Oltre le due sinistre
Il crepuscolo della Seconda Repubblica annuncia un profondo mutamento negli assetti della rappresentanza. La teoria delle “due sinistre” – una moderata e modernizzatrice e l’altra radicale e classista – non sembra più capace di descrivere una realtà politica e sociale sconvolta dalla Grande Crisi. È giunto il momento di andare oltre?
Federico Caffè, 1985
«Il dopo ’89 ha consegnato alla cosiddetta seconda Repubblica – e questa ne ha fatto un motivo quasi costituente – la teoria e la pratica delle “due sinistre”. Se è vero che queste due cose – seconda Repubblica e due sinistre – stavano insieme, allora insieme cadono»: così Mario Tronti in un articolo pubblicato lo scorso luglio sull’Unità. Quella divisione vedeva «da un lato la radicalizzazione movimentista no-global e new-global, dall’altra le Terze Vie e il neue Mittel. Nemmeno antagonisti e riformisti, piuttosto contestatori e liberisti». «Due entità», continuava l’autore di Operai e Capitale, «imprecise, e provvisorie, non autonome, incapaci di vera autonomia, culturale e politica, sia l’una che l’altra, vittime o delle proprie parole d’ordine o dei propri atti gestionali. Chiediamoci, realisticamente, se questa separatezza, con queste conseguenze, abbia ancora senso».
La sollecitazione non è affatto nuova nella riflessione teorica di Tronti. Il “padre intellettuale” dell’operaismo italiano ha sempre rifuggito il minoritarismo, la fascinazione per l’essere “pochi ma buoni”. Sin dagli anni Sessanta, quando molte delle personalità che avevano condiviso le esperienze dei Quaderni Rossi o di Classe Operaia sceglievano la militanza nei gruppi extraparlamentari, Tronti elaborava la celebre teoria che evocava il «dentro e contro». Dentro – e contro – la modernizzazione capitalistica allora prorompente, ma anche dentro – e contro – il Pci e la sua strategia consociativa. «Venendo dalla tradizione comunista», ha raccontato qualche anno fa in un dibattito con Marco Revelli sull’eredità del ’68, «io ero vaccinato contro questo pericolo», quello cioè della «chiusura», del «settarismo», dell’«estremismo», «perché il Pci era una grande forza maggioritaria, di popolo, insomma una grande forza politica».
È la stessa mentalità che possiamo rintracciare nella più recente proposta per il superamento delle “due sinistre”. Tronti vi aggiunge la novità di un quadro politico profondamente mutato rispetto agli assetti che abbiamo conosciuto a cavallo del millennio.
Nella seconda metà degli anni Novanta era Fausto Bertinotti a teorizzare una sorta di gara per l’egemonia fra due sinistre radicalmente diverse fra loro. Una divaricazione che nasceva, secondo il leader di Rifondazione comunista, dal ripudio del “punto di vista di classe” da parte della sinistra moderata, quella che allora si radunava nel maggiore dei contenitori nati dallo scioglimento del Pci (il Partito dei Democratici della Sinistra – Pds). «La sinistra moderata», scriveva Bertinotti nel libro intitolato proprio Le due sinistre (con Alfonso Gianni, Sperling & Kupfer, 1997), «elegge oggi a referente non più una realtà sociale, ma una metafora. Una metafora in cui ciò che conta è la “medietà” a cui si allude, perché attraverso la “medietà” il destinatario del proprio progetto politico diventa un indifferenziato cittadino votante, spogliato di ogni connotazione sociale significativa».
