Noi siamo qui

Jonathan Schell

, traduzione di Laura Franza

Mentre la rivolta egiziana supera la fase rivoluzionaria della ‘liberazione’ (giustamente compiutasi a Il Cairo in piazza della Liberazione*) e si prepara alla necessaria fase successiva, ovvero la fondazione di un nuovo ordine, è bene fermarsi un attimo a riflettere su cosa è già stato ottenuto in modo definitivo.

Come accade spesso, i coraggiosi egiziani in piazza l’hanno già detto al meglio, con uno slogan di straordinaria semplicità, potenza ed eloquenza. Uno slogan nato nel momento in cui il vicepresidente e noto maestro di torture Omar Suleiman, pallido come un cadavere, annunciava la caduta del presidente Hosni Mubarak. Mentre nei diciotto giorni precedenti la folla nella piazza gridava "Noi restiamo, Mubarak se ne deve andare!", a quel punto hanno gridato "Qui, qui, gli egiziani sono qui!" o più semplicemente "Noi siamo qui!"

Per quanto semplice, questo geniale e profondamente originale grido ha due elementi da sottolineare. Il primo è quel: "Noi siamo qui". Riconoscendo ogni merito possibile a tutti quei social-media, che hanno giocato un ruolo importante di eccitamento della folla durante la rivoluzione, non dimentichiamo che mai una rivoluzione è stata vittoriosa senza la tangibile presenza (non soltanto virtuale) di esseri umani che si mostrano fisicamente e in massa per le strade e le piazze del paese. L’Egitto non ha fatto eccezione. Certo, ogni politica è legata al luogo in cui si attua, e a volte anzi nasce sul campo, o magari se preferite, diventa esistenziale. Così è stato in piazza della Liberazione. "Restare" significava sfidare la morte. La presenza fisica è stata una prova di coraggio. E lo spirito essenziale di questa rivoluzione (come di molte altre) è stato liberarsi dalla paura e mostrare il coraggio. "Libertà" , urlava la folla in festa. Il detto di Patrick Henry "Datemi la libertà, oppure datemi la morte!" può anche essere invecchiato, ma gli egiziani gli hanno ridato nuova linfa.

E la morte è venuta. Più di trecento persone sono state uccise. Loro non erano più "qui" adesso. Ma è poi vero? In realtà rispetto a quelli vivi erano forse ancora più presenti, più importanti, più potenti. C’è un motivo per cui le loro foto commemorative sono state immediatamente messe in mostra. E’ prevista per la prossima settimana una grandissima manifestazione per commemorarli. Spiritualmente – e anche politicamente – (o potremmo dire in quel punto dove lo spirito e la politica si congiungono) quei morti erano ancora più presenti dei vivi. La loro era la forza dei martiri. "Siate martiri felici, perché oggi noi festeggiamo la vostra vittoria" celebrava la folla. Il primo ad assurgere a questo ruolo è stato Khaled Said, il ragazzo che aveva denunciato un caso di corruzione nella polizia in un affare di traffico di droga, era stato trascinato fuori da un internet café da poliziotti e da questi picchiato a morte. Un movimento nato nel web e chiamato "Siamo tutti Khaled Said" è ben presto diventato virale ed è stato uno degli eventi precursori della rivoluzione. L’assassinio di trecento persone, forse, è ciò che ha segnato il tramonto di Mubarak. Quando la gente ha paura, gli assassinii la mettono in fuga. Ma quando i timori sono scacciati, gli assassinii hanno l’effetto opposto e rendono le persone audaci. Invece della paura, quello che provano è la solidarietà. Quindi "restano" – e avanzano. E nessuna solidarietà è più forte di quella per un defunto. Ecco di che materiale è fatta la rivoluzione.

Ma quello slogan significava anche "Noi siamo qui", dove ‘qui’ significava piazza Tahrir, difesa a costi altissimi mentre i teppisti del regime attaccavano i dimostranti. Gli egiziani hanno rifiutato di diventare persone in fuga nel proprio paese. Quel "qui" non è stato soltanto difeso, ma se ne sono presi cura, come di un giardino, come prendendo coscienza che le realizzazioni a venire non sarebbero state per una breve stagione sola. Certe attività di raccolta dei rifiuti e pulizia delle strade fanno già parte della leggenda rivoluzionaria. Ma il ‘qui’ era anche l’Egitto intero. Come ha dichiarato al Guardian un certo Haisam Abu-Sabra: "Stanotte per la prima volta nella mia vita, dico con orgoglio: sono egiziano". Il coraggio individuale ha generato un orgoglio collettivo. La dignità individuale ha dato nutrimento a quella nazionale. Gettare le immondizie nei cassonetti – insieme alle torture, l’oppressione, la corruzione, l’ingiustizia sociale – è stato un fenomeno nazionale quanto locale. Circolava una battuta nei giorni della rivolta, che spiega bene il senso più ampio di quel ‘noi’ e di quel ‘qui’: un militare informa Mubarak che il suo rapporto con gli egiziani deve finire. "Oh – fa lui – davvero? Perché dove stanno andando?"*. Variazione aggiornata della vecchia battuta di Bertolt Brecht sui parlamentari che avrebbero dovuto eleggere un nuovo popolo.

Volendo il senso di quei termini può essere ancora più ampio. Milioni di persone in Medio Oriente si sono rallegrate come se fossero egiziani, e hanno cominciato a passare all’azione nei propri paesi, con conseguenze incalcolabili. Le ripercussioni poi sono ancora più estese. La lunga storia dei movimenti non violenti, democratici, iniziata nel Sud Europa (Grecia, Portogallo, Spagna) si è poi estesa all’Asia (Corea del Sud, Filippine) e all’Europa dell’Est e alla vasta Unione Sovietica e in qualunque altro posto senza tener conto dei confini nazionali. Una ragione di ciò è che lo spirito di libertà, diversamente dalle conquiste militari, non è geograficamente delimitabile. Balena da una mente all’altra. E’ arrivato in Egitto ed ora da lì si irradia. Noi siamo stati finora meri spettatori della liberazione egiziana, non vi abbiamo preso parte direttamente e non possiamo vantare meriti in essa, ma non c’è forse un tipo di partecipazione che ci fa vivere a fianco di grandi eventi lontani e non è forse vero che questo ci cambia un po’, nel cuore e nella mente? E’ troppo pretendere di affermare con gratitudine, in questo senso: anche "noi siamo qui"?

* piazza Tahrir significa piazza della Liberazione

(17 febbraio 2011)

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