Obama vince con Shakespeare
Dopo la vittoria di Romney nel primo dibattito, Obama si aggiudica il secondo confronto televisivo. Ma è significativo che tanto la vittoria del repubblicano quanto quella più recente del presidente in carica sono state costruite sulla negazione di due “verità” insite nelle rispettive proposte politiche.
di Emilio Carnevali*
Il 21 marzo del 2000 è la data della peggiore delusione politica e professionale di Barack Obama. Candidato alle primarie del Partito democratico per un seggio del Congresso federale, venne praticamente umiliato dal deputato in carica Bobby Rush, ex militante delle Pantere Nere con un ottimo radicamento nell’elettorato afroamericano di Chigago. Finì 61% a 30% per Rush.
La sera della sconfitta Obama incontrò i suoi sostenitori al Ramada di Hyde Park e commentò l’accaduto con un laconico: «Vi confesso una cosa, vincere è meglio che perdere».
Un pensiero che deve essergli ronzato nella testa anche un minuto dopo la conclusione del primo dibattito televisivo con Mitt Romney. Probabilmente Romney deve aver gongolato come fece allora il vecchio Rush, il quale ricorda così quell’esperienza: «Barack non era bravo nei dibattiti. Era troppo accademico. Sconcertava il pubblico». E probabilmente qualcuno deve aver strillato in faccia al presidente qualcosa di simile alla lucida – ed a suo modo raffinata – analisi che Ron Davis gli “proponeva” energicamente in quella campagna a cavallo del millennio: «Figlio di puttana, devi parlare meglio, devi parlare alla gente!».
Fatto sta che ieri sera, alla Hofstra University di Long Island, è andato in scena un altro film rispetto a quello visto nel primo duello televisivo. Obama è apparso più convincente ed efficace. È uscito dall’angolo in cui lo aveva costretto il suo sfidante e lo ha incalzato su molti fronti: dalle politiche sulla contraccezione agli sgravi fiscali ai più ricchi, dalle proposte sull’immigrazione alla politica estera, dall’istruzione al sistema di previdenza sociale.
Non sono mancati gli attacchi personali a Romney: il riferimento alla bassissima aliquota fiscale che grava sui redditi da capitale del miliardario candidato repubblicano (con l’aggiunta di una sarcastica stoccata sulla differenza di entità delle loro future pensioni); la rievocazione del suo passato da businessman spregiudicato, vero e proprio pioniere dell’outsourcing in Cina, lui che ora attacca con forza la concorrenza sleale della superpotenza asiatica, accusata di manipolare la propria valuta; la denuncia delle contraddizioni fra i discorsi fatti dall’avversario durante le primarie repubblicane, quando doveva conquistare il consenso della base radicale del partito, e le uscite più recenti; infine, la tanto attesa (dalla base democratica) chiamata in causa sulla famigerata frase pronunciata da Romney nello scorso maggio, a Bocha Raton in Florida, durante una cena a porte chiuse con un gruppo di sostenitori (che per essere lì avevano sborsato 50.000 dollari a testa): «C’è un 47% degli americani che votano Obama, che sono con lui a prescindere, non pagano le tasse e si sentono delle vittime. Pretendono che il governo li debba assistere in tutto, sanità, lavoro, cibo e quant’altro….Io non ho alcuna intenzione di occuparmi di loro perché non sarò mai in grado di convincerli ad assumersi le proprie responsabilità personali e prendersi cura di loro stessi…».
Obama lo ha criticato in maniera esplicita e netta. E lo ha fatto nel suo ultimo intervento, quando l’avversario non poteva più replicare: «Io voglio combattere con loro», ha detto il presidente, con quel 47% di cittadini americani che hanno lavorato per tutta la vita, con gli studenti che portano avanti i loro sogni, con i veterani che si sono sacrificati per il nostro paese, con tutti quelli che si danno da fare, si impegnano duramente, ma spesso non guadagnano abbastanza.
I sondaggi sono piuttosto concordi nell’attribuire ad Obama la vittoria di questo secondo dibattito televisivo. Molti commentatori hanno parlato del “ritorno di Obama” o del “ritorno del vero Obama”. Ma se è fuori di dubbio che la sua prestazione è stata molto migliore della precedente, è altrettanto evidente che questi eventi si prestano molto di più ad essere oggetto di critica teatrale che di analisi politica in senso proprio.
Senza nulla togliere alla grande civiltà del dibattito e del confronto diretto – che è sempre meglio del duello a colpi di spot televisivi, e quindi di milioni di dollari – non si può non provare una certa inquietudine pensando che i destini della principale superpotenza del pianeta, e dunque del mondo, rischiano talvolta di essere affidati alla scelta di una cravatta giusta o sbagliata, alla inflessione della voce di un candidato, alla posizione delle sue spalle, alla prontezza dei riflessi con cui reagisce ad una battuta salace. Insomma, alla stato di “forma atletica” con cui arriva ad un appuntamento che con la reale attività di governo ha molto poco a che fare. E ancor meno ce l’ha con la “verità” celata dietro ad un partito, ad un programma o finanche ad una singola personalità umana.
