“Neve Shalom”, un’oasi di pace tra Israele e Palestina
Sara Elter
Non è possibile essere corretti fino in fondo quando si parla del conflitto israelo-palestinese. E’ più facile che l’opinione pubblica venga colpita dall’immagine di un carrarmato che sfascia la casa di una famiglia palestinese che l’ansia e la tensione costante di una madre israeliana che ha i figli in discoteca o i continui e vessanti controlli a cui si viene sottoposti, poiché questi ultimi due sono difficilmente raffigurabili. Così accade che la simpatia vada subito alle vittime più “fisicamente” colpite. E’ umano, è normale che accada. Forse le telecamere inquadrano mai le molte persone che qui parlano da sole per la strada o hanno l’aria addormentata di chi è sotto l’effetto di psicofarmaci? Come si può, quindi, se si vuole cercare di essere “al di sopra delle parti”, decidere per l’una o per l’altra parte, quando le condizioni di partenza sono queste?
E’ difficile. Visitare Israele significa affacciarsi su un altro baratro, cercando di trovare un equilibrio. Un equilibrio senza molti punti di appoggio: chi ha ragione? Chi è il più cattivo? Chi è la vittima e chi il carnefice? Nessuno parrebbe meditare come l’unico vero mostro ingiurioso e senza morale sia lei, la Guerra. Tutti, in un paese in cui è diventata vita di tutti i giorni, sospirano la pace. Ognuno a suo modo, con le proprie soluzioni. Come fosse una vacanza a lungo agognata. Questo desiderio di pace si respira ovunque.
Perché mille sono i tentativi di convivenza, di pratica di percorsi alternativi all’odio e alla violenza proprio in questa regione martoriata del mondo. Ed è molto triste constatare come i più non siano a conoscenza di un esperimento, che vive da ormai più di trent’anni: Neve Shalom, in ebraico. Wahat al Salam, in arabo. Oasi di Pace se volete la traduzione italiana; una comunità agricola inserita in un triangolo i cui vertici sono costituiti da Tel Aviv, Gerusalemme, e la città palestinese di Ramallah.
Venne fondato nel 1974 da Bruno Hassar sulle terre del monastero di Latrun, nella valle di Ayalon. Sorge nella “No man’s land” (terra di nessuno) tra Israele e Territori Occupati, vale a dire quella striscia di terra che segna i confini in caso di guerra e che non appartiene, di fatto, a nessuno dei due contendenti. Per Bruno Hassar, padre domenicano di origini ebraiche, in Israele nel 1953: “c’è il conflitto principale fra ebrei e arabi, poi innumerevoli conflitti tra ebrei e cristiani, musulmani arabi e cristiani arabi, tra cristiani e cristiani, tra ebrei ed ebrei (…). Non vedono il volto dell’altro. Non sono interessati al volto dell’altro”.
Il vero cammino verso la pace passava secondo lui prima di tutto dalla possibilità di potersi guardare negli occhi l’uno con l’altro. Il suo sogno si realizza nel 1977 con l’arrivo nel villaggio delle prime famiglie, decise a vivere insieme in uguaglianza e amicizia. Oggi Newe-Wahat è cresciuta, e i nuclei sono arrivati al centinaio. La vera sfida della comunità è proprio la comunione tra le tre principali religioni monoteiste: “La religione può essere un test su come riuscire a far vivere insieme due persone diverse – dice Abdessalam Najjar, di fede musulmana e addetto alla comunicazione e alle relazioni esterne della comunità –. Noi abbiamo il diritto di usare la religione per creare la pace, perché tutte le religioni tendono a questo. Ma oggi la religione è usata per creare le guerre. La religione, però, è un processo in cammino e non può diventare statica, altrimenti muore. Quando una religione muore nascono le guerre”.
E’ difficile credere che questa comunità riesca a rimanere integra anche in tempi come oggi, in cui il vento del fondamentalismo religioso opprime i tre popoli che vivono su questa terra. Ma loro dimostrano che, evidentemente, una ricetta esiste: “Le tre religioni rappresentate qui hanno un nocciolo comune, anche se ognuna ha le sue interpretazioni. E’ su questo nocciolo comune che noi lavoriamo”.
È un po’ una scommessa. Dopo l’assassinio del primo ministro Yitzhak Rabin e dopo la strage di 29 musulmani in preghiera ad opera del fondamentalista ebreo americano Baruch Goldstein, anche gli israeliani si sono resi conto di quanto pericoloso potesse essere un estremismo religioso giudaico che si oppone al processo di pace. I suoi rappresentanti sono convinti che Libano e Palestina siano stati dati da Dio agli ebrei e che quindi gli arabi vanno visti come ladri. Il rabbino Israel Ariel è noto per la pubblicazione di un atlante dove sono indicate tutte le terre che devono essere restituite agli ebrei e che vanno dall’Iraq odierno fino a parte della Siria e del Kuwait.
