estradarli verso altri paesi. A fargli buona compagnia, altri criminali di guerra, responsabili delle stragi di Padule di Fucecchio, 184 morti, e Sant’Anna di Stazzema, 560 morti, condannati nel nostro paese all’ergastolo, ma rimasti impuniti in patria. Mentre altre figure analoghe restano ancora nascoste, lontano dai riflettori.
Ieri le complicità, oggi in lotta contro il tempo
Se gli archivi di Stato argentini – aperti tra la prima metà degli anni Novanta e il 2003, più o meno l’altro giorno in termini storici – testimoniano come nel secondo dopoguerra migliaia, forse addirittura decine di migliaia, di criminali di guerra nazisti e fascisti – tedeschi, austriaci, croati, ungheresi, ma anche italiani, avessero trovato rifugio, e si fossero rifatti una vita spesso ricca e felice, a Buenos Aires protetti dal governo di Juan Domingo Perón, già grande ammiratore di Mussolini – tra loro Eichmann, Mengele, Barbie e Bormann -, senza che nessuna indagine li abbia mai riguardati, la situazione è completamente diversa in Germania. Dagli anni Cinquanta ad oggi, oltre 6500 criminali di guerra sono stati processati e condannati sul suolo tedesco e le autorità della Repubblica federale ne hanno individuati e perseguiti anche altri rifugiatisi all’estero.
Eppure, secondo il Centro Simon Wiesenthal che ha oggi la sua sede centrale a Gerusalemme dopo i lunghi anni viennesi del suo fondatore, l’ex deportato scomparso nel 2005 che ha dato all’organizzazione il suo nome e ha dedicato l’intera vita a scovare e a portare davanti ai giudici «tutti quelli che erano riusciti a sfuggire al processo di Norimberga», proprio in Germania resta ancora parecchio da fare. E’ infatti da Berlino che il Wiesenthal ha lanciato la più vasta campagna di indagine sugli ex nazisti degli ultimi anni, quasi si trattasse di finire il lavoro proprio là dove tutto era cominciato con l’ascesa al potere dei nazionalsocialisti.
Secondo Efraim Zuroff, lo storico americano della Shoah trasferitosi in Israele negli anni Settanta che ha rimpiazzato Simon Wiesenthal alla testa della ong antinazista, si tratta ora di «rintracciare anche tutti coloro che in ragione della loro giovane età (Alfred Stork aveva vent’anni a Cefalonia, nda), non avevano gradi all’epoca ma si sono ugualmente macchiati di crimini di guerra». Il Wiesenthal è nato per onorare la memoria delle vittime della Shoah e per dare la caccia a chi ha preso parte alla Soluzione finale ma, in questo c
aso, la contabilità dell’orrore riguarda tutti i criminale di guerra hitleriani: diverse migliaia in tutto il paese, secondo Zuroff.
Per questo, nelle maggiori città della Germania sono apparsi dei grandi manifesti che sotto l’immagine dei binari che conducevano i treni dei deportati ad Auschwitz-Birkenau, spiegano: «Milioni di innocenti sono stati assassinati dai criminali nazisti. Alcuni degli autori di questi crimini sono ancora in vita e sono liberi. Aiutateci a portarli davanti alla giustizia». «Tardi, ma non troppo tardi», sono le parole che concludono il messaggio, seguite da un numero di telefono e dall’annuncio di una possibile ricompensa per chi fornirà informazioni utili all’individuazione di un criminale di guerra.
Quella tedesca è in realtà solo l’ultima tappa dell’“Operation last chance” lanciata dal Centro già all’inizio del decennio – e accompagnata da un omonimo libro di Zuroff ancora inedito nel nostro paese -, di fronte alla constatazione che il tempo passato e l’età degli ex nazisti potessero finire per aver ragione della giustizia e della memoria delle loro vittime. Obiettivo della campagna: sostenere le autorità dei diversi paesi ad indagare sui loro collaborazionisti e criminali di guerra. Dopo aver lungamente lavorato sull’America Latina e gli Stati Uniti, ma anche sulla Siria dove ha vissuto per anni indisturbato e protetto dal regime della famiglia Assad uno dei più stretti collaboratori di Adolf Eichmann, Alois Brunner, il varo della nuova iniziativa si è compiuto nei Paesi baltici, per passare quindi in Polonia, Romania e Croazia, poi in Ungheria e Austria e, infine, in Germania.
Oltre al valore della denuncia, intorno all’azione del Wiesenthal si è finito anche per misurare il grado di consapevolezza sul passato nazionale che si respira in ciascuna società. Pessimo, da questo punto di vista, il clima riscontrato dai “cacciatori di nazisti” tra austriaci e baltici, come in Ungheria. Da Budapest, dove ci si è dovuti misurare con il forte nazionalismo cresciuto con l’ascesa al potere di Viktor Orban e i successi degli estremisti di Jobbik, arriva ad esempio la vicenda di Làszlò Csatàry, un ex ufficiale di polizia responsabile della deportazione ad Auschwitz di oltre 15 mila ebrei, morto quest’estate a 98 anni dopo che solo da un anno era stato chiamato a rispondere dei propri crimini. Tutt’altro che un caso isolato.
Secondo gli esperti del Centro Wiesenthal, che in più di cinquant’anni hanno contribuito all’identificazione di oltre un migliaio di criminali di guerra in tutto il mondo, la maggior parte delle figure di rilievo, meno di un centinaio in tutto, si troverebbe oggi tra Stati Uniti, Germania, Ungheria e Spagna. Il vero problema, ora, non risiede solo nello scovarli, ma nel farlo in tempo. «Ce ne resta davvero poco, due o tre anni al massimo, visto che parliamo di persone che hanno spesso più di novant’anni. – conclude Zuroff – Simon Wiesenthal si è dovuto battere contro le complicità e l’inerzia delle istituzioni che già negli anni Cinquanta non volevano più sentir parlare di processi ai nazisti. A me, è toccato un altro nemico: mi devo battere contro il tempo che passa e rischia di regalare l’immunità a questi assassini».
(21 ottobre 2013)
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