È significativo, infatti, che tanto la vittoria di Romney al primo round quanto quella di Obama al secondo sono state costruite proprio sulla negazione di due “verità” insite nelle rispettive proposte politiche.
All’indomani del dibattito di Denver dello scorso 3 ottobre è stato universalmente celebrato l’exploit di Mitt Romney, apparso sorprendentemente preparato, spigliato, brillante, capace di mettere in seria difficoltà sul piano retorico il presidente. Quasi nessuno, però, ha fatto notare che alcune delle principali voci della sua efficacissima “svolta moderata” erano, semplicemente, delle bugie, in quanto affermazioni “di principio” del tutto in contraddizione con ciò che è previsto dal suo programma.
«Le persone con malattie preesistenti sono coperte dal mio piano sanitario», aveva detto il candidato repubblicano a Denver. «No, non lo sono, come hanno ammesso i suoi stessi consulenti già in passato e all’indomani del dibattito», gli ha risposto a distanza, e isolato, Paul Krugman sul New York Times. Lo stesso premio Nobel per l’economia si è poi esercitato in un complicato conteggio di quanti milioni di cittadini sarebbero lasciati privi di assicurazione sanitaria in base al Piano Romney (che prevede, lo ricordiamo, l’abolizione della riforma varata da Obama, il Patient Protection and Affordable Care Act): secondo alcune proiezioni sarebbero 45 milioni, secondo altre (come quella della bipatisan Commonwealth Foundation) sarebbero 89 milioni. Ma per Krugman «il numero reale delle vittime delle proposte di Romney in fatto di sanità sarebbe di gran lunga più alto» di tutte queste cifre.
D’altra parte anche la più recente vittoria televisiva di Obama è nata dentro un vero paradosso, per quanto non collocabile sullo stesso piano della studiata malizia messa in campo dagli spin doctor repubblicani. Al netto di fattori di mera “performance” – infatti – la mitezza, la volontà di evitare lo scontro frontale, l’ostinato ecumenismo che Obama ha esibito nel primo dibattito rivelano molto più della sua politica (dei suoi punti di forza come dei suoi limiti) di quanto facciano alcune delle trovate retoriche sguainate con innegabile abilità nel corso del secondo confronto. Non è una questione di decibel, ma di sostanza.
«Sentiam
o sempre più il bisogno di eguagliare la destra repubblicana quanto a livore e tattiche senza scrupoli», scriveva Obama nel suo libro-manifesto “L’Audacia della speranza” (2006), prima di soppesare le argomentazioni di chi, nel campo democratico, sosteneva che bisognava ripagare gli avversari con la stessa moneta. «Riconosco i pericoli della sottigliezza e della sfumatura a fronte del fervore del movimento conservatore», concedeva Obama. Eppure, chiosava, «credo che ogni tentativo dei democratici di perseguire una strategia faziosa e ideologica più tagliente fraintenda il movimento di cui facciamo parte. Sono convinto che ogni volta che esageriamo o demonizziamo, semplifichiamo eccessivamente o amplifichiamo le nostre ragioni, perdiamo». E questo perché «un elettorato diviso – o uno che respinge facilmente entrambi i partiti per il tono sgradevole e disonesto del dibattito – fa un lavoro perfetto per chi cerca di mandare in frantumi l’idea stessa di governo. Dopo tutto un elettorato cinico è un elettorato egocentrico».
Questo è lo spirito, la concezione della lotta politica che ha ispirato la condotta di Obama nei suoi primi quattro anni alla Casa Bianca.
Messo alle strette da un Mitt Romney protagonista di un preoccupante recupero nei sondaggi – grazie proprio alla netta vittoria nel primo dibattito – Barack Obama ha dovuto ricorrere ad un’altra risorsa presente nel suo repertorio: il pragmatismo. Trovandosi in mezzo ad un gioco “da duri”, non ha potuto far altro che giocare a fare il duro lui stesso: senza colpi bassi, ma senza tenerezze, affondando i denti là dove il collo dell’avversario appariva scoperto. È stato bravo: era quel che doveva fare. Ai più delicati si potrà ricordare che Washington val bene una messa.
I repubblicani hanno sempre accusato Obama di essere un “fighetto” di Harvard, un professorino lontano dalla sensibilità e dai gusti dell’americano medio. Ogni tanto, però, anche i fighetti tirano fuori le unghie, magari perché hanno letto Shakespeare: «Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti». Ieri Obama ha recitato diversamente. E questa volta, sul palcoscenico, ha vinto lui.
* autore del libro “In difesa di Barack Obama” (Gli eBook di Micromega) scaricabile gratuitamente a
(17 ottobre 2012)
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