Peggio el tacòn del buso: Fasanella di “Panorama” aggiunge bugia a bugia
Dopo la replica di Paolo Flores d’Arcais () all’articolo di Giovanni Fasanella dove si favoleggiava di “retroscena” a proposito dell’inchiesta di MicroMega sull’Italia dei valori, pubblichiamo da Dagospia una lettera del giornalista di "Panorama" e, a seguire, la risposta del direttore di MicroMega.
Caro Roberto (Roberto D’Agostino, ndr), ho letto sul tuo sito una lunga lettera in cui Paolo Flores d’Arcais mi "leva la pelle" per un articolo che ho scritto per Panorama sulla nomenklatura dipietrista, un tema affrontato nell’ultimo numero di Micromega. Vorrei replicare.
Mi sono limitato a fare quello che ogni giornalista (lui dice "giornalista giornalista") dovrebbe fare. E cioè: ascoltare, registrare e riferire. Nel mio pezzo parlano diversi parlamentari dell’Italia dei Valori, e sono loro le fonti delle mie notizie, citate quasi sempre con nome e cognome. Ho commesso però due errori.
Il primo è di non aver telefonato al direttore di Micromega per chiedergli se effettivamente militò in Lotta Continua. Non l’ho fatto per non sentirmi rispondere per la terza volta che lui, il d’Arcais, non parla con i giornalisti di Panorama perché li considera, come dire?, schifezza. Questa era più o meno la risposta che mi diede in due altre occasioni, quando lo chiamai per verificare alcune notizie sui "girotondini".
La stessa risposta che mi aveva dato anche una sua amica, Franca Rame, alla quale avevo telefonato per chiederle di commentare un’informazione che la riguardava. "Signora", provai a spiegarle, "io mi chiamo Giovanni Fasanella, non Silvio Berlusconi". Ma non volle sentir ragioni e mi confermò il disagio che provava per il solo fatto di parlare con un "giornalista di Berlusconi".
"Pensi un po’, signora, il disagio che dovrei provare io per il solo fatto di essere al telefono con lei, una militante del Soccorso Rosso che negli anni Settanta promuoveva azioni di solidarietà militante con i terroristi delle Brigate Rosse". E riattaccai.
Ho sbagliato, sì: avrei dovuto chiamare il Flores per la terza volta, farmi insultare di nuovo e registrare la sua risposta. Perché è così che fanno i "giornalisti giornalisti" come lui. E fa bene a raddoppiare, perché altrimenti nessuno ci crederebbe che il principe dei moralisti è anche un giornalista, visto che si è accorto con molto ritardo che Antonio Di Pietro e il suo partito non sono proprio delle verginelle.
Il secondo errore è quello di non aver mai approfondito la biografia del d’Arcais. Provo a rimediare in qualche modo, caro Roberto, se mi concedi ancora un po’ del tuo spazio. In effetti, non militò in Lotta Continua, come sostiene Aurelio Misiti, deputato dell’Idv. Ma alla fine degli anni ’60 era già un leader rivoluzionario, direttore della rivista Soviet. Poi, allievo del filosofo marxista (allora) Lucio Colletti, lavorava con lui a "La Sinistra".
Non so se è vero, ma Michele Brambilla, che ha dedicato molte ricerche al rapporto tra intellettuali e lotta armata, sostiene che ne era il condirettore. Riferendosi ai progetti rivoluzionari di Giangiacomo Feltrinelli, Brambilla scrive: "Erano forse, quelli di Feltrinelli, pruriti intellettuali di un rivoluzionario da salotto? Un fenomeno limitato? Nient’affatto. Feltrinelli non era un isolato.
Non a caso una parte del suo saggio Persiste la minaccia di un colpo di Stato in Italia! Fu pubblicato anche da "La Sinistra", giornale diretto da Lucio Colletti e Paolo Flores d’Arcais". In effetti, conferma il figlio di Feltrinelli, Carlo, nel libro dedicato al padre, Senior Service, "La Sinistra" era un giornale sul quale l’editore-guerrigliero aveva puntato gli occhi (e investito anche qualche lira) per organizzare l’insurrezione nel Sud Italia.
Si ricorda ancora oggi il numero di quel giornale in cui venne pubblicato un manuale per la fabbricazione di bombe molotov. Colletti, dopo l’uscita di Senior Service, confermò tutto, ma spiegò anche che lui abbandonò subito la rivista. Non so se lo stesso comportamento tenne anche il d’Arcais. Certo è che l’attuale difensore a oltranza della legalità, fu uno dei leader del Sessantotto romano (ricordate lo slogan: "Lo stato borghese si abbatte non si cambia"?), che ha prodotto il fior fiore dell’autonomia e del brigatismo più feroce (quello che ha organizzato il sequestro Moro, per intenderci).
