Obama e Gorbaciov, vite parallele

Fabrizio Tonello

We have it in our power to begin the world over again
Thomas Paine, “Common Sense”

Chi visita MyBarackObama, il social network che fu uno strumento essenziale per la sua campagna elettorale nel 2007-2008, trova una citazione del candidato in uno dei suoi momenti migliori: “Vi chiedo di credere non nella mia capacità di portare un reale cambiamento a Washington… vi chiedo di credere nella vostra capacità [di farlo]”. L’elezione alla presidenza del giovane senatore dell’Illinois, nel novembre 2008, apparve come una prova del fatto che, negli Stati uniti, il bisogno di “ricominciare da zero”, To begin the world over again nelle parole di Thomas Paine, è un impulso ricorrente. Non a caso Obama, uno dei politici contemporanei più abili nel trarre ispirazione e sostegno dalle correnti profonde della cultura politica del suo paese, iniziò il suo discorso alla folla riunita nel Grant Park di Chicago, la notte della vittoria, con queste parole: “Se c’è qualcuno lì fuori che ancora dubita che l’America sia un posto dove ogni cosa è possibile, qualcuno che ancora si chiede se il sogno dei fondatori della nazione sia vivo, qualcuno che ancora mette in discusione la forza della nostra democrazia, stanotte [ha avuto] la vostra risposta”.

Barack Hussein Obama non è un genio solitario, un politico unico nel suo genere: al contrario è un prodotto particolarmente rappresentativo del pensiero e della cultura politica americana, così come Mikhail Gorbaciov lo era di quella sovietica. Cosa accade quando il migliore rappresentante di una cultura e di un sistema politico in profonda crisi viene eletto a capo dello stato? Cosa succede quando le forze interne a un sistema in declino eleggono un riformatore nel tentativo di ritrovare vitalità e slancio?

La risposta è che ci possono essere solo due sbocchi: o il nuovo leader riesce rapidamente a imporsi e a realizzare le riforme che permettano una “ripartenza” del sistema, oppure verrà rovesciato dalle forze ostili a ogni cambiamento e il declino continuerà, nei tempi storici che la gravità della crisi prevede, talvolta brevissimi (come nell’URSS 1985-1991), talvolta molto lunghi.

E’ quindi abbastanza sorprendente che il problema di guardare alla presidenza Obama nel contesto della crisi di lungo periodo degli Stati Uniti non venga posto nel dibattito sull’America, visto che è stato lo stesso Obama, da candidato e da presidente, a presentare in questa prospettiva il suo ruolo: il tema della sua campagna elettorale del 2008 fu il “cambiamento”, quello della sua presidenza nel 2011 è il “futuro” (parola che ricorre per ben 16 volte nel discorso sullo stato dell’Unione del 25 gennaio scorso). Il passaggio centrale di quest’ultimo testo definisce uno Sputnik moment quello che gli Stati Uniti vivrebbero oggi: una fase in cui potenze in ascesa (nel 1957 l’Unione Sovietica, oggi la Cina) sembrano minacciare la tradizionale superiorità tecnologica ed economica del paese. L’URSS mandò per prima in orbita un satellite artificiale, la Cina continua a crescere del 10% l’anno mentre la peggiore crisi dal 1930 logora gli Stati Uniti. Obama ha chiamato l’America a reagire mobilitando tutte le sue energie, come fece tra il 1957 e il 1968 per andare sulla luna.

Anche in Unione Sovietica, nel 1985, fu eletto un leader giovane e dinamico, determinato a salvare il sistema attraverso profondi cambiamenti. Si chiamava Mikhail Gorbaciov, aveva 54 anni, e nel giro di poche settimane divenne celebre in tutto il mondo grazie a due parole che simboleggiavano il cambiamento: glasnost (trasparenza) e perestrojka (ricostruzione, ristrutturazione). Precisamente questo tentativo di salvare il sistema attraverso una “rivoluzione dall’alto” avrebbe messo in moto le forze che avrebbero condotto al crollo del muro di Berlino nel 1989, al tentato colpo di stato contro di lui e alla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991.
 
