Ovadia: “Giusto non cadere nell’autocensura”
Tommaso Rodano
intervista a Moni Ovadia , da il Fatto quotidiano, 14 gennaio 2015
“Sono agnostico, ma conosco l’importanza della spiritualità. Capisco la complessità dell’argomento, me per nessun motivo sono disposto ad accettare la censura. Qualsiasi forma di censura”. Moni Ovadia è un artista, attore e drammaturgo. Un “ebreo levantino”, come si definisce lui stesso. Per cultura e formazione personale, è molto sensibile alle conseguenze drammatiche degli attentati di Parigi. “Sono cresciuto nell’adorazione di Wolinski – racconta – e Charlie Hebdo è stato parte della mia formazione artistica”.
Oggi torna in edicola (in Italia con il Fatto Quotidiano). C’è di nuovo l’immagine di Maometto in copertina. È una provocazione o un atto di coerenza e coraggio?
Conosco moltissimi musulmani. Persone colte, intelligenti, laiche. Osservano queste vignette con disincanto, sono in grado di capirne il contesto e il significato. È vero: probabilmente le componenti più ottuse del mondo islamico la vivranno come una provocazione. Ma io credo che la decisione dei giornalisti e vignettisti di Charlie Hebdo meriti rispetto. Oggi non bisogna, malgrado tutto, cadere nella trappola dell’autocensura. Dobbiamo essere in prima fila nel difendere il diritto a esprimersi e, a volte, anche a sbagliare.
Non c’è un limite a questo diritto? Dove finisce la libertà d’espressione e dove inizia il rispetto della sensibilità religiosa?
Credo sia un discorso complesso, che ha bisogno di essere affrontato. Ma con un punto fermo: la satira deve rimanere libera. Chi deve stabilire i suoi limiti? A che scopo? Si correrebbe un rischio troppo grande. Ci sono le leggi: se qualcuno si sente ferito e vuole rivendicare il suo diritto a non essere offeso, ci sono i tribunali. Certo, non lo nascondo: è difficile tracciare i confini della satira. Faccio un ragionamento paradossale: se qualcuno ironizzasse sulla pedofilia, insultandone le vittime? Si difenderebbe ancora il diritto alla libertà d’espressione? È fondamentale che ci sia una discussione civile su questo argomento, serve un approfondimento collettivo. Ma la violenza e il fanatismo non sono accettabili, in nessun caso.
Il fanatismo è un problema del mondo musulmano o è una pianta che sta mettendo radici ovunque?
I fanatici sono dappertutto e non sono diversi gli uni dagli altri. L’islamismo più aperto e pacifico è cresciuto, probabilmente, in Bosnia Erzegovina: Sarajevo è stata una delle città più accoglienti d’Europa. Eppure i bosniaci sono stati trucidati durante le guerre in Jugoslavia. I loro assassini non erano di certo musulmani, ma cristiani. Lo stesso mondo ebraico è pieno di fanatici: ci sono violenti e pistoleri anche in Israele. Ovviamente ci sono somiglianze e differenze nei monoteismi puri, ma come diceva un vecchio e saggio rabbino marocchino, “un buon musulmano e un buon ebreo si assomigliano come due gocce d’acqua”.
Le comunità ebraiche in Francia oggi fanno bene ad avere paura?
La paura è una reazione comprensibile nei soggetti più fragili e in coloro che hanno ancora memoria viva delle violenze passate. Ma questa paura non deve prestarsi a strumentalizzazioni ignobili, come quella del primo ministro israeliano Netanyahu. Cosa ha in mente? Far venire via tutti gli ebrei e trasformare Israele in una sorta di nuovo ghetto super blindato e super armato? Il suo comportamento è iniquo, grave, nefasto. Sembra voler realizzare davvero il disegno storico antisemita nazi-fascista. Per biechi interessi elettorali. Le identità dei popoli non sono oggetto di trattative politiche.
Come si combattono le pulsioni xenofobe scatenate da questa tragedia? Come si evita che si scivoli davvero verso uno scontro di civiltà?
Credo che non esista nessuno scontro di civiltà nei termini in cui lo presentano le destre nazionaliste. È chiaro che ci sono dei conflitti molto complessi, determinati anche, non solo, dalle politiche dell’occidente. Le guerre preventive di Bush jr hanno preso a calci un formicaio di complessità e non c’è dubbio che abbiano dato forza e consapevolezza agli estremisti. Se per rispondere a queste violenze si decide di continuare a coltivare l’ostilità, allora sì che saranno guai. Bisogna cominciare a costruire una cultura di pace. Non è facile. I campioni d’imbecillità che si riempiono la bocca della parola “buonista”, quando si parla di pacifismo, non capiscono nulla. L’impegno per la pace serve a togliere ossigeno alle violenze, non a legittimarle.
(14 gennaio 2014)
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