Opposizione, una road map per le elezioni anticipate

Pierfranco Pellizzetti

, Il Fatto quotidiano 2010

È troppo sperare che l’opposizione al regime mediatico berlusconiano inizi a puntare un po’ di più sulle proprie forze e ragioni, non soltanto su quelle altrui? Tipo la capacità di filibustering parlamentare della pattuglia evasa dalla Casa della Libertà al seguito di Gianfranco Fini. Fermo restando che dall’antico pupillo di Giorgio Almirante ci si può attendere lo sfiancamento del premier con improvvise imboscate su specifici provvedimenti alle Camere, non l’ascesa “normalizzante” alla guida di “questa” destra; tra l’altro cavalcando temi di sinistra che sul lato opposto ormai funzionano poco o nulla: dalla difesa della legalità costituzionale ai diritti delle minoranze (tipo il matrimonio gay o il voto agli extracomunitari).

Riflessione della massima urgenza, in quanto molti segnali dicono che ci stiamo avvicinando a una scadenza elettorale anticipata, in cui si dovrebbe provare a sconfiggere colui che per troppo tempo ha espropriato l’Italia del bene primario della democrazia; ha trasformato il dibattito pubblico in una sentina alimentata dai liquami del sistema mediatico sottoposto al suo controllo padronale. Soprattutto tenendo in conto che la “Bestia” (come Giulio Tremonti chiama il Berlusconi, parafrasando le Sacre Scritture e facendo bene attenzione di non essere sentito) è ferita, mostra palesi segni di indebolimento senile.

Se così stanno le cose, allora non è davvero troppo poco esaurire i preparativi per quello che potrebbe essere lo scontro finale nella semplice ricerca con la lanterna di Diogene dell’Uomo del Destino, da opporre all’Ometto di Arcore? Ossia la solita riduzione della politica alle personalizzazione (la faccia fresca del neofita contro quella cartapecora di Berlusconi).

Non era bastata l’infelice esperienza di Francesco Rutelli, candidato premier per i progressisti solo perché più telegenico di altri? Allora come ora, un frutto avvelenato di questi anni, in cui si confonde pericolosamente democrazia con leaderismo. Cui si aggiunge un cibo più antico che ha sempre intossicato la Sinistra: quella perniciosa “teoria dei due tempi” (prima si conquista il potere, poi si vedrà) che di solito tende a bloccarsi alla fase uno.

Eppure – stando a quanto risulta dal dibattito in corso – questa sembrerebbe l’unica priorità perseguita. In palese contrasto con la saggezza antica secondo cui la costruzione della casa comincia dalle fondamenta, non dal tetto.
Comunque sia, buon senso consiglierebbe di affiancare il lavoro dei talent-scout con un po’ di sana politica d’antan, ricordando che per vincere occorre indicare una prospettiva convincente: la messa a fuoco di alcuni punti che connotino l’offerta (non le polverose raccolte di precotti chiamati “programmi”, cui nessuno presta più attenzione).

Da qui la “modesta proposta” che segue: ripercorrere la strada che ci è stata recentemente indicata dalla proposta di legge anticorruzione promossa da Il Fatto (l’individuazione di un tema qualificante, che viene elaborato in ragionamento compiuto per esser – così – pronto a diventare specifica azione politica).

Ma se l’iniziativa di cui sopra toccava un aspetto centrale della “questione legalità”, i nuovi cantieri di ricerca dovrebbero – a parere dello scrivente – affrontare l’altro punto di sofferenza italiana: la “questione della buona società”, in quanto più equa e giusta. E i temi certo non mancano.
Se ne indicano soltanto alcuni, a puro titolo di esempio:

1. come contrastare la crisi economica che contrae i redditi dei ceti medi e diffonde nuove povertà. Un fenomeno ad oggi tenuto a bada – per quanto ancora? – deviando l’attenzione con la propaganda mediatica del “tutto va bene” e inducendo guerre tra ultimi e penultimi;
2. come rinnovare i modelli di sviluppo novecenteschi ormai giunti al capolinea (la grande fabbrica partecipata dalla Stato e il paradigma distrettuale), visto che le possibili alternative o sono puramente dichiarate (hi-tec e specializzazione turistica) o semplicemente dimenticate (logistica);
3. come favorire la civile convivenza in una società sempre più multietnica;
4. come affrontare l’emergenza di città dove i processi di allontanamento dei centri (scintillanti) dalle periferie (degradate e anomiche) creano tensioni dagli esiti imprevedibili. Magari saldando la riflessione sulla crescente sofferenza di vaste aree urbane dimenticate con altre due emergenze: la “questione giovanile” e la crescita del controllo malavitoso su ampi pezzi di tessuto cittadino.

Se si vuole vincere davvero, non sarebbe male che le intelligenze a disposizione si mettessero al lavoro su argomenti di questo tipo, a garanzia dell’effettiva volontà di avviare una nuova stagione all’insegna della discontinuità; operando un salto di qualità già dalle fondamenta (le soluzioni proposte) e non dal tetto (la bella faccia in cui riconoscersi). Forse si riuscirebbe davvero a sgelare parte del capitale di consenso elettorale finito da tempo nella ghiacciaia del non-voto.
Ad oggi, il primo partito italiano.

(11 ottobre 2010)

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