I paragoni storici hanno il difetto intrinseco di selezionare elementi di solito superficiali, quindi non si può abusare dell’antico schema “vite parallele”, ma guardare ad alcune somiglianze tra l’America di oggi e l’URSS del 1989 può essere istruttivo. Dopo il 1945, Stati Uniti e Unione Sovietica hanno costruito sfere di influenza e represso i tentativi di uscirne, hanno sopportato il peso di un corsa agli armamenti che non si è interrotta neppure con la scomparsa dell’URSS e hanno combattuto in Asia guerre costose in termini di vite umane e di oneri finanziari. Non deve quindi stupire che il ruolo imperiale degli Stati Uniti abbia pesato, e pesi, sulla percezione che il paese ha di se stesso, sul funzionamento della sua economia e del sistema politico. L’impero di Mosca è caduto sotto il peso delle sue contraddizioni, quello di Washington sembra godere di una salute mediocre: qualche domanda sulle ragioni di questa situazione è dunque legittima.

Partiamo dalla questione più semplice: cosa pensano i cittadini americani del loro governo dopo due anni di riformismo obamiano? Secondo un sondaggio recente: il 52% degli americani ha un’opinione negativa del partito repubblicano e il 53% un’opinione altrettanto cattiva del partito democratico. Non è un errore statistico: una parte rilevante dei cittadini non ha alcuna fiducia nei due partiti. Gli exit poll del 3 novembre, dopo le ultime elezioni, mostrano che il 23% di chi ha votato repubblicano ha un’opinione negativa dei repubblicani e il 10% di chi vota democratico è quanto meno scettico sui democratici.

Da vent’anni la Gallup misura il livello di approvazione del Congresso, riassumendo i risultati in una tabella con le medie di due anni in due anni, quando entra in carica la nuova Camera. Il risultato è che, dal 1991 ad oggi, il Congresso ha goduto di una relativa fiducia da parte degli americani (55% contro 34%) solo nel biennio 2001-2002, grazie a una breve ondata patriottica dopo gli attacchi dell’11 settembre. Negli altri 18 degli ultimi 20 anni, il livello di approvazione verso il parlamento ha oscillato fra un massimo del 45% e un minimo del 23%, mentre il livello di disapprovazione, sempre maggioritario, ha toccato un massimo del 70% tra il 2007 e il 2010.

Il miglior commento a queste cifre viene dal libro che lanciò Obama come il più originale intellettuale politico degli ultimi anni, The Audacity of Hope, pubblicato nel 2006: “Non abbiamo scelta. Non c’è bisogno di sondaggi per sapere che la grande maggioranza degli americani – repubblicani, democratici e indipendenti – sono stanchi della terra di nessuno che è diventata la politica, una zona in cui interessi particolari si battono per ottenere vantaggi e minoranze ideologiche cercano di imporre le loro versioni della verità assoluta. (…) Sentiamo nelle viscere la mancanza di onestà, rigore e buon senso dei nostri dibattiti politici, e non ci piace la lunga lista di scelte fittizie o ristrette. (…) Se non cambiamo rotta al più presto potremmo essere la prima generazione da moltissimo tempo che lascia dietro di sé un’America più debole e più divisa di quella che abbiamo ereditato”. Obama, in due anni da presidente, non è riuscito a fare nulla per modificare queste percezioni.

La storia della crisi esplosa con il fallimento di Lehman Brothers nel 2008 è molto complessa e il rapporto della commissione di indagine del Congresso, il Financial Crisis Inquiry Report, ha avuto bisogno di 633 pagine per elencarne tutti i dettagli.
Al fondo, però, la tesi della commissione è semplice: le varie bolle speculative che sono esplose contemporaneamente tre anni fa erano il risultato di un fallimento del sistema politico.