Del resto era tutta la sinistra riformista europea che si andava ricostruendo su nuove basi. Il principale teorico del nuovo corso era il sociologo Anthony Giddens, il faro politico era Tony Blair. «La socialdemocrazia classica», affermava Giddens nel suo celebre manifesto La Terza Via (Il Saggiatore, 1999), «concepiva la creazione di ricchezza come quasi secondaria rispetto ai propri interessi fondamentali per la sicurezza economica e la redistribuzione». L’approccio doveva essere rovesciato ed il “problema”, quindi, era quello di assecondare l’imminente ciclo di crescita garantito dall’avvento della New Economy. Con un assunto teorico di fondo: il trade off fra crescita ed equità (una relazione inversa che, sia detto per inciso, molti recenti studi empirici hanno dimostrato non sussistere: i livelli di disuguaglianza si combinano con i diversi vettori della crescita – l’accumulo di capitale fisico, di capitale umano, ecc. – in modo non univoco e coerente). Inoltre la globalizzazione portava con sé l’inevitabile accrescimento di disuguaglianze fra lavoratori skilled (qualificati) e unskilled (non qualificati) a causa della concorrenza di economie emergenti caratterizzate da industrie ad alta intensità di lavoro e del conseguente tentativo di riposizionamento dei paesi occidentali nella divisione internazionale dei settori produttivi. In tale contesto il ruolo fondamentale delle politiche pubbliche, sempre secondo i teorici della Terza Via, era quello di cavalcare la rivoluzione modernizzatrice in corso: le uniche pratiche di intervento consentite riguardavano l’investimento nel capitale umano quale strumento privilegiato di inclusione e riequilibrio delle opportunità sociali.
L’architrave sociale dell’intero progetto diventava così il “cittadino-consumatore” e il dispositivo principe per blandirne il consenso erano le liberalizzazioni: i biglietti aerei della Ryanair – 50 euro per raggiungere qualsiasi capitale europea – erano decantati come le più efficaci ed utili politiche sociali per giovani entusiasti del loro futuro flessibile e creativo.
Oggi tutto questo appare terribilmente lontano. Ha ragione Mario Tronti quando sostiene che i venti della Grande Crisi e le macerie dell’Italietta berlusconiana hanno travolto anche quelle due sinistre. L’area della vecchia sinistra radicale ha assistito alla sostanziale eclissi politica delle componenti antagoniste: il loro spazio, in Italia, è occupato da formazioni come Il Movimento 5 Stelle, capace di assorbire alcune parole d’ordine della “protesta antisistemica” per riformularle in chiave antipolitica e anticasta. Il socialismo era per Lenin «Soviet più elettrificazione delle campagne»; con un po’ di ironia potremmo dire che Grillo gli è voluto succedere proponendo «Democrazia diretta più banda larga per tutti».
Al di là dello scherzo, e nonostante le molteplici contraddizioni interne al messaggio e alle pratiche del M5S, l’ex comico genovese ha pescato a piene mani dal bacino elettorale del radicalismo e ancora per un po’ di tempo egemonizzerà quest’area. Tanto più se comincerà a vantare credenziali presso quel variegato mondo politico-intellettuale sempre più insofferente verso il “dogma” dell’unità monetaria che caratterizza la sinistra ufficiale ad ogni latitudine.
Nichi Vendola si è mosso lungo una traiettoria del tutto diversa. Il governatore della Regione Puglia, e la piccola formazione politica nata intorno alla sua figura, sono ormai espressione di una socialdemocrazia “tradizionale”. Lo si vede molto bene leggendo il programma economico presentato per le primarie del centrosinistra: redistribuzione della ricchezza tramite la leva fiscale, forte tassazione delle rendite e dei patrimoni, rafforzamento del welfare su basi universalistiche, tutela dei diritti del lavoro; ma anche attenzione agli equilibri di bilancio e al peso del debito pubblico (il cui stock «può essere ridotto anche attraverso la vendita di beni patrimoniali di proprietà dello Stato») e alla competitività delle imprese (alle quali «si
propone di diminuire drasticamente l’aliquota dell’Ires, in particolare per chi assume, per chi investe in innovazione di prodotto e di processo e per le startup»). Le citazioni che compaiono nel testo sono quelle dell’economista neokeynesiano Paul Krugman – per la sua polemica contro le politiche di austerity adottate in tutta Europa con la recente crisi – e del filosofo Jürgen Habermas – per la sua evocazione di un New Deal europeo incentrato su una massiccia spesa per investimenti a livello federale.
