Pastorale italiana
Giovanni Perazzoli
Gli ottimisti temono il “crollo della democrazia” ed evocano l’ “emergenza democratica”. Sono rimasti indietro. Il crollo c’è già stato, svariati anni fa. Viviamo tutti, da anni, tra i calcinacci, con i vestiti pieni di polvere. Nella nostra new town ci comportiamo come gli psicotici di Winnicott che continuano a parlare di un loro eventuale cedimento mentale, che in realtà è già avvenuto.
La verità è che il paese è da anni allo sbando. Funziona a macchia di leopardo: esistono solo delle residue “isole felici” – quell’ospedale, quella scuola, quel concorso “aperto”: piccoli angoli di resistenza. Spesso se ne deve ringraziare il coraggio e l’onestà di semplici ma forti cittadini.
Il fallimento di un paese è, in primo luogo, il fallimento delle sue istituzioni. Per questo siamo tornati a un contesto pastorizio, politicamente primitivo, quasi naturale. È in questi momenti che, nella grande piana della transumanza, appaiono i pastori politici. Con i loro flauti e il bastone pronto alla mano, cercano le pecore impazzite, che vanno una di qua l’altra di là, per riportarle paternamente al recinto del male minore. Fischiano, urlano, sbuffano, incitano i cani. Si danno un gran da fare.
Nel piccolo recinto bucolico italiano, dopo la caduta del paese, l’emergenza segue una rigorosa divisione dei ruoli. Così, anche se a un primo sguardo tutto sembra caotico, con quel susseguirsi di fischi, di bastonate, di latrati di cani, e con i pastori che corrono da una parte all’altra, ogni azione segue in realtà uno schema collaudato.
Di fronte, ad esempio, a un decreto che dire incostituzionale è dire poco, quegli stessi che, da una parte, invocano la “soluzione politica”, perché non vogliono vincere “a tavolino”, dall’altra giustamente alzano la voce e protestano, quando arriva la soluzione politica. Logica vorrebbe che tra le due possibilità se ne fosse per tempo scelta una. Ma questa era la vecchia logica, quella istituzionale. Adesso bisogna correre da una parte e dell’altra. Poi c’è il problema rappresentato dai costituzionalisti, che affermano tutti che il decreto è incostituzionale. Ma che cosa contano? Forse, li ammonisce un ruvido pastore, è solo “un po’” incostituzionale. Con paternalistica supponenza, ne arriva un altro, anche un po’ incazzato, che, pur dichiarandosi incompetente in diritto costituzionale, risolutamente afferma che il Capo dello Stato ha fatto bene a firmare.
Per i più riottosi c’è anche la formula “non poteva non firmare” che è insieme un flauto e un bastone. Da una parte stordisce, mettendo il malcapitato davanti all’apparente logica, arcana ma implacabile, di un diritto che dà sempre torto a chi ha ragione e ragione a chi ha torto; e, dall’altra, ammalia, perché c’è sempre la pecorella un po’ narcisetta, che si compiace nel ruminare un bel concettone anti-intuitivo e un po’ paradossale, che sembra elevarsi però, tanto più in quanto è oscuro, verso i cieli dei concetti giuridici della piena dottrina. Altro che il serio e faceto nella giurisprudenza di Rudolf von Jhering! Qui siamo al virtuosismo puro.
Un tempo, il diritto serviva per tenere a bada i prepotenti, oggi obbligherebbe gli onesti a fare delle dolorose cazzate. Ma del resto, non siamo circondati da macerie? Se non ci fossero i pastori che paternamente ci guidano al “male minore”, che cosa faremmo noi pecorelle digiune di fini cavilli e altri bizantinismi? Sono i ruvidi pastori che hanno in mano le chiavi del realismo politico, e sono convinti che sia meglio non dire le cose come stanno.
C’era l’evidenza dell’urgenza! Ma perché? Dove si trova questa urgenza? Non c’è alcuna lacuna giuridica né sono arrivati i Vichinghi a Milano. Per la legge il problema è chiaro. Scomodare lo “stato d’eccezione” sembra eccessivo, persino per riammettere la lista di Berlusconi. In realtà, bisogna riflettere sulla circostanza che il problema politico consiste nel fatto che la legge imponeva con chiarezza l’esclusione del partito di Berlusconi.
Tutto sarebbe evidente, e appunto, chiaro, se vivessimo nello stato di diritto. Siccome però viviamo nel recinto pastorizio, nel pre-politico, in una sorta di incosciente stato di natura, allora sembra più persuasivo che all’ingombro delle leggi debba essere preferita la soddisfazione della volontà del settantacinquenne maschio alfa. Il cui bisogno di soddisfazione si chiama, appunto, “problema politico”.
Non è ammissibile – questo il punto – che il mirabolante partito dei migliori vada davanti al proprio elettorato a dire con umiltà quanto sono stati fessi. L’essere stati dei fessi per il “maggior partito”, per altro al governo, deve diventare un problema politico-costituzionale. Il rischio è che a qualcuno si accenda una lampadina in testa e faccia il passaggio successivo, e cioè che il vero problema politico è che un partito che fa queste fesserie pretenda di governare.