“La nostra conclusione è che errori largamente diffusi nella regolazione e nella vigilanza dei mercati finanziari si sono rivelati devastanti per la stabilità dei mercati finanziari del paese. Le sentinelle non erano al loro posto, in gran parte per la fede largamente condivisa nel carattere autocorrettivo dei mercati e nella capacità delle istituzioni finanziarie di sorvegliarsi da sole. Più di 30 anni di deregulation e di fiducia nell’autoregolamentazione delle istituzioni finanziarie, promosse dall’ex presidente della Federal Reserve Alan Greenspan e da altri, sostenute da vari presidenti e dal Congresso, e attivamente proposte da un potente settore finanziario in ogni occasione, hanno eliminato le istituzioni di salvaguardia che avrebbero potuto aiutare ad evitare la catastrofe”.

Questa la conclusione del rapporto che, in altre parole, potrebbe essere riassunta così: i banchieri fanno il loro mestiere, è quando la politica si fa comprare per un piatto di lenticchie, rinunciando a introdurre le regole che impedirebbero all’economia di trasformarsi nel casinò di Montecarlo, che si creano le condizioni per il disastro. E’ sul sistema politico degli Stati Uniti, non sull’economia, che occorre riflettere. E’ sulla capacità dei sistemi politici di autocorreggersi che dobbiamo interrogarci: quello dell’Unione Sovietica palesemente non era in grado di farlo, quello degli Stati Uniti è davvero immune da ogni pericolo?

Le “vite parallele” di Mikhail Gorbaciov e Barack Obama iniziano con un dato di fatto: entrambi sono arrivati al potere dovendo mettere rimedio alla follia afgana dei loro predecessori. L’Unione Sovietica aveva invaso l’Afghanistan nel 1979 e, sei anni dopo era chiaro a chiunque avesse occhi per vedere che si trattava di una guerra impossibile da vincere. Toccò a Gorbaciov decidere, quattro anni dopo la sua elezione, che era necessario ritirare le truppe e abbandonare l’alleato di Kabul al suo destino. Gli Stati Uniti hanno invaso l’Afghanistan nel 2001, l’Iraq nel 2003 e già nel 2008, era sufficientemente chiaro nei circoli militari che in entrambi i casi il problema non era “se” ma “quando” andarsene, e come. La data fissata da Obama per l’Afghanistan, il 2014, può essere più o meno plausibile: quel che a noi interessa è il fatto che, in entrambi i casi, due uomini nuovi sono stati chiamati a riparare all’avventurismo militare dell’ancien régime.

Gorbaciov entrò nel Politburo a 49 anni e a 54 anni, nel 1985, divenne segretario generale del partito e capo dello stato in URSS; in quel momento l’età media dei suoi colleghi superava abbondantemente la settantina. I suoi due immediati predecessori, Andropov e Chernienko, erano morti in carica dopo poco più di un anno dalla loro elezione. La nomina di Gorbaciov rappresentava quindi una rottura generazionale e il segnale di una necessità di cambiamento largamente diffusa.

Barack Obama è entrato in carica a 47 anni, battendo un candidato repubblicano, John McCain, che aveva 72 anni ed era in Congresso dal 1982, quando Obama era appena laureato. Nelle primarie democratiche, Obama aveva superato Hillary Clinton, un avversario con un’esperienza politica assai più lunga della sua visto che era alla Casa Bianca (sia pure come First Lady) già nel 1993, quando Obama non era che un avvocato e un docente temporaneo di diritto a Chicago. E’ inutile soffermarsi sul fatto che nel suo caso la rottura era non solo generazionale ma anche simbolica, essendo il primo afroamericano ad essere eletto presidente.

