‘Ndrangheta, una bomba nel Palazzo
di Giancarlo De Cataldo, da "La Stampa", 7 gennaio 2010
E’ nota da tempo, agli addetti ai lavori, l’esistenza, nel nostro Paese, di un rapporto di proporzionalità diretta fra il «rumore» prodotto dalla criminalità organizzata e la repressione dello Stato. Il «rumore» allarma l’opinione pubblica; eccita pericolosamente la curiosità dei cronisti; soprattutto, scuote «chi di dovere». Quando Mafia, ’ndrangheta e Camorra fanno «rumore» non si può più sostenere che parlarne significhi denigrare le belle terre del Sud o delegittimare le forze dell’ordine o minimizzare i successi degli apparati repressivi. Ogni panetto di tritolo impiegato, ogni grammo di piombo speso, stanno lì a ricordarci due cose.
1) la criminalità organizzata, in Italia, non solo non è ancora stata debellata, ma è tuttora forte e armata.
2) C’è ancora molto da fare per sconfiggerla e, all’uopo, imporne l’avvenuta scomparsa per decreto non appare lo strumento più adeguato.
Da qui, la risposta, verrebbe da dire, «necessitata», dello Stato. Intendiamoci: non è che nei momenti di silenzio o di pax mafiosa i bravi poliziotti e i giudici intelligenti se ne stiano con le mani in mano. Tutt’altro. Ogni giorno si catturano latitanti, si sequestrano beni, si infliggono ferite, più o meno profonde, a questa o quella famiglia. Solo che, nei momenti di silenzio mafioso, accade che allarmi qualificati e dettagliati vengano, se non ignorati, sottovalutati; accade che le cosche «in sonno» vengano scambiate per cosche passate a miglior vita; accade che chi critica il trionfalismo ricorrente sia considerato un bastian contrario, un guastafeste, prefica o Cassandra portatrice di chissà quali interessi (non s’è mai spento il Leitmotiv dei «professionisti dell’Antimafia», notava, con la consueta lucidità, Saviano). Accade, insomma, che chi prosegue nella lotta resti isolato, a stento tollerato.
Accade, su un altro piano, che si diffonda un’ostilità generale contro le tecniche investigative più pregnanti, intercettazioni telefoniche in testa. Il tutto, di solito, accompagnato da campagne «culturali» improntate a un revisionismo di stampo minimalista: la criminalità organizzata non ha mai interferito con la Storia d’Italia; l’influenza elettorale delle cosche è minima; i «pentiti» alzano il tiro per lucrare benefici; si deve smettere di «sporcare» l’immagine del Paese con fiction che esaltano la presunta (e inesistente) invincibilità della mafia e via dicendo. Poi, un brutto giorno, il tritolo canta, e fa sentire la sua voce un allarmato coro di Marie Antoniette. D’improvviso ci si accorge che una parte cospicua dell’Italia è in mano al crimine organizzato, e si pianificano interventi «straordinari»: e questo è davvero singolare, perché «straordinario» è, per definizione, un evento che sfugge a ogni prevedibilità e prevenibilità. Straordinario è lo tsunami, il terremoto devastante, il virus sbarcato da Marte. Mentre, fra i mali d’Italia, non c’è niente di più endemico, stabile, storico delle mafie.
Ma tant’è. L’enfasi, si sa, genera sensazione di sicurezza, e la gente di quello ha bisogno. La ’ndrangheta, dunque, alza il tiro. E sa che al «rumore» seguirà una certa repressione. La ’ndrangheta è impazzita? Questa «società» abituata al silenzio è finita nelle mani di qualche «showman» innamorato della ribalta? Negli anni abbiamo imparato a padroneggiare i meccanismi di comunicazione della criminalità organizzata. Una bomba non viene mai fatta esplodere a caso. Essa costituisce un segnale preciso, rivolto tanto all’interno del mondo criminale che verso potenziali interlocutori esterni. Le mafie non agiscono per crudeltà innata o per follia, ma in base a lucidi calcoli improntati alla convenienza. C’è sempre un obiettivo concreto, dietro un attentato, e con una certa esperienza si potranno intuirne anche gli obiettivi mediati: nascosti, ma poi nemmeno tanto, dietro il «rumore».
La ’ndrangheta sa che seguirà la repressione, ed è disposta a pagarne il prezzo. La ’ndrangheta sa che l’ala militare sarà investita dalla repressione. Il problema, semmai, riguarda l’alta mafia. Vale a dire quelle connessioni, operative e strategiche, fra i padrini che dominano la strada e i loro eserciti in armi, e gli insospettabili investitori, i riciclatori di professione, i movimentatori di grandi capitali, i referenti politici, tutta la compagnia di giro che, nel corso di un secolo e mezzo di unità d’Italia, ha trasformato le originarie consorterie di pastori e campieri in coppola e lupara in una delle massime potenze economiche del mondo globalizzato: il «palazzo» della mafia, insomma, che vive e opera in tacito accordo e convinta simbiosi con i «picciotti» della strada. Quel «palazzo» che una parte dello Stato (qualche nome? Alongi, il prefetto Mori, Falcone e Borsellino) ha cercato, per tanti anni, tenacemente di scardinare, e che un’altra parte, altrettanto tenacemente, difende by any means.
Possiamo dunque immaginare che, fra gli obiettivi delle bombe di Reggio, accanto agli interessi contingenti di questa o di quella «famiglia», ci sia la necessità di raggiungere, attraverso il «rumore», le stanze di quel palazzo. Davanti a quelle porte, peraltro, le nostre informazioni si fermano. Non sappiamo esattamente chi comanda, e se gli antichi patti sono ancora in vigore. Solo il futuro potrà poi dirci se il «palazzo» sarà sordo o ricettivo. Se le bombe erano una richiesta d’aiuto, il «memo» di un patto infranto, ovvero la disperata reazione di una sanguinaria organizzazione ormai in via di disfacimento. Se padrini e capibastone hanno ancora amici, o si illudono soltanto di averne. Solo il futuro potrà dirci se gli illusi sono i padrini, o siamo noi.
(7 gennaio 2010)
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