Obama, l’impossibile quadratura del cerchio
Remo D'Arcamo
, il manifesto, 27 gennaio 2011
Nel suo discorso sulla Stato dell’Unione, il presidente degli Stati uniti Barack Obama ha compiuto due operazioni: da un lato ha ufficialmente lanciato la campagna elettorale per le presidenziali del novembre 2012, e dall’altro ha tentato un’impossibile quadratura del cerchio (e le due operazioni sono strettamente correlate).
Davanti al Congresso riunito, e alla presenza dei familiari delle vittime della strage di Tucson, ma anche di fronte a una platea di 50 milioni di telespettatori, Obama ha individuato nella lotta alla disoccupazione la sfida principale che deve affrontare l’America.
Egli sa che se il mercato del lavoro rimane depresso ai livelli attuali, fra 22 mesi la rielezione se la può anche sognare. Perciò ha offerto agli statunitensi un «patto per l’occupazione», puntando su investimenti che considera prioritari per rianimare il mercato del lavoro: in infrastrutture, in innovazione e tecnologie verdi, in istruzione. Non è entrato nei particolari, ha però ricordato che i recentissimi accordi commerciali con la Cina e la Corea del sud (quest’ultimo ha deliziato il padronato Usa ma ha fatto infuriare i sindacati) creeranno centinaiai di posti di lavoro in America.
Nello stesso tempo, e qui sta la quadratura del cerchio, ha offerto un ramoscello d’ulivo ai repubblicani chiedendo di ridurre la spesa federale e invocando misure per la riduzione del deficit pubblico. Ma, poiché l’84% del bilancio federale va in spese militari, assistenza per gli anziani e pensioni, sarà difficile evitare tagli in questi settori se si vuole ridurre il deficit senza aumentare le tasse (misura blasfema nel clima politico statunitense). D’altronde sotto l’onda del Tea Party, i repubblicani vincitori delle elezioni di novembre esigono la scure sulla spesa pubblica: e hanno già messo le mani avanti contro spese mascherate da «investimenti». Ma per Obama l’istruzione è la chiave della ripresa e tagliare la scuola è come buttare giù il motore per alleggerire un aereo in difficoltà.
L’impossibile quadratura del cerchio di questo discorso è stata non solo economica (invocare investimenti per l’occupazione e nello stesso tempo una riduzione de deficit), bensì anche politica. Perché Obama ha voluto sia ingraziarsi il padronato che riattirare a sé la sua base di «sinistra» che gli aveva fatto vincere le elezioni e che ora è delusa assai. Un discorso che si è posto a sinistra perché ha guardato, e ha parlato, ai 15 milioni di disoccupati e 12 milioni di sottooccupati americani, e – più in generale – a quella che negli Usa è chiamata la «classe media» e che da noi sono i lavoratori salariati, e quindi ai sindacati che con tanta disoccupazione hanno visto prosciugarsi ancor più il loro già magro tesseramento. Ma un discorso che ha voluto sedurre gli imprenditori facendo balenare loro opportunità ancor più corpose dei tagli fiscali già concessi.
Perché c’è un’ulteriore dimensione di conciliazione degli opposti in questo messaggio sullo Stato dell’Unione, dove a opporsi sono le parole e i fatti. Tutte le azioni compiute da Obama dopo la pesante sconfitta subita alle elezioni di metà mandato (mid term) esprimono uno spostamento a destra o, come si dice pudicamente qui, una deriva centrista. Ripudiata definitivamente la promessa elettorale di chiudere la prigione di Guantánamo, Obama ha addirittura esteso le agevolazioni fiscali ai superricchi (soprattutto in tema di eredità), persino rispetto a quanto aveva fatto George Bush. Ma ancora più significative per il nuovo indirizzo politico sono state nomine e le uscite nella squadra presidenziale. Quattro in particolare saltano agli occhi.
Per sostituire Larry Summers come principale consigliere economico, Obama ha scelto Gene Sperling, un clintoniano spesso consulente della grande banca Goldman Sachs. Come capo del comitato per lo sviluppo economico, per sostituire l’anziano ex presidente della Federal Reserve, Paul Volcker, Obama ha chiamato nientemeno che l’amministratore delegato della General Electric, Jeffrey Immelt. Infine, per sostituire Rahm Emmanuel nel posto chiave di capo dello staff della Casa bianca, Obama ha scelto un altro chicagoan (fratello del sindaco uscente di Chicago), il clintoniano William Daley, banchiere di professione (è stato consigliere di amministrazione tra l’altro di Boeing, Boston Properties e Merck), con solidissimi legami a Wall street.
Ma il cambio della guardia più significativo, reso noto a poche ore dallo Stato dell’Unione, è stato l’addio della potente «zarina» per l’ambiente, Carol Browner (legata all’ex vicepresidente e premio Nobel Al Gore), proprio prima che Obama perorasse investimenti in tecnologie verdi. Mentre l’abbandono di Browner sancisce ufficialmente il ridimensionamento delle politiche ambientali dell’amministrazione Obama.
(27 gennaio 2011)
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