Sia Gorbaciov che Obama hanno mostrato di essere personalità eccezionali fin dall’università ed entrambi hanno un livello di istruzione universitaria incomparabile con quello dei loro predecessori: nel caso di Gorbaciov perché la generazione dei Chernenko e dei Breznev proveniva da lavori modestissimi (la guardia di frontiera il primo, l’operaio metallurgico il secondo), nel caso di Obama per il tradizionale antiintellettualismo americano, che aveva giocato a favore di George W. Bush, da giovane uno studente estremamente mediocre (il che non era stato però il caso di Bill Clinton). Gorbaciov si laureò in legge nel 1952 all’università di Mosca, dove è stato ricordato dai suoi coetanei come uno studente tra i migliori, ed è ben noto che Obama si laureò prima alla Columbia e poi ad Harvard, andando poi a insegnare diritto costituzionale alla prestigiosa University of Chicago fin dal 1992.

Più interessante ancora è il fatto che entrambi abbiano un cursus honorum tutto interno al sistema politico vigente: Gorbaciov si iscrisse all’organizzazione giovanile del partito fin dagli anni dell’università, poi tornò a lavorare come funzionario nella natia Stavropol, divenne segretario regionale a 39 anni e a 40 membro del comitato centrale: un’ascesa piuttosto rapida per un sistema sclerotizzato come quello sovietico. Nikolai Ryzhkov, un coetaneo di Gorbaciov che avrebbe lavorato al suo fianco dopo l’elezione, nel suo libro Perestrojka ha descritto quest’ultimo come qualcuno “creato, allevato e formato dal sistema”.

Obama si fece le ossa nella città della più potente macchina politica che i democratici abbiano avuto: Chicago. Prima come community organizer, poi come senatore dello stato dell’Illinois, come senatore a Washington e infine come presidente, Obama è un democratico di Chicago fatto e finito: il suo primo capo di gabinetto, Rahm Emanuel, è oggi candidato a sindaco della città, mentre l’attuale capo di gabinetto William Daley è un fratello del sindaco di Chicago Richard M. Daley (in carica dal 1987) e figlio del sindaco Richard J. Daley, in carica dal 1955 al 1976.

Sia Gorbaciov che Obama sono diventati riformatori proprio per la loro conoscenza di prima mano delle ruggini del sistema e hanno abilmente sfruttato all’esterno il loro rassicurante curriculum per convincere alleati e nemici che “non ci fossero alternative” alla loro nomina. Nel marzo 1985 fu Andrei Gromyko, nato nel 1909 e ministro degli esteri dal 1957, a proporre al Comitato Centrale Gorbaciov come segretario generale. Gromyko era l’ultimo sopravvissuto del gruppo degli intimi di Leonid Breznev, il maggior responsabile della stagnazione e del declino sovietico nel lungo periodo in cui aveva guidato il paese. La sua proposta, avanzata per di più in termini particolarmente entusiastici, garantiva che non ci fossero opposizioni ai vertici del partito. Gorbaciov era l’uomo dei riformatori ma a quel punto i conservatori non avevano neppure una scartina da giocare.

Chi ha seguito la campagna elettorale del 2008 guardando i dibattiti tra McCain e Obama ne è uscito con l’impressione che non ci fosse confronto tra i due come statura intellettuale e politica. Oggi possiamo aggiungere un particolare significativo: dieci giorni dopo il collasso di Lehman Brothers, il 25 settembre 2008, ci fu una riunione alla Casa Bianca tra Bush, il segretario al Tesoro Hank Paulson, i leader del Congresso e i due candidati alla presidenza, per decidere se e come salvare le banche sull’orlo del collasso.

In quella sede, Obama apparve a tutti come l’unica persona informata, intellettualmente capace di comprendere la gravità della situazione, in possesso delle qualità necessarie per salvare il paese dal disast
ro. McCain apparve così out of touch da far riconoscere agli stessi leader repubblicani, in privato, che l’elezione del candidato democratico era l’unica soluzione possibile; da quel momento, Bush e Paulson restarono continuamente in contatto con lui, dando per scontato che la transizione verso una presidenza Obama era già iniziata benché mancassero sei settimane alle elezioni e quattro mesi all’ingresso in carica.

