Non sarà il socialismo a salvarci dall’autunno del capitalismo

Pierfranco Pellizzetti

, il Fatto Quotidiano, 11 giugno 2010

Ormai Stato e Mercato appaiono due manufatti della Modernità lesionati dall’usura.
Proprio in questi giorni lo si sta constatando nell’Europa che ha smarrito da tempo il grande sogno visionario dell’integrazione sovranazionale; in cui gli Stati membri traccheggiano, tra calcoli di scarso respiro e pigrizie mentali, innanzi alla crisi finanziaria continentale. Intanto il crollo del muro di Wall Street nell’autunno 2008 aveva spazzato via le non disinteressate elucubrazioni sulle capacità autoregolative del Mercato (forse varrebbe la pena ricordare come l’economista ungherese Karl Polanyi concorresse a smascherare tale abbaglio già nel lontano 1944).

Sicché lo spegnersi delle stelle polari di questa fase storica diffonde evidenti fenomeni di smarrimento. E si torna a parlare di “fine del Capitalismo”.
Ci sarebbe da stupirsi? In fondo è destino delle cose umane quello di finire.
Sorte a cui non sembra potersi sottrarre neppure un ordine economico, prima mercantile e poi industriale, vecchio solo di qualche secolo (ci appariva eterno soltanto perché quello era il paesaggio in cui siamo nati e cresciuti).

In effetti, almeno tre sono le dinamiche che – anche in questo caso – usurano i modi vigenti di riproduzione della ricchezza: il raggiungimento dei limiti fisici dell’ecosistema; l’esaurimento degli eserciti di riserva del lavoro sottopagato (ormai si stanno raschiando i fondi del barile nell’Estremo Oriente, con il paradosso del Partito Comunista cinese che svolge un ruolo tra il caporalato e il kapò della residua manodopera proveniente dalle campagne); le contraddizioni culturali tra principi democratici e interessi economici che vanno giungendo al pettine, in questa stagione di finanziarizzazione: “la finanza come segno dell’autunno”, secondo lo storico Fernand Braudel.

Ma ha senso ricercare uscite di sicurezza dall’esaurimento del ciclo storico imboccando la via di un improbabile “ritorno al passato”? Come da qualche parte si vorrebbe fare; magari lucidando quella decorosa argenteria di famiglia chiamata “Socialismo”, ovviamente nella sua versione democratica e gradualista?

Operazione ormai senza fondamento, visto che quanto definiamo Socialismo è progetto strettamente connesso a condizioni che non sono più date. Influenzato in tutte le sue più intime fibre dalle logiche centralistiche della prima industrializzazione. Qualcuno parla di “modello produttivo fordista”. L’epoca in cui la sede del conflitto centrale era la grande fabbrica, che organizzava non solo il lavoro ma anche i lavoratori. In cui la regolazione si indirizzava a pochi macro-aggregati.

Nel bene come nel male tutto questo non c’è più. Al suo posto troviamo la cosiddetta economia delle Reti o – piuttosto – della Conoscenza, che ridisegna lo spazio secondo filiere sovra o sub statuali e l’estrema complessità dei fattori da tenere sotto controllo rende impossibili regolazioni/pianificazioni di tipo centralizzato. Tanto che oggi si ragiona in termini di “governance”: vaste coalizioni di soggetti – in cui sfuma la distinzione tra pubblico e privato – che mettono a disposizione risorse di saperi e capacità operative per strategie condivise.

Una Grande Trasformazione in cui i rapporti di dominio si ripresentano secondo modalità completamente diverse e che non possono essere affrontate con armamentari concettuali del buon tempo antico, pure loro gravemente usurati. Perché qui non è più in ballo la sfida di cogestire un sistema industriale quanto di indirizzare la convivenza verso assetti più democratici e inclusivi: la competizione tra Economico e Politico per imporre la propria primazia decisionale. Tra un Capitalismo arroccato sulla difesa dell’ordine vigente e forme di partecipazione deliberativa nelle scelte che determinano il futuro collettivo. Tra il modello di società impostato sulle priorità dell’interesse individuale e uno che valorizzi quello generale, la produzione di beni pubblici.

Ergo, innovazione politica e valori. Soprattutto per le nuove generazioni. Perché – come diceva Sylos Labini nel 2002 (testo riproposto dalla raccolta di saggi curata da Cosma Orsi per Manifestolibri “Il Capitalismo invecchia?”) – “i giovani hanno un bisogno addirittura biologico di ideali”.

Fermo restando che se ancora non è chiaro dove la transizione ci stia conducendo, c’è spazio di manovra per un approdo laddove sapremo indirizzare le forze endogene del tempo. Operazione possibile solo se l’intelligenza collettiva saprà orientarsi al futuro, senza ripiegamenti sul remake. Come avvenne agli inizi degli anni Settanta, quando fiorivano convegni sul tema “uscire dalla crisi o dal Capitalismo in crisi” e poi ci ritrovammo nella stagione del Turbocapitalismo rampante.

Da qui l’urgenza di battere strade inesplorate, liberandoci delle mitologie su Stato&Mercato. Quanto dalle nostre parti ancora non avviene: in questa discussione pubblica impigliata tra il similcolbertismo di Giulio Tremonti e il Liberismo di sinistra degli economisti all’orecchio del Pd.

(11 giugno 2010)

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