La sinistra moderata, dal canto suo, è stata attraversata da un processo di evoluzione meno univoco e tuttavia foriero di importanti novità. Pierluigi Bersani ha scelto di costruire il “marchio” del suo Pd attraverso una rinnovata centralità della “questione del lavoro”. Alcune iniziative di carattere teorico, come il documento “Europa-Italia. Un progetto alternativo per la crescita. Contributo del Pd al Programma Nazionale di Riforme” (marzo 2011), si sono distinte per prese di posizione originali e in netta controtendenza rispetto al passato. Eccone alcuni esempi: a) La proposta di uno «standard retributivo europeo» – sulla scorta di una tesi dell’economista eterodosso Emiliano Brancaccio – capace di coinvolgere i paesi in surplus nel processo di aggiustamento delle bilance commerciali tramite una crescita delle retribuzioni in linea con la dinamica della produttività. b) L’attenzione dedicata al riavvio di un «motore autonomo della domanda interna» in Europa alimentato dalle risorse raccolte tramite l’emissione di Eurobonds e misure fiscali come la Financial Transation Tax (che successivamente ha fatto strada, come testimonia il recente accordo di cooperazione rafforzata sulla Tobin Tax siglato da 10 paesi europei). c) La presa d’atto che nessuno studio ha «dimostrato un’automatica relazione positiva fra deregolamentazione del mercato del lavoro e crescita occupazionale. Al contrario, non si può trascurare l’eventualità che le modalità con cui si è flessibilizzato il mercato del lavoro italiano possano aver contribuito al rallentamento della dinamica della produttività». Quel documento aveva certamente molti limiti. Sergio Cesaratto ne ha sottolineati alcuni, in un recente saggio pubblicato su economiaepolitica.it (“La sinistra e la crisi”), puntando in particolare il dito contro l’assenza di un più esplicito richiamo all’intervento della Bce a garanzia dei debiti sovrani. Ma il progetto segnava una maturazione culturale importante nel principale partito della sinistra italiana.
La medesima impostazione è confluita nella “Carta di intenti” del patto dei democratici e dei progressisti che ha tenuto a battesimo l’alleanza fra Pd, Sel e Psi. «La nostra visione», si legge in quel testo, «assume il lavoro come parametro di tutte le politiche. Cuore del nostro progetto è la dignità del lavoratore da rimettere al centro della democrazia, in Italia e in Europa». Non è da poco la differenza rispetto ai tempi in cui il punto di partenza era il “cittadino-consumatore”. D’altra parte è stato proprio il responsabile economia e lavoro del Pd, Stefano Fassina, ad operare una inequivocabile scelta di campo in un suo recente libro: «Il lavoro è un caleidoscopio di condizioni, anche nella stessa persona. Tuttavia, il faro dell’irriducibile differenza di interessi tra chi offre lavoro e chi domanda lavoro deve rimanere acceso e illuminare la varietà e la variabilità delle situazioni per poter dare visibilità alle asimmetrie di potere e alle condizioni di sfruttamento dove continuano ad esistere, nonostante le trasformazioni effettive e formali» (Il lavoro prima di tutto, Donzelli, 2012).
In teoria mai come ora queste due sinistre – la socialdemocrazia di Vendola e il neolaburismo del Pd bersaniano – sono state vicine.
In pratica il governo Monti – con la partecipazione del Pd alla strana maggioranza ABC che ha sostenuto l’esecutivo tecnico di “emergenza” – ha tracciato un profondo solco fra le due traiettorie di convergenza. È un solco che non è destinato a richiudersi come d’incanto con la fine della legislatura.
Se però Pierluigi Bersani vincesse le primarie – magari con un esplicito appoggio di Nichi Vendola al secondo turno – il tema potrebbe tornare all’ordine del giorno. Il leader di Sel si sarebbe impegnato in una consultazione che è diventata ormai un momento costituente per il centrosinistra italiano e ne avrebbe poi accettato (e favorito) l’esito. Potrebbe decidere di trarne le conseguenze per giocare da dentro la sua partita, scegliendo di “rottamare” una creatura politica esilissima – che non ha mai dato vera prova di vita autonoma – per entrare a far parte dell’ultimo “partito solido” e radicato nel territorio rimasto in Italia.
Sono in molti a sostenere che le idee di Vendola – o di qualsiasi riformismo di sinistra – non troverebbero alcuno spazio in un futuro governo di centrosinistra sottoposto ai dikat dell’austerity “euro-tedesca”. Non sono certo perplessità o timori infondati. Su un fatto, però, potrebbero concordare “governisti” e critici dell’alleanza con il Pd: una volta che si è entrati a far parte del centrosinistra la scelta strategica è stata operata; a quel punto potrebbe essere utile rompere gli indugi e tenere nella mira il bersaglio grosso. Può darsi che anche Vendola, sulla scia di Tronti, decida di archiviare la lunga stagione dei “pochi ma buoni”.
(19 novembre 2012)
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