L’economia pianificata sovietica non era esposta alle periodiche crisi che caratterizzano il capitalismo ma la scarsità di beni di consumo, la stagnazione della produttività, la corruzione, gli sprechi, rendevano l’URSS del 1985 un paese dov’era urgente “fare qualcosa”. L’elezione di Gorbaciov fu la risposta, ma nello stesso tempo una maggioranza del Politburo rimaneva convinta della bontà dei piani quinquennali: l’ideologia stringeva ancora nella sua morsa la grande maggioranza della burocrazia sovietica.

Ciononostante, Gorbaciov fu in grado di imporre rapidamente le sue scelte, in particolare per quanto riguarda le posizioni chiave al vertice: nel giro di poche settimane rimosse dal Politburo il conservatore Grigory Romanov, nel giugno 1985 nominò ministro degli esteri Eduard Shevardnadze mettendo fine all’era Gromyko e nel maggio 1987 rimosse Sergei Sokolov da ministro della Difesa. Nel giro di pochissimo tempo la “rivoluzione” gorbacioviana prese forma.

Anche negli Stati Uniti del 2008 era urgente fare qualcosa ma l’ideologia di ciò che potremmo chiamare “Impero del Bene” si è dimostrata assai più potente dei classici del marxismo-leninismo: la continuità di personale, e di scelte politiche, tra l’amministrazione Bush e l’amministrazione Obama si è rivelata nella scelta dei tre responsabili dei dicasteri-chiave a Washington. Al ministero del Tesoro si è insediato Timothy Geithner, che da presidente della Federal Reserve di New York era in tutto e per tutto un uomo del vecchio regime. Fu lui, insieme al segretario al Tesoro Paulson, a organizzare il salvataggio del colosso assicurativo AIG (in realtà un modo per salvare Goldman Sachs) e a delineare il piano di finanziamento delle banche noto come TARP, che ha fatto esplodere il deficit del bilancio federale.

Come segretario di Stato, Obama scelse Hillary Clinton, non solo un politico tradizionale ma qualcuno che aveva votato nel 2003 per la guerra in Iraq e che rappresenta una linea di continuità con il suo predecessore Condoleeza Rice nelle principali aree della politica estera americana: le sue foto in compagnia di Mubarak non rafforzeranno certo la percezione di un’America coerente nel sostegno alla democrazia nel mondo arabo. Il fatto che la scelta fosse dovuta a manovre più o meno machiavelliche di Obama per riunificare il partito democratico dopo la lunga e sofferta stagione delle primarie non toglie né aggiunge nulla al carattere conservatore della nomina.

Infine, al ministero della Difesa Obama ha lasciato fino ad ora il repubblicano Robert Gates, che in precedenza era stato anche a lungo direttore della CIA. E se Gates può essere utile nel negoziare con il complesso militare-industriale (come Geithner lo è nei confronti delle onnipotenti lobby bancarie), la scelta di questi collaboratori mostra la debolezza del riformismo di Obama.

I due anni trascorsi dal suo ingresso in carica hanno dimostrato che Obama non solo crede fermamente nel sistema ma vuole modificarlo senza attaccare i centri di potere che lo hanno dominato fino ad oggi: è un uomo incline al compromesso e all’accomodamento tanto per carattere quanto per una mal riposta fiducia nel reciproco rispetto tra avversari politici. L’atteggiamento dei repubblicani e la violenta reazione di alcune lobby, insieme alla resistenza della parte della popolazione più imbevuta dell’ideologia del libero mercato, hanno messo Obama nella stessa situazione di Gorbaciov dopo il 1989: odio implacabile da parte degli avversari, poco sostegno da parte delle forze sociali su cui i riformatori contavano per far avanzare il loro programma. Solo nei prossimi due anni vedremo se le forze controriformiste messe in moto dalla sua elezione riusciranno a farlo uscire di scena e quale sarà il prezzo che il paese dovrà pagare tornando sulla strada di Bush e Cheney.

