Obama, una disfatta annunciata
Marco d'Eramo
, il manifesto, 2 novembre 2010
Obama 2. Oppure: la solitudine di Obama. Intitolatela come vi pare, ma da domani – qualunque sarà la dimensione della sconfitta democratica – negli Stati uniti governerà un’altra presidenza, pur con lo stesso inquilino della Casa bianca.
Perché oggi disfatta sarà, il solo dubbio riguarda le sue dimensioni. Per come hanno condotto la campagna i democratici, dovrebbe essere una rotta catastrofica: dovunque i loro candidati quasi si vergognavano di essere democratici, spiegavano che nel loro intimo neanche per sogno si erano mai sentiti liberal, ma in loro aveva sempre battuto un cuore conservatore. Sì, avevano votato la riforma sanitaria, ma solo per disciplina di partito.
Non si è mai visto un piazzista che riesca a collocare la sua merce rinnegandone il marchio. Solo Obama è andato in giro a sgolarsi e a spiegare che la sua presidenza ha riformato in due anni più che nei venti precedenti, che ora le banche sono più controllate, ora non potranno più essere negate le cure ai bambini, e milioni di posti di lavoro sono stati salvati grazie al piano di stimolo.
Ma, appunto, Obama è stato lasciato solo. Tanto che nell’ultimo mese, per farsi dare una mano, i candidati hanno preferito chiamare il vicepresidente John Biden, e soprattutto l’ex presidente Bill Clinton, piuttosto che lo sbeffeggiato presidente. Clinton era perfetto per questo ruolo: continua a essere il politico più popolare degli Stati uniti, ha il vantaggio di non essere Obama e quello di avere registrato durante il suo mandato il più alto tasso di occupazione dell’ultimo trentennio; soprattutto, Clinton è già passato attraverso quello che aspetta Obama da domani: convivere da presidente democratico con una maggioranza repubblicana al Congresso.
L’unica ragione di moderata speranza per i democratici è costituita dal Tea Party che ha guidato la rivolta dell’estrema destra contro l’establishment repubblicano: ha così scatenato una guerra intestina in seno alla destra e ha imposto in molti stati candidati improponibili, che hanno tenuto a galla screditati politicanti democratici. È solo grazie ai Tea Party che i democratici hanno una tenue speranza di conservare la maggioranza al Senato, dove sarà decisivo il verdetto degli elettori in pochi stati: in Colorado, Pennsylavania, Nevada. E in Illinois, dove rischia di essere sconfitto proprio l’uomo chiamato a sostituire al Senato Barack Obama.
Comunque vada, per i democratici si chiude un’era breve, e ingloriosa: hanno sprecato i due anni in cui per l’unica volta negli ultimi 30 anni controllavano contemporaneamente il potere esecutivo e i due rami del legislativo. O, come dice il politologo Marc Cooper, hanno esposto alla luce del sole «tutta la loro bancarotta politica e morale». Non hanno avuto il coraggio delle proprie idee, anche perché mentre i repubblicani (anche i cosiddetti «moderati») sono tutti compattamente schierati sul liberismo friedmaniano più estremo, i democratici sono divisi sul keynesismo e sul ruolo dello stato.
Si sono nascosti dietro la minoranza di blocco e l’ostruzionismo (filibustery) repubblicano, dimenticando che George Bush jr. aveva fatto passare i tagli fiscali per i ricchi senza nessuna filibustery democratica.
Breve la felice vita di Barack Obama, si potrebbe dunque dire parafrasando il titolo di un racconto di Ernest Hemingway. Da domani qualunque riforma diventerà impossibile e per Obama comincerà una battaglia ben più strenua: quella per la propria sopravvivenza politica e per la rielezione nel 2012. Archiviato il 2010, il datario politico è già aggiornato al 2012, anno di grandi catastrofi secondo il calendario maya (sul tema sono già usciti libri e film apocalittici).
Scopo dichiarato dei repubblicani è fare di Obama «il presidente di un solo mandato», un nuovo Jimmy Carter (presidente dal 1977 al 1981). Ma qui le versioni (o, come va di moda, le «narrative») divergono. La narrativa che mi sono sentito propinare da tutto l’apparato democratico (e che lo stesso Obama ha rivenduto al New York Times) è che la sconfitta democratica potrebbe persino costituire un vantaggio per il presidente: finora i repubblicani hanno praticato il muro contro muro e l’ostruzionismo esasperato perché potevano scaricare tutte le responsabilità della disoccupazione e del deficit sui democratici che avevano una maggioranza schiacciante alla camera e (per parecchi mesi) a prova di filibustery al senato.
Ma, sempre secondo questa narrativa, adesso una tale posizione diventerà insostenibile perché anche loro saranno ritenuti responsabili della paralisi legislativa, visto che avranno la maggioranza in almeno uno dei rami del parlamento. Ci si consola come si può.
L’altra «narrativa» spera in un ripetersi del miracolo clintoniano che, dopo la valanga repubblicana del 1994, riuscì a risalire la china e a farsi rieleggere alla grande nel 1996. Ma Clinton era molto più duttile di Obama e, soprattutto, l’America era in pieno boom economico.
Perché, al di là degli aspetti di politica politicante, l’annunciata vittoria repubblicana è una campana che suona a lutto per l’economia americana e, in prospettiva, per quella mondiale. Niente più stimoli per l’economia, ma solo piani di ulteriori tagli fiscali che però provocheranno un aggravarsi del deficit pubblico che proprio i repubblicani hanno demonizzato. In ogni caso, non potrà essere guarita la malattia di fondo dell’economia americana, e cioè una strutturale insufficienza della domanda causata dai bassi salari e dalla disoccupazione. E alla fine, se la disoccupazione non scenderà in modo significativo, se la sottoccupazione resterà altissima, non ci sarà sagacia tattica, astuzia strategica che tenga: un secondo mandato diventerà quasi impossibile.
Paradossalmente, per Obama la migliore speranza è quella di un drammatizzarsi della crisi che gli consentirebbe interventi d’emergenza, proprio come l’esplodere della crisi finanziaria gli consentì di conquistare la Casa bianca due anni fa.
(2 novembre 2010)
| Condividi |
MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.
