Nel biglietto l’essenza della destra

Lucio Bondì

Il decreto "milleproroghe” contiene l’aumento, pari a un euro, del prezzo del biglietto del cinema, interamente a carico dello spettatore. È una piccola misura che però racchiude l’essenza della politica economica di questa destra: regressiva, prociclica, clericale, antiliberale. Ecco perchè.



Il decreto "milleproroghe", approvato con voto di fiducia dal parlamento la scorsa settimana, è un mostro legislativo costituito da 221 commi. Uno di essi prevede l’aumento, pari a un euro, del prezzo del biglietto del cinema, interamente a carico dello spettatore: insomma una nuova tassa. Un provvedimento che non può certo essere considerato il più scellerato di un decreto che contiene, tra le altre cose, una sanatoria per i manifesti elettorali abusivi, la proroga dei pagamenti delle multe per le quote latte (a spese dei malati oncologici), nuove imposte per i territori colpiti da calamità e, dulcis in fundo, il tentativo di permettere intrecci azionari tra stampa e tv.

Tralasciando l’ennesima dimostrazione di coerenza del governo "che non mette le mani nelle tasche degli Italiani", così come l’assurdità, evidenziata da più parti, di una tassa volta a finanziare uno sgravio fiscale (tax shelter e tax credit, in scadenza a giugno), il provvedimento assurge a rappresentazione simbolica di tutta la politica economica, e non solo, della destra italiana.

Si tratta infatti, ancora una volta, di una misura di tassazione indiretta, che come tale colpisce nel mucchio, mancando di qualsiasi logica redistributiva, con l’effetto di essere tanto gravosa per i deboli quanto irrisoria per i più abbienti. Ma il punto non è solo la distribuzione della ricchezza: le imposte indirette colpiscono soprattutto fasce di reddito che hanno una propensione al consumo elevata. Senza una adeguata politica di sostegno alla domanda (da finanziare tramite la progressività dell’imposta), con i consumi a livelli endemicamente bassi e sostanzialmente fermi, la ripresa della produzione interna a ritmi sostenuti rimarrà un miraggio, nonostante i recenti proclami berlusconiani da "grande balzo in avanti".

E a iniquità si aggiunge iniquità. L’aumento non è proporzionale al prezzo del biglietto, ma fisso: inciderà dunque maggiormente sulle sale d’essai e sui circuiti indipendenti, che praticano prezzi più bassi, riducendone inevitabilmente le vendite e di conseguenza i ricavi. Un buon risultato, per una legge che dovrebbe "aiutare" il cinema italiano. È esemplificativa dell’atteggiamento di Tremonti e soci verso qualsiasi cosa definibile, anche lontanamente, come culturale: una parola che evoca, tra le fila del governo, da un lato l’incubazione di pericolose idee sinistrorse o magari sessantottine, dall’altro vani, e un po’ onanistici, divertissements che "non si mangiano" (e che tantomeno meritano investimenti adeguati).

Ma non finisce qui. Dal provvedimento sono escluse (chi se lo sarebbe mai aspettato?) le sale "delle comunità ecclesiali o religiose". Questo piccolo inciso, citato di sfuggita da quotidiani e tg, rappresenta l’ennesima, vergognosa genuflessione del governo italiano di fronte alla Chiesa cattolica, la quale, si sa, può ancora vantare più di un credito presso Palazzo Chigi. E non si pensi che l’esenzione è dovuta alla natura no-profit dei cinema parrocchiali: essa non riguarda case del popolo, cineforum e altri enti senza scopo di lucro, mentre nulla impedirà ad una sala di proprietà della Chiesa di aumentare i propri incassi grazie al prezzo più competitivo.

E arriviamo così all’ultimo paradosso. Come già nel caso delle esenzioni ICI, prontamente riproposte per l’IMU nella nuova legge sul federalismo municipale, attività commerciali ed economiche di proprietà ecclesiastica godono di un sostanziale vantaggio, potendo praticare un prezzo più competitivo. Tutto questo in barba alla concorrenza, al libero mercato, alla laicità dello stato e al "partito liberale di massa" di cui si favoleggia e ci si riempie la bocca.

Come nel caso dell’ICI, non è irrealistico immaginare che l’Europa aprirà una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia per aiuti di Stato. Evidentemente, almeno nella Commisione Europea, un po’ liberali lo sono davvero.

(9 febbraio 2011)

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