Certo non sarà il mediocre John Boehner, lo speaker repubblicano della Camera, a complottare con i militari e con Sarah Palin per sequestrare Obama e Michelle, trasferirli sotto scorta nella dacia di Camp David e insediare un governo golpista alla Casa Bianca, come i pasticcioni avversari di Gorbaciov tentarono di fare a Mosca nell’agosto 1991. Ma questo non fa dei politici repubblicani dei gentlemen conservatori che semplicemente hanno idee diverse dai loro colleghi democratici: si tratta piuttosto di un gruppo di pretoriani degli interessi bancari e petroliferi, disposti a dissanguare il paese per ripagare i debiti contratti dall’ultimo imperatore-fantoccio che erano riusciti a eleggere.

In un momento in cui la disoccupazione è ancora attorno al 10% (il 17% contando i lavoratori scoraggiati) essi propongono di tagliare 100 miliardi di dollari dal bilancio federale e molto di più dai bilanci degli stati, sostanzialmente proponendo di curare l’economia americana come i medici di qualche secolo fa proponevano di curare gli ammalati: con vigorosi salassi.
Oggi Fox News, lo Wall Street Journal, la Heritage Foundation, l’American Enterprise Institute e le altre rotelline ben oliate della macchina propagandistica del complesso bancario-militare sembrano essere riuscite a cancellare dalla memoria collettiva americana il fatto che la crisi fiscale, sia in Europa che negli Stati Uniti, non ha nulla a che fare con i “privilegi” degli insegnanti, le pensioni dei dipendenti statali, l’assistenza sanitaria ai più poveri. La crisi fiscale degli stati occidentali è, innanzitutto, un fenomeno di lungo periodo (il libro di James O’Connor The fiscal crisis of the State era del 1973!) e, in secondo luogo, è essa è dovuta alle riduzioni fiscali strappate dalle aziende e dai contribuenti più ricchi grazie ai loro successi politici nella guerra di classe iniziata con Margaret Thatcher e Ronald Reagan.

Il balzo in avanti del debito del governo federale dal 2000 ad oggi è interamente dovuto a scelte politiche dell’amministrazione Bush: le invasioni dell’Afghanistan (2002) e dell’Iraq (2003) seguite dalle riduzioni fiscali a beneficio dell’1% più ricco dei contribuenti e, infine, dal programma di salvataggio delle banche protagoniste della finanza creativa nel 2008. Il già citato TARP, il Troubled Assets Relief Program, fu un’iniziativa dell’amministrazione Bush, votato dal Congresso prima che Obama entrasse in carica.

Eppure, i repubblicani hanno vinto le elezioni del novembre 2010 strillando che Obama è un “socialista”, che il governo federale sta eccedendo i suoi poteri costituzionali e che il deficit di bilancio è arrivato al “punto di rottura”. Come se la responsabilità del suddetto deficit non fosse interamente dell’amministrazione Bush e del Congresso a maggioranza repubblicana che votava disciplinatamente tutto ciò che Wall Street chiedeva.

Nel film del 1997 Men in Black, Tommy Lee Jones e Will Smith interpretano la parte di due agenti incaricati di tenere i rapporti con gli alieni che ormai da tempo sono arrivati sulla terra, una presenza che il governo federale vuole tenere nascosta a qualunque costo (negli Stati Uniti vari milioni di persone credono che la realtà sia esattamente questa). In
una scena indimenticabile, Tommy Lee Jones impugna una specie di telecomando “cancella-memorie” e lo usa per far scomparire dalla mente di chi ha assistito all’arrivo di un nuovo gruppo di marziani ogni ricordo dell’accaduto. Zac! Memoria cancellata, i buoni cittadini si risvegliano con un po’ di mal di testa a possono tornare a guardare il Super Bowl senza pericolosi sospetti sui mostriciattoli che vivono tra noi con la complicità di Washington.

