Niente leggi contro la libertà di tutti
di Massimo Russo e Vittorio Zambardino, da scene digitali
Alla fine non resta che aggrapparsi alle poche parole sagge di Pier Ferdinando Casini, pronunciate oggi alla Camera: “Mettere le mani su internet è pericolosissimo… guardiamo all’esempio degli Stati Uniti (…) dove Obama riceve intimidazioni inaccettabili su internet, ma dove a nessuno è mai venuto in mente di censurare, in un grande paese di democrazia liberale”. Pochi minuti prima il ministro Maroni aveva ripetuto, con qualche cautela rispetto a ieri per la verità, che ci si prepara a un provvedimento di legge che permetta di chiudere gli spazi di discussione dove si compia il reato di istigazione a delinquere.
Bisogna dirlo con chiarezza: con questi propositi l’Italia si candida a raggiungere il lotto degli Ahmadinejad e dei Castro in fatto di politica della rete. Come ha detto Casini, le leggi sulla responsabilità personale già esistono e in una democrazia liberale non verrebbe in mente a nessuno di mettere le mani – in modo preventivo – sulla libertà di espressione delle persone. Anche se non escludiamo che, nel delirio generalizzato di questi anni, possa capitare ad altri governanti democratici. Ma la strada è quella: si toglie alle persone uno strumento di espressione libera a priori, in nome di un “lato oscuro” della rete che viene enfatizzato, equivocato e di cui si ignora la grave responsabilità del potere nella sua nascita. Perché è vero che in altri paesi gli utenti internet sono più pacati. Ma è altrettanto vero che i loro governanti (e alcuni oppositori) tedeschi o francesi non si sono mai promessi “palle a 300 lire l’una”, non hanno mai invitato a buttare a mare o torturare gli immigrati, non hanno mai detto di voler strozzare con le loro mani gli autori di una fiction televisiva. La rete, in fondo, da questo punto di vista non è che un ventilatore che rispara in giro il fango che hai buttato dentro.
L’equilibrio e la lucidità dell’onorevole Casini non si ritrovano invece nell’editoriale di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera di stamattina. Addio posizioni terze, l’endorsement della linea Maroni non potrebbe essere più completo. Ed è un endorsement basato su una definizione del problema semplicemente sbagliata. Sarà bene ripeterlo: il lato oscuro non è maggioritario, il male che si denuncia non è la rete, che anzi matura sempre più come strumento di comunicazione politica. Che strano destino che un grande scrittore, nel giornale della tradizione liberale italiana, dimentichi il principio di diritto che la responsabilità penale è personale. Se Pinco apre un gruppo in cui si dice “Ammazziamo X”, Pinco va a processo. E le leggi per farlo già ci sono tutte. Per Stella e Maroni invece bisogna chiudere lo spazio dove Pinco si esprime, perché ci sono dei conti da regolare.
Proprio oggi, il giurista Michele Ainis, ha ricordato sulla Stampa il carattere leggero, di piazza e non di edicola, delle dichiarazioni che vengono fatte su internet. Aggiungiamo noi, l’avvicinamento difficile dei cittadini, finora deleganti di un rapporto con la sfera pubblica, che si provano per la prima volta all’espressione del loro pensiero, e quindi commettono errori, ingenuità, e cedono a meccanismi di rissosità autoritaria.
In un nostro recente saggio abbiamo scritto che la rete è in pericolo perché il potere, nel mondo, ha fretta di chiudere lo squarcio che internet ha aperto nel controllo sociale. E per poter ottenere consenso a questa ricucitura si producono rappresentazioni mostrificate della rete e delle persone che la frequentano. E’ brutto avere ragione, e vedere che l’Italia ha voglia di vincere questo campionato dell’illibertà.
Proprio mentre l’Unione Europea sancisce che internet è uno dei diritti inalienabili della persona, pensiamo che si debba agire punendo le responsabilità dei singoli (diffamazione, istigazione, apologia), dove ce ne siano, ma mai chiudendo spazi di manifestazione del pensiero in modo preventivo o mettendo in moto strumenti statali di monitoraggio, schedatura e conservazione dei dati della navigazione degli utenti che ledano le libertà personali. Internet è vita di tutti i giorni, per la quale vanno applicate le leggi che esistono. Non una legislazione speciale o d’emergenza.
Ma c’è un’ultima cosa da dire.
La rete ha anche messo in discussione la delega ad informare, a distribuire visione del mondo, che i media hanno avuto per anni. Questo dà grande fastidio a molti colleghi giornalisti. Non vorremmo che qualcuno stesse scambiando la libertà di espressione con la difesa dei propri privilegi castali. Sarebbe il caso di essere rigorosi sempre, quando si scrive di cose importanti. Le citazioni non bastano. La rete è un grande fenomeno sociale, non tecnologico, come dimostrano gli oltre 10 milioni di italiani che frequentano Facebook. Un po’ di arroganza in meno, un po’ di equilibrio terzo, non guasterebbero.
(16 dicembre 2009)
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