Obama e il declino industriale
Vladimiro Giacchè
, da Pubblico Giornale, 8 novembre 2012
Si direbbe che per una volta i mercati finanziari siano stati coerenti.
Wall Street aveva generosamente finanziato la campagna elettorale di Mitt Romney, e ha dato il benvenuto alla vittoria di Obama con perdite intorno al 2 per cento. Ma sarebbe semplicistico ridurre queste reazioni a semplice partigianeria.
Gli occhi degli investitori sono rivolti al cosiddetto “fiscal cliff” (“dirupo fiscale”), ossia ai 607 miliardi di dollari di aumenti di tasse e tagli di spese che scatteranno automaticamente a gennaio se repubblicani e democratici non saranno riusciti a trovare un accordo sulle misure da prendere per affrontare il problema del debito pubblico, che ha raggiunto la cifra impressionante di 16.200 miliardi di dollari.
I democratici puntano soprattutto sull’aumento delle tasse ai ricchi, mentre i repubblicani preferiscono tagliare le spese sociali. Quello che preoccupa è la prospettiva di uno stallo. Cosa tutt’altro che improbabile, se si considera che alla Camera la maggioranza è saldamente nelle mani dei repubblicani. Questo potrebbe comportare una replica del film già visto nell’agosto del 2011, allorché il mancato accordo tra democratici e repubblicani sulle politiche di bilancio indusse Standard & Poor’s ad abbassare il rating degli Stati Uniti sotto la tripla A, per la prima volta nella storia. Allora la cosa non ebbe conseguenze gravi sui titoli di Stato statunitensi soprattutto grazie all’acutizzarsi della crisi del debito in Europa, che convinse molti investitori a considerare nonostante tutto il dollaro e i titoli di Stato Usa come il porto più sicuro.
Anche ieri i titoli di Stato statunitensi a due, dieci e trenta anni sono stati generosamente comprati. Perché anche questa volta i maggiori problemi sembrano provenire dall’Europa: in Germania ordinativi e produzione industriale sono caduti a settembre, rispettivamente, del 3,3 e dell’1,8 per cento. È ormai molto probabile una recessione anche in Germania: il degno coronamento della politica di austerity depressiva imposta ai paesi dell’eurozona, che costituiscono il mercato di sbocco del 40 per cento dell’export tedesco.
Da questo punto di vista la politica seguita in questi anni da Obama appare senz’altro più lungimirante. Ma è pur vero che, anche se il mercato immobiliare dà qualche timido segno di ripresa e l’economia statunitense quest’anno crescerà del 2 per cento, la situazione resta tutt’altro che esaltante: nonostante una politica monetaria eccezionalmente espansiva (da quattro anni i tassi sono negativi in termini reali) e salvataggi su larga scala di imprese finanziarie e manifatturiere, in questi anni è stata distrutta molta capacità produttiva (la produzione è inferiore ai livelli pre-crisi), gli investimenti delle imprese sono insoddisfacenti, il ritmo di riassorbimento della disoccupazione è il peggiore dalla crisi del 1929 in poi, i salari continuano a calare, e sono oltre 45 milioni i cittadini statunitensi che ricevono sussidi pubblici per acquistare generi alimentari (i cosiddetti “Food Stamps”).
La vera sfida che sta di fronte a Obama è questa: come invertire la tendenza al declino industriale e ridurre livelli di disuguaglianza che sono ai massimi dagli anni Venti del secolo scorso. Negli ultimi decenni, negli Stati Uniti come in Europa, è stata molto in voga la favola secondo cui soltanto bassi livelli di tassazione delle imprese e dei cittadini più ricchi garantirebbero un buon tasso di investimenti e di crescita economica.
Recentemente questa teoria è stata smentita da uno studio, scritto da Thomas Hungerford per il Centro Ricerche del Congresso americano, il quale ha dimostrato, dati alla mano, che basse tasse alle imprese hanno poco a che fare con investimenti e crescita, e molto a che fare, invece, con la polarizzazione della ricchezza . Nell’immediato dopoguerra, quando l’aliquota marginale più elevata era al 90 per cento (!), il tasso di crescita annuo era del 4,2 per cento.
Negli anni Duemila, con l’aliquota più elevata scesa al 35 per cento, la crescita non è stata superiore all’1,7 per cento. La cosa interessante è che questo studio è circolato come un samizdat, in quanto i repubblicani ne hanno chiesto e ottenuto il ritiro da parte del Centro.
Speriamo che Obama sia riuscito a leggerlo lo stesso.
(8 novembre 2012)
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