Nello stesso modo, la propaganda e l’ideologia sembrano capaci di far scomparire dalla memoria di onestissimi cittadini degli Stati Uniti il fatto che la spoliazione è avvenuta sotto i governi repubblicani, a beneficio dei responsabili della crisi finanziaria, in modi e tempi decisi dal comitato d’affari di Goldman Sachs e J.P. Morgan. Per coniare la definizione “comitato d’affari della borghesia”, probabilmente Karl Marx non avrebbe avuto bisogno di vedere Hank Paulson (un ex di Goldman Sachs) diventare ministro del Tesoro, come prima di lui lo era stato Andrew Mellon, della banca omonima: quel che è certo è che il filosofo tedesco sembra alquanto d’attualità nelle sue analisi del 1848 sul rapporto tra classi sociali e forma politica.

Marx sarebbe stato miglior scrittore della commissione d’inchiesta del Congresso che ha compilato il rapporto sulle origini della crisi finanziaria, e sarebbe arrivato a conclusioni scientifiche diverse, ma neppure la sua formidabile penna avrebbe potuto offrire una descrizione più analitica e precisa di come il disastro del 2008 sia maturato nel tempo. Il fatto che sia stato largamente ignorato dai giornali, se non nei suoi aspetti di polemica spicciola, è un sintomo significativo dello stato del dibattito politico nell’America di oggi.

Forse occorre porsi alcune domande di fondo su Obama e Gorbaciov e la più importante è questa: politici, entrambi, di straordinaria intelligenza e altrettanto grandi ambizioni, si sono rivelati entrambi privi della fermezza di carattere necessaria per condurre in porto i loro progetti. Dimitry Volkogonov, uno storico sovietico molto discusso, ha tuttavia lasciato un giudizio su Gorbaciov condivisibile: “Una persona di grande intelletto ma di carattere debole. Sarebbe difficile comprendere il suo ruolo come attore storico senza prendere in considerazione questo paradosso nella sua personalità”.

Obama ha mostrato fin dal giorno della sua elezione, oltre due mesi prima di entrare in carica, che il suo riformismo aveva limiti assai ristretti: una fiducia piuttosto ingenua nella vecchia guardia clintoniana, come Lawrence Summers o Robert Rubin, corresponsabile del disastro del 2008 per le scelte di deregulation fatte negli anni Novanta. Una accettazione dello status quo di Washington e dei poteri di veto in Congresso che smentiva tutto ciò che aveva promesso in campagna elettorale. Soprattutto, una disponibilità ai compromessi senza neppure difendere le proprie posizioni di principio, come nel caso dell’istituzione di un servizio sanitario pubblico (abbandonato a favore di una semplice razionalizzazione del sistema di assicurazioni private) e nella proroga delle oscene riduzioni fiscali per l’1% più ricco della popolazione, impostagli dai repubblicani dopo le elezioni di midterm del novembre scorso.

I gesti di buona volontà verso gli imprenditori, moltiplicati in maniera perfino goffa e patetica a partire dal gennaio scorso (si veda il discorso del 7 febbraio scorso alla Chamber of Commerce, principale artefice della vittoria elettorale dei repubblicani tre mesi prima) non gli varranno la benevolenza degli avversari mentre, nel 2012, gli costeranno l’entusiasmo e la partecipazione dei suoi giovani sostenitori. La sua caduta non sarà precipitosa come quella di Gorbaciov, né la disgregazione degli Stati Uniti in 50 repubbliche separate è all’ordine del giorno. Ma la parabola dell’ex leader sovietico ci illumina sul tragitto dei politici che non hanno il coraggio di abbandonare le mezze misure e di cercare il sostegno popolare per riforme più radicali. Forse sarebbe stato troppo chiedere a Barack Hussein Obama di agire come Tom Paine e di darsi come programma quello di begin the world over again, ma oggi delle speranze suscitate dalla sua elezione rimane ben poco e i democratici americani pagheranno ben presto a caro prezzo la loro inettitudine.

(4 marzo 2011)

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