Non sono soli gli operai e le operaie di Torino
«Gli industriali sono divisi tra loro per il profitto, sono divisi tra loro per la concorrenza economica e politica, ma di fronte alla classe operaia essi sono un blocco d’acciaio: non esiste il disfattismo nel loro seno, non esiste chi sabota l’azione generale, chi semina lo sconforto e il panico».
Così Antonio Gramsci commentava l’esito (fallimentare) dello sciopero delle lancette dell’aprile 1920, alla Fiat. Si trattò di uno sciopero che aveva un modesto significato pratico (il non volersi alzare al mattino un’ora prima, rispetto all’orologio biologico…), ma fortissimo sul piano simbolico: era una lotta sul potere in fabbrica. Spostare le lancette degli orologi dello stabilimento Fiat indietro di un’ora da parte dei membri delle Commissioni interne, significava dire: in fabbrica, per ciò che concerne l’organizzazione del lavoro, contiamo noi. E non possiamo accettare che le nostre condizioni lavorative vengano decise, e peggiorate, da altri: siamo noi maestranze a dover decidere. E aggiungeva Gramsci: «La classe operaia è stata sconfitta e non poteva che essere sconfitta. La classe operaia è stata trascinata nella lotta».
Anche oggi, ci rendiamo conto che è così. È il signor Marchionne, con il suo ostentato maglioncino blu, con il suo finto, esagerato ed esasperante understatement di "uomo concreto", a-ideologico, di cosmopolita del capitale, a imporre la guerra sociale. E come può la classe lavoratrice sottrarsi allo scontro? E come possono non sentirsi parte della battaglia tutti i proletari e le tante, innumerevoli figure sociali che entrano oggi nella grande categoria (ancora gramsciana!) dei subalterni – dai sottoccupati ai cassintegrati, dai precari della ricerca ai pensionati cui si fa l’onta della social card, dagli insegnanti ingiuriati e vessati fino ai migranti, nuovi schiavi alla luce del sole…? Anche oggi, alla vigilia dell’appuntamento di Mirafiori, che segue e peggiora l’appuntamento di Pomigliano, ci rendiamo conto che la classe operaia è costretta ad accettare lo scontro. Il terreno, i tempi, le forme le impone il padrone, mentre i suoi tanti corifei, sulla carta stampata o sugli schermi o dai microfoni, anche quando smettono di cantarne le lodi, sottolineano l’inevitabilità, la necessità, di "andare incontro alle esigenze della produzione": come se il sindacato – tutti i sindacati – non avesse fatto altro finora. Il che dimostra la disonestà dei Marchionne e dei suoi portavoce.
Una concentrazione di fuoco mediatico politico e mediatico si è determinata contro i lavoratori Fiat, più ancora di quanto non fosse avvenuto a Pomigliano d’Arco, solo poche settimane fa. Là si era alla periferia dell’Impero, qui, a Mirafiori, nel suo cuore: un cuore a dire il vero non più tanto pulsante come in un passato anche recente, ma pur sempre il centro simbolico dello scontro di classe in Italia, la "fabbrica" per antonomasia: produzione, organizzazione, fatica, lotta.
Già, perché in questa campagna propagandistica si è trascurato, deliberatamente, di dare il dovuto spazio, alla fatica, la fatica fisica; si è fatto finta di dimenticare che gli operai sono «uomini (e donne) in carne ed ossa» (sempre Gramsci). E che i famosi dieci minuti di sosta che Marchionne – il quale naturalmente, come Fassino o Renzi, tanto per citare alcuni dei suoi supporters in seno al Pd, ormai avviato verso un totale abbandono delle sue rappresentanze sociali – quei dieci minuti "per andare al cesso", su cui si accentra l’irrisione sciocca di qualche commentatore, sono soste vitali, sono ossigeno che ricarica, sono membra che per un attimo si distendono, prima di contrarsi di nuovo nella fatica. Sì, si è dimenticato che il lavoro operaio è fatica, è sudore appiccicoso, è grasso che imbratta, è schiene spezzate, è pipì trattenuta fino a sentirsi male per la vescica che si gonfia, è tagli alle mani, è muscoli irritati, è occhi che lacrimano, è dolore, e alla fine sensazione di totale estraniamento rispetto al lavoro, anche, eventualmente, al pezzo (questo lo insegnava Marx a metà Ottocento) che tu Frank, tu Fabrizio, tu Doriano, tu "Pautasso" stai producendo, o al camion che stai portando alla discarica, o al pavimento del capannone che stai spazzando…
Non sappiamo come finirà questa battaglia, che non esito a definire epocale. Ma noi dobbiamo rendere grazie a Marchionne e ai suoi sodali (complici, forse dovrei dire), per aver "reso palese a tutti, se pur ce ne fosse ancora stato bisogno, quali sono i termini del rapporto di forze" (cito ancora Gramsci). Sappiamo che la sconfitta del 1920, rispetto a cui Gramsci scrisse parole amarissime («gli operai di Torino furono lasciati soli»…), fu salutata con entusiasmo da qualcuno. Cito un commento giornalistico dell’epoca: «Dico, ripeto e dimostro, che gli industriali […] hanno reso, col loro contegno, un prezioso servizio agli interessi generali della nazione e a quelli specifici del proletariato piemontese e italiano. […] questi industriali "moderni" non hanno resistito alle maestranze per un capriccio o, peggio, per annullare la conquista delle otto ore, o, peggio ancora, per diminuire i salari: hanno resistito per ristabilire il necessario imperio della disciplina durante il lavoro e hanno fatto benissimo».
Bene, al di là del fatto che oggi gli adepti del marchionnismo, volto finanziario ed industriale del berlusconismo, mirano precisamente anche a annullare conquiste storiche del movimento operaio, ottenute con sudore e sangue, e persino a comprimere salari già tra i più basi del nostro mondo, ebbene, l’autore di quel peana agli industriali torinesi si chiamava Benito Mussolini.
Anche per questa ragione storica, noi siamo sulla barricata opposta. E, al di là dell’esito del voto a Mirafiori, dobbiamo essere coscienti che la partita che si gioca ha un valore storico, sia sul piano effettuale, sia su quello simbolico, sulla quale si può comunque costruire il futuro: anche se si dovesse perdere la battaglia, la guerra è appena al suo inizio. La mobilitazione intorno a Mirafiori, per non far sentire soli quei lavoratori e quelle lavoratrici, è un segno incoraggiante. E io sono fiducioso che si possa vincerla.
Angelo d’Orsi – Liberazione, 13 gennaio 2011
(13 gennaio 2011)
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