Nobel per la pace 2015, premiata la società civile tunisina
Tania Abbiate
Con il conferimento del premio Nobel per la pace al “Quartetto” tunisino, la comunità internazionale riconosce il ruolo fondamentale giocato dalla società civile nello straordinario processo di transizione intrapreso dal Paese in seguito alla rivoluzione che ha posto fine al regime di Ben Ali.
Il “Quartetto” riunisce quattro organizzazioni locali – il principale sindacato dei lavoratori (l’UGTT), la confederazione degli imprenditori (l’UTICA), la più antica associazione in difesa dei diritti umani del mondo arabo (la LTDH) e l’ordine degli avvocati (l’ONAT) – che hanno promosso il dialogo politico in un momento in cui il processo di transizione sembrava essere sull’orlo del fallimento: in seguito all’assassinio del rappresentante dell’opposizione politica Chokri Belaid, avvenuto il 6 febbraio 2013, e a quello del deputato all’Assemblea costituente Mohamed Brahmi, avvenuto il 25 luglio 2013, una sessantina di deputati si erano infatti ritirati temporaneamente dall’organo costituente chiedendone lo scioglimento. Tale gesto aveva trovato il sostegno di una parte cospicua della cittadinanza, la quale provava ormai insofferenza per il regime di impunità che contraddistingueva il Paese.
In questa situazione particolarmente delicata si inserisce il “quartetto per il dialogo nazionale”: nell’estate del 2013, le quattro associazioni sopra richiamate hanno infatti promosso una negoziazione politica che ha coinvolto i principali partiti politici e ha permesso al processo di proseguire. Il primo risultato dell’iniziativa è stato l’approvazione, nell’ottobre 2013, del c.d. “feuille de route”, un documento sottoscritto da ventuno partiti politici, che prevedeva una serie di tappe per il buon esito del processo di transizione. In particolare esso stabiliva la formazione di un Governo tecnico e la ripresa dei lavori dell’Assemblea costituente.
Grazie a tale accordo, il 27 gennaio 2014 è stata approvata la nuova Costituzione, un testo che consacra la forma di stato definita “Stato costituzionale” e accosta standard globali a specificità locali. Il processo di transizione è poi proseguito con lo svolgimento delle elezioni legislative e presidenziali nell’autunno del 2014 e a gennaio di quest’anno si è insediato il nuovo Governo di unità nazionale, pur non essendo una necessità dal punto di vista del risultato elettorale.
Successivamente, il processo di cambiamento politico è stato funestato dagli attentati terroristici del Bardo (18 marzo 2015) e di Port El Kantaoui (26 giugno 2015), i quali hanno mostrato come i passi fin qui compiuti in direzione di una piena affermazione della democrazia non siano graditi da tutti; in particolare le resistenze sembrano provenire sia dall’interno che dall’esterno del Paese.
In particolare, non si deve dimenticare che la Tunisia è il Paese che “esporta” il maggior numero di volontari nelle fila dell’esercito dell’ISIS (secondo un rapporto pubblicato nel maggio scorso dalle Nazioni Unite, infatti, circa 3000 i tunisini si sono arruolati volontariamente nelle fila dei jihadisti), a conferma della presa che ha il messaggio radicale islamista su alcune componenti della società; inoltre, il caos in cui è precipitata la Libia, situata proprio al confine con il Paese, ha profonde ripercussioni sulla Tunisia, basti sottolineare anche solo il grande numero di profughi che giungono sul territorio.
Dinnanzi alla gravità della minaccia terroristica, il Paese ha reagito dapprima, il 4 luglio scorso, dichiarando lo stato di emergenza (revocato solo qualche giorno fa), poi, il 24 luglio, approvando una controversa legge antiterrorismo, che comporta notevoli limitazioni dei diritti fondamentali e sembra riportare in auge prassi autoritarie, che si credeva aver ormai definitivamente abbandonato.
Questa svolta reazionaria non ha fatto che alimentare il sentimento di delusione nutrito in particolare dai giovani, che molto si sono adoperati per la caduta del regime di Ben Ali e l’edificazione del nuovo ordinamento e hanno poi dovuto fare i conti, da un lato, con il mancato soddisfacimento di molte rivendicazioni alla base della rivoluzione e, dall’altro, con la conquista del potere da parte di una classe politica per nulla rinnovata. Basti a tal riguardo sottolineare che il Presidente della Repubblica, Beji Caid Essebsi ha 89 anni e può vantare una lunga carriera politica affianco del primo Presidente del Paese Habib Bourguiba.
Questo è dunque la situazione che fa da sfondo al conferimento del premio Nobel al “Quartetto”, il quale assume vari significati.
Da un lato esso rappresenta un riconoscimento non solo per le quattro associazioni della società civile che insieme hanno dato vita alla negoziazione politica, ma più in generale per tutta la società civile tunisina. In altre parole, tale premio va letto come un elogio dell’impegno di giovani e meno giovani, donne e uomini, sindacalisti e rappresentanti degli imprenditori che hanno sostenuto il processo di transizione e, in ultima istanza, ne hanno permesso il buon esito. Certo, il premio Nobel non pone fine all’insoddisfazione nutrita da molti, ma rappresenta almeno un riconoscimento degli sforzi fatti dalla società civile, che spesse volte vengono messi in ombra dal protagonismo delle forze politiche.
Dall’altro, attraverso il Nobel, la comunità internazionale esprime un messaggio di sostegno forte allo straordinario processo di democratizzazione intrapreso in Tunisia. Esso si rivolge quindi tanto al piccolo Paese della sponda sud del Mediterraneo, quanto alle forze oscurantiste e reazionarie che chiedono un’inversione di rotta di tale cammino.
Infine, il premio non può che essere letto alla luce dei recenti sviluppi geopolitici: dinnanzi all’apertura di un nuovo controverso fronte di guerra, quello siriano cioè, il riconoscimento del ruolo assolutamente pacifico giocato della società civile per la costruzione del nuovo assetto istituzionale tunisino costituisce infatti un messaggio di speranza per il mondo intero.
(12 ottobre 2015)
TAMBASCO Il Nobel alla democrazia tunisina, al dialogo tra laici ed islamici e all’immigrazione
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