Non è stato, peraltro, proprio Berlusconi il più grande produttore di cavilli della storia giuridica tutt’intera, da Ulpiano a oggi?
Mai il costituzionalista è stato così tanto al centro degli interessi di tutti, ascoltato come un oracolo capace, con i suoi responsi (di solida dottrina), di rovesciare un governo, di mettere in difficoltà un capo dello stato. Quando però il “cavillo” imprevisto lo colpisce nell’onore del fare – “cavillo”, s’intende, ben diverso da quello che sarebbe bastato al giudice Carnevale per annullare anni di processi –, allora no, non va bene. C’è la questione politica. C’è la “sostanza”. La quale però non conta nel dare un significato politico alla prescrizione. Conta quando si fa la figura degli sprovveduti.
Il sommo paradosso è che in Italia il “problema politico” è diventato esso stesso un “problema politico”. Lo si evoca in ogni momento ed è capace di sconvolgere le istituzioni, di imporre indulgenze, sanatorie, condoni, sconti, deroghe, immunità eccezionali. Una volta vale un garantismo cavilloso e, subito dopo, il forte richiamo a più spicciolo senso della sostanza delle cose.
Ma che cos’è la “sostanza”? Non fosse proprio la “forma” a dirlo? Affermare e certificare che esista una sostanza al di fuori del diritto, significa veramente che siamo alla frutta. La strada è aperta per dire che, ad esempio, il sacro Vangelo contiene una sostanza di verità che deve prevalere sulla legge positiva, che la scuola cattolica debba essere finanziata, che pare brutto che il Formigoni, che ha già regnato per due anni, non regni di nuovo.
In tutto ciò, l’Italia è allo sfascio. Il problema politico? Il vero problema politico è proprio quello di riemergere dalla situazione diffusa di regressione alla pastorizia. Eppure il ritornello lo conosciamo: la scorciatoia è ormai la regola, mentre sulla strada maestra ci sono solo erbacce e desolazione. Il vero problema politico sono le istituzioni e la costituzione calpestate un giorno sì e l’altro pure. Il vero problema politico è che ci sono non pochi capi bastone, infeudatati alla grande, per i quali l’eccezione è la garanzia del loro potere. È difficile vedere a
ltro problema politico che questo: lo stato di natura e l’aggirarsi tra macerie.
Il Presidente Napolitano, in realtà, va difeso. È l’unico che ha dato una rappresentazione precisa e senza infingimenti del problema. Ha scritto che per il pasticcio era stata richiesta una “soluzione politica”, che le opposizioni avevano dichiarato di non volere vincere “a tavolino”, e che dunque bisognava trovare una forma giuridica che aprisse la strada alla “soluzione politica”. Più chiaro di così.
Forse un grido di aiuto? Un messaggio nella bottiglia? Se si disponesse di un briciolo della capacità combinativa che hanno i nostri pastori di discettare di forme giuridiche, si potrebbe persino ipotizzare, con qualche persuasività, che il capo dello stato non abbia, nella nostra costituzione, la facoltà di entrare dentro questioni politiche di questo genere, l’unico problema politico essendo, per il suo ruolo, quello della difesa della costituzione. E che dunque non solo il decreto è incostituzionale, ma lo è persino l’interpretazione stessa che il capo dello stato dà della firma del decreto. Non che si voglia pensare che veramente qui si tratti di tirare un po’ qui un po’ là, di aggiustare una spalla, accorciare un pantalone, per fare qualcosa che somigli a un vestito! Per il povero re nudo.
L’esclusione della lista di Berlusconi rappresenta un problema politico? Ma come? La Polverini può partecipare, dove sta il problema politico? Gli elettori non è vero che non possono votare. Certo manca il grande B; e questo modifica le cose, perché ci sono tanti che voterebbero Lui anche come presidente della regione, anche se è già primo ministro. Ne conoscono la potenza del fare, e lo vorrebbero anche al posto di Napolitano, e contemporaneamente alla presidenza della Commissione Europea. Pazienza; ci dispiace. Quanto è più grave l’azzeramento delle istituzioni, l’abdicazione di fronte alla difesa del diritto?
Per fortuna ci sono i giudici, che pur non abitando in grandi palazzi, pur non avendo flauti e bastoni per difendersi, e pur non disponendo di un bilancio faraonico, applicano la legge. Isole felici, nello sfascio. Torna di nuovo in mente il grande giurista Rudolf von Jhering; il quale scrisse un breve e brillante libro dal titolo “La lotta per il diritto”, che fu fatto ristampare in Italia, non a caso in pieno fascismo, da Benedetto Croce. La lotta contro la violazione del diritto, scriveva Jhering, è un «atto di conservazione della persona e perciò un dovere di colui che ne è investito verso se stesso». Il diritto sfuma nel nulla se non è difeso nella continua lotta di riaffermazione contro il torto.
(11 marzo 2010)
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