Dell’Islam fondamentalista a lungo si è parlato: si sa che promuove l’idea di un governo della chiesa in cui la legge religiosa diventi legge dello Stato. Molti terroristi si rifanno al fondamentalismo islamico e pensano che quest’idea vada imposta con la violenza se diventa necessario. La crescita di questi movimenti all’interno dei Territori Occupati palestinesi è recente, poiché inizia a prendere piede solo agli inizi degli anni ’80. Due sono i movimenti principali apparsi sulla scena, Hamas, oggi al governo e la Jihad, che si manifestarono con parecchi attentati suicidi soprattutto nel 1986.
Esiste poi un fondamentalismo cristiano ugualmente pericoloso: comprende quei cattolici che non accettano i cambiamenti e generalmente indica i gruppi più conservatori all’interno del cristianesimo, sia esso protestante o cattolico. Il fondamentalismo è pericoloso per il processo di pace, perché richiede come punto principale l’autoritarismo e il ruolo della religione nella politica e nel governo. Tutti e tre sentono che la propria missione è quella di stabilire la teocrazia sulla terra, per preparare alla venuta del Messia. Usano la politica per indurre a emanare leggi che convincano tutti a vivere secondo determinati precetti morali.
“Nel villaggio ci sono esattamente metà israeliani e metà palestinesi. Una sola famiglia è costituita da una coppia mista con figli” racconta Abdessalam, che ci accompagna a visitare le scuole. Sono due. Punto forte è la scuola bilingue per i bambini, che la frequentano dall’asilo nido fino alla scuola media: la maggior parte di loro (90 per cento) abita nelle vicinanze: palestinesi – soprattutto da Ramallah – e israeliani.
E’ l’unico complesso scolastico in questa regione che preveda l’uso di due lingue: fin da subito i bambini imparano sia l’ebraico che l’arabo, confondendoli spesso e usandoli insieme. Gli insegnanti sono per metà israeliani e metà palestinesi, e sono invitati ad usare esclusivamente la propria lingua d’origine. I bambini imparano così a conoscere l’altra cultura in un’atmosfera di tolleranza e apertura, che stimola in loro comprensione e accettazione. Nel calendario scolastico le feste vengono ugualmente ripartire nel corso dell’anno: Purim, Natale, Mawlad el Nabi, tutte feste religiose che hanno molto in comune e che finiscono per confondersi.
“Le differenze linguistiche e culturali possono essere prese come forma di arricchimento, piuttosto che motivo di conflitto – asserisce Alisheh, direttrice della scuola elementare –. Le festività delle tre religioni diventano una ricca risorsa di esperienza conoscitiva, attraverso il racconto di storie, le attività artistiche, le canzoni,
e la preparazione di cibi particolari. In un asilo binazionale è di fondamentale importanza far apprendere le due culture come uguali, e non far sentire una cultura dominante rispetto l’altra”.
Il ministero israeliano dell’educazione ha finalmente accettato la scuola dopo nove anni di attività così che è stata incorporata al sistema educativo nazionale: questo riconoscimento è considerato molto importante perché rappresenta un passo avanti per proporre il metodo anche presso altre località dove la presenza della popolazione è fortemente mista, come a Ramla, Giaffa, Acri e Haifa.
Punto focale della comunità è la scuola di pace, che ha amici e sostenitori in tutto il mondo. Venne fondata nel 1979 per gestire i conflitti tra i residenti del villaggio, ma è oggi divenuta un punto di riferimento sia per organizzazioni israeliane che palestinesi che a livello internazionale. Qui arrivano giovani palestinesi ed ebrei, insegnanti, operatori sociali, si fa formazione in cooperazione con le università in Israele. Ma soprattutto arrivano gruppi di lavoratori, avvocati, educatori, architetti che, lavorando a progetti comuni, devono imparare a convivere. Sono seguiti da “facilitatori”, con una apposita preparazione: la loro esperienza ha consentito di costruire un metodo educativo molto particolare ed efficace. Non solo: è stato fondato un centro di ricerca per la raccolta e la documentazione del lavoro condotto, che ha portato la scuola a ricevere ampi riconoscimenti a livello sia nazionale che internazionale.
