Parole come pietre
di Pierfranco Pellizzetti, da "Il Fatto Quotidiano", 20 gennaio 2010
Nell’opera sistematica di manipolazione del linguaggio, a cura indefessa degli esperti di comunicazione preposti a riconfigurare la realtà a vantaggio di Silvio Berlusconi, un peso crescente va assumendo l’uso della parola “odio”. Al duplice scopo di trascinare gli oppositori nelle sabbie mobili delle smentite e dell’auto-giustificazione, a fronte dell’addebito imbarazzante di essere mossi da sentimenti meschini, e – insieme – convincere i propri supporters che le argomentazioni critiche non vanno tenute in benché minima considerazione, in quanto pure manifestazioni di invidia.
Insomma, l’odio – che in passato assumeva persino valenze positive (pensiamo a “l’odio di classe” dei vecchi comunisti) – ora viene reintrodotto nel dibattito politico come un qualcosa di cui ci si dovrebbe vergognare. In quanto tale, uno strumento di delegittimazione morale della parte avversa criminalizzata.
Ma è proprio vero che quella parte di italiani descritta come “odiatrice” di Belusconi sia composta da frustrati per l’impossibilità di imitare il satrapo riccone di Arcore, il suo stile di vita gaudente e narcisistico, la sua iomania senza limiti?
In effetti, nonostante la reiterazione ossessiva del messaggio (che in pubblicità svolge la funzione di trasformare qualsivoglia bubbola in verità indiscutibile), l’argomentazione resta sempre a livello di “Asilo Mariuccia”. Tipo, “chi lo dice lo è/ cento volte più di me”.
Ennesima conferma del rincretinente ritorno all’infanzia che in Italia affligge il discorso pubblico. Per cui, se uno critica una posizione politica, si sente ribattere: «ma allora ce l’hai con me». Sciocchezze. Un po’ come all’epoca del Cofferati antagonista (bei tempi!) si accusava il sindacato di “fare politica” (e quando mai un sindacato non lo ha fatto?). Dunque sciocchezze, ma che comunque funzionano per la trasformazione della politica in vendita di un prodotto.
A prescindere che è legittimo nutrire animosità verso chicchessia (a patto di non tradurre il proprio sentimento in atti concretamente lesivi), è inesatto affermare che una metà del Paese odia Berlusconi; semmai lo disprezza profondamente, in quanto personificazione di aspetti giudicati inaccettabili, insopportabili. Ossia la dissoluzione di un patrimonio di principi a cui molti non intendono rinunciare.
Questo determina la creazione di due campi sociali contrapposti e incomunicabili. Soltanto che Berlusconi ha saputo federare a blocco i propri supporters; ossia gli abbienti, inguaribilmente refrattari all’idea di politiche redistributive (“roba da comunisti”), e gli impauriti, in paranoia da protezione perché attanagliati da confuse sensazioni di rischi incombenti. Mentre non si segnalano contestuali aggregazioni sul fronte opposto, che resta sostanzialmente disperso; quindi, politicamente inerte.
Infatti le ragioni dell’alterità sono plurime, variegate e non facilmente sovrapponibili: dal rifiuto dell’assiomatica dell’egoismo in chi coltiva l’idea di solidarietà al fastidio di una certa borghesia delle buone maniere (forse residuale) per l’apologia dell’insolenza e le sue pratiche, dalla priorità attribuita alla legalità in quanti si riconoscono nell’ordine repubblicano sancito dalla Costituzione ai propugnatori della laicità contro il rinascente oscurantismo; ai contestatori di una restaurazione verticistica attraverso il silenziamento dell’autocomunicazione orizzontale resa possibile dai new media, come i ragazzi del Popolo Viola.
Rivoli che partono dal comune rifiuto senza però confluire in una soggettività unificata. Anche perché fanno riferimento tanto a valori che un tempo avremmo definito “di sinistra” (ragione, consenso, giustizia) quanto di “destra” (ordine, tradizione, merito).
L’impossibilità di raggiungere compromessi ragionevoli in un confronto tra posizioni senza il benché minimo punto di contatto (“o, o”) determina quel conflitto distruttivo che sta scardinando irrimediabilmente l’intero Paese. Una situazione drammatica cui siamo giunti perché la politica ha rinunciato al ruolo di “levatrice del futuro” (la proposta di un progetto di società in cui riconoscersi, pur ponendo premesse diverse) facendosi ingabbiare nei paradigmi prepolitici della furberia da sensali in un foro boario riverniciato a nuovo dalle tecniche promopubblicitarie, in cui portafoglio e pancia azzerano cuore e mente. Terreno su cui vince sempre chi è più furbo e la sa raccontare meglio. Ma anche chi sa portare dalla propria parte un uditorio più vasto.
Non contrastato sul terreno delle regole del gioco come sull’organizzazione delle istanze coalizionabili, Berlusconi continua a vincere. Anche perché l’anti berlusconismo è fatto di stati d’animo che non diventano strategia. Ossia, rimangono sostanzialmente a livello di sacche di resistenza culturale, psicologica.
Comunque un impiccio al consolidamento definitivo del dominio che – in quanto tale – deve essere lapidato, bollandolo da “area dell’odio”.
Perché – come è stato detto – “le parole sono pietre”.
(20 gennaio 2010)
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