Parole, parole, soltanto parole
Giacomo Russo Spena
Due elenchi. Due liste della spesa. Due compitini. Da un lato Gianfranco Fini dall’altra Pierluigi Bersani, entrambi ospiti nella trasmissione Endemol di Fazio e Saviano. Sulla presenza dei due leader rispettivamente di Fli e Pd subito erano scattati i veti del grande ras berlusconiano Masi: "Non devono partecipare oppure bisogna invitare anche Berlusconi e Bossi". Timori del governo sulla loro presenza. Tante aspettative. Ma per cosa? Per quei 5 minuti di discorso sui valori della destra e della sinistra? Su Fini poche sorprese, continua la sua parabola per una nuova destra moderna in Italia: amor di patria, meritocrazia, senso dello Stato, ius soli per i criteri di cittadinanza (ma non era lui che ha fatto la nefasta legge sull’immigrazione), importanza delle nostre truppe all’estero nell’ottica della guerra al "terrore".
Si scopre, invece, perchè di scoperta si tratta, che Bersani è per i diritti civili, la laicità, la giustizia sociale, la scuola e sanità pubblica, la redistribuzione del reddito, i beni comuni, le energie rinnovabili, la pace, in difesa della "Costituzione più bella del mondo". E contro la precarietà ("il lavoro è la dignità di una persona"), il nucleare, la tortura e la cultura machista.
Belle parole. Veramente. Anche un bel programma elettorale, se fosse messo in pratica. Peccato che Bersani sia il segretario del Pd e che il suo partito da anni attua politiche che vanno in tutt’altra direzione. Insomma il buon Pierluigi predica bene ma razzola male! La precarizzazione del lavoro, tema ora carissimo a Bersani, è iniziata con il pacchetto Treu. Il ministro Damiano, governo Prodi, non è intervenuto in materia per arginare la precarietà diffusa. Sui diritti civili troppo facile ricordate il tormentone Pacs-Dico-Cus. O le picconate di Violante e D’Alema alla Costituzione. O i bracci di ferro nel partito sulla laicità o la riforma Berlinguer contro la scuola pubblica. Pace? E chi si si è inventato l’ossimoro della "guerra umanitaria"? L’elenco potrebbe continuare. Ma mi fermo perchè non voglio solo soffermarmi sul passato. Di quello che è stato fatto. Bensì del Pd di oggi. Di quello, che se fosse di sinistra e Bersani più coerente quando parla di "occhio dei più deboli", si attiverebbe, senza divisioni, per gli operai di Pomigliano e Melfi, per gli immigrati sopra la gru a Brescia, per l’acqua come bene comune (invece hanno deciso di boicottare la raccolta firme per i quesiti referendari). Senza dimenticare la grave assenza del segretario alla manifestazione promossa dalla Fiom del 16 ottobre.
E, inoltre, siamo così sicuri che gli elenchi di Fini e Bersani, a parole così distanti, non siano politicamente vicinissimi? Un governo tecnico, qualora cadesse Berlusconi alla Camera e Napolitano desse il suo placet, vedrebbe unite queste due forze, insieme ai centristi di Casini, Lombardo e Rutelli (quello che nel ’93 a Roma chiedeva i voti frontisti per sconfiggere il "fascista" Fini). Un esecutivo d’emergenza per fare la legge elettorale e pilotare la crisi. Ignoto sapere la durata di questo governo tecnico: avrà un inizio, non una fine. A presiederlo forse Draghi, sicuramente una persona che porterebbe "giustizia sociale" nel Paese. Non trova "compagno" Bersani? Anche in caso di elezioni anticipate il Pd è tentato da una vera e propria alleanza elettorale coi futuristi. A dichiararlo non solo i "destri" del partito. In un colpo solo le differenze tra i due elenchi si assottiglierebbero. Due linee parallele che convergerebbero. Questo è il Pd, questa è la nostra classe dirigente di "sinistra".
(17 novembre 2010)
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