Racconta Abdessalam Najjar che il lavoro consiste principalmente nell’aiutare i ragazzi ad esprimere i sentimenti di odio e di paura “perché la discussione principale è ogni volta su chi delle due parti in guerra sia più cattiva e abbia quindi più torto, quale delle due parti è più brava nella tortura. Questo succede perché tutti vorrebbero essere la vittima. Perché le vittime non hanno responsabilità. Ma è anche per questo che le vittime non possono cambiare il loro destino. Il nostro sforzo è quello di far capire che è necessario passare dal vittimismo alla responsabilità. Se rimango vittima, certo suscito tanta simpatia. Sono sempre più simpatiche, anche nelle favole per bambini, le vittime. Ma continuerò a rimanere una vittima. Se invece passo dalla parte della responsabilità, allora potrò cambiare il mio destino”.
Si può insegnare la pace? Sembrerebbe di sì. Pochi sanno della dichiarazione di Siviglia del 1986 (anno internazionale per la pace) che portò un gruppo di studiosi, incaricati dall’Onu, a riunirsi per decidere se la violenza fosse insita nell’animo umano e quindi inestirpabile, oppure se si potesse riuscire a controllare gli impeti violenti. Famosi specialisti nel campo delle relazioni umane, della sociologia, della psicologia e della neurologia, espressero un documento dove erano contestate fortemente le scoperte scientifiche usate fino a quel momento e che, a loro dire: “hanno contribuito a creare un’atmosfera di pessimismo nella nostra epoca” riguardo al tema della pace e della cooperazione tra gli individui.
Per loro è “scientificamente scorretto” asserire che la violenza fa parte del corredo genetico della natura umana. I geni, infatti, hanno un effetto sul funzionamento del sistema nervoso a tutti i livelli soltanto interagendo con l’ambiente esterno. Sebbene ogni individuo porti il peso di un carico genetico che influisce in qualche modo sul proprio comportamento, è l’interazione fra geni e condizioni in cui sono cresciuti che determina la loro predisposizione o meno all’uso della violenza. E’ altresì ‘scientificamente scorretto’ parlare di selezione della specie basata sul comportamento aggressivo: in tutte le specie animali, compresa quella umana, ciò è costituito dalla capacità a cooperare e svolgere funzioni sociali rilevanti”. Ma punto centrale della questione è sempre stato il fatto se gli esseri umani siano dotati o meno di un “cervello violento”.
Molti fautori della violenza e della guerra come risoluzione dei conflitti hanno sempre considerato l’uomo come un predatore con istinto innato alla violenza. La Dichiarazione di Siviglia dissente da questa visione: “Sebbene abbiamo un apparato neurale per agire violentemente, esso non è automaticamente attivato dagli stimoli interni o esterni. Come i primati superiori, e diversamente da altri animali, i nostri processi neurali superiori filtrano questi stimoli prima che essi provochino una reazione. Il modo in cui agiamo dipende dal modo in cui siamo stati condizionati e socializzati. Non c’è nulla nella nostra neurofisiologia che ci costringa a reagire violentemente”. La biologia non ci condanna per sempre all’uso della violenza. Ma l’umanità “può essere liberata dalla schiavitù del pessimismo biologico e trovare la fiducia di cui ha bisogno per realizzare i cambiamenti necessari”. E inoltre, così come “le guerre cominciano nella mente degli esseri umani, anche la pace comincia nella nostra mente. La stessa specie che ha inventato la guerra, può inventare la pace”.
Come dicono quindi alla scuola di pace di Neve-Wahat, è più facile spiegare che la violenza è prodotta dall’istinto perché questo implica una deresponsabilizzazione morale: “Se c’è un istinto aggressivo che non può fare a meno di manifestarsi – dicono sempre gli studiosi – allora l’individuo aggressivo è moralmente giustificato, perché si trova di fronte a forze incontrollabili che inevitabilmente lo trascinano e di cui non può essere ritenuto responsabile”. Le conseguenze di questa “concezione istintivistica dell’aggressività sono semplicemente un modo per giustificare un modello competitivo di vita per cui ciascuno vede negli altri dei nemici, dei concorrenti” e questo, come dice Eduardo Galeano, poeta uruguajo: “Il prossimo non è tuo fratello, né il tuo amante. Il prossimo è un concorrente, un ostacolo da scavalcare o una cosa da usare. Il metodo, che non dà da mangiare, dà ancor meno da amare: ne condanna molti alla fame di pane, molti di più alla fame di abbracci”.
Fonti:
Dichiarazione di Siviglia del 1986, scaricabile al sito www.unesco.org/cpp/uk/declarations/seville.pdf (in inglese)
Neve Shalom-Wahat al Salam: www.nswas.com
Pax Christi, patriarcato latino di Gerusalemme.
(8 febbraio 2011)
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