Molti degli allocchi che si erano nutriti del "pensiero filosofico" del d’Arcais fecero una brutta fine o la fecero fare agli altri. Ma lui, il "giornalista giornalista", è sempre riuscito a barcamenarsi in qualche modo. A un certo punto, si invaghì del Psi craxiano, e fu messo a dirigere Mondo Operaio.
"Campava con il Psi", racconta Giancarlo Perna in un gustosissimo ritratto, "ogni mese l’amministratore del partito, Rino Formica, seduto al suo tavolo, lo pagava contando a voce alta le mazzette "centomila, trecentomila…un milione….Ma quanto c…zo costa questo intellettuale!, diceva nel suo barese con la erre moscia". Altri tempi, vero? Però, mentre Formica contava i soldi, il d’Arcais non dimenticava certo i vecchi compagni d’un tempo.
Quando Pietro Calogero inquisì i capi di Autonomia (il famoso processo "7 aprile"), lui fu uno di quegli intellettuali intellettuali di sinistra che si misero di traverso, disturbando l’azione della magistratura.
Peccato, perché se il giudice padovano avesse potuto lavorare in tutta tranquillità, senza condizionamenti esterni (non so come li definirebbe oggi, il d’Arcais) da parte di poteri palesi e occulti, le autorità francesi non avrebbero abbassato le saracinesche negando l’accesso ai loro archivi, e forse si sarebbe scoperta quella centrale parigina che il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa considerava il "cervello politico" delle Br.
Ma allora non andava di moda schierarsi dalla parte dei magistrati che facevano il proprio dovere, e Flores -racconta ancora Perna- sparava a palle incatenate contro di loro: "La parola di chi denuncia contro la parola di chi è imputato, fossero anche di pari forza, garantismo vorrebbe che "in dubbio pro reo"…..
Per condannare gli untori di manzoniana memoria, bastava la parola di un vicino di casa, mentre ogni delitto va provato al di là di ogni ragionevole dubbio….Ogni giorno di carcere preventivo grida vendetta di fronte alla legge….il carcere deve seguire l’esibizione di prove, non essere strumento per ricercarle".
Già, davvero altri tempi: la "rivoluzione" di "mani pulite", con il suo "tintinnio di manette", era ancora di là da venire. E il d’Arcais stravedeva persino per Corrado Carnevale (ricordate, il magistrato accusato anche da Micromega di essere in pratica un filo-mafioso?).
Quando il giudice della Cassazione prese un provvedimento a favore di un suo vecchio conoscente, Oreste Scalzone (quello fuggito a Parigi), il d’Arcais non esitò a impugnare la penna per difendere il "giudice ammazzasentenze": "Del tutto discutibile la critica che gli viene rivolta per eccessi di garantismo. Si dice che annullando le condanne contro la mafia, tanti criminali vengono avvantaggiati. Verissimo. Ma non se ne esce praticando una maggiore disinvoltura procedurale, ma investendo in strutture perché le prove vengano trovate».
Va bene. Va benissimo. Il direttore di Micromega dirà che è sempre stato coerente, che un filo unico percorre l’intera sua storia, da Soviet ad oggi: la difesa della legalità. Certo. Ed è proprio così che si spiega anche la partecipazione ai movimenti del d’Arcais di tanti intellettuali con un percorso simile al suo.
A cominciare da Dario Fo, Franca Rame e Pancho Pardi: negli anni Settanta, i primi due erano animatori del Soccorso Rosso, il terzo un dirigente di Potere Operaio che teorizzava il passaggio alla clandestinità per condurre la lotta armata.
Caro Roberto, questa mia ricostruzione contiene sicuramente qualche errore o è lacunosa. Ma spero che il d’Arcais accetti di parlare con il giornalista (una volta sola) di Panorama, magari turandosi il naso, per eventualmente correggere e integrare, rispondendo a qualche domanda sul rapporto tra cultura e lotta armata che i giornali giornali, le cui redazioni culturali sono piene di giornalisti giornalisti suoi amici amici, non gli hanno mai posto.
Grazie per l’ospitalità.
Giovanni Fasanella
Caro Roberto,
"errare humanum, perseverare diabolicum". Il Fasanella persevera. Ma dato il livello, meglio non scomodare il latino, e fermarsi alla saggezza popolare veneta quando dice: "peggio el tacòn del buso".
"El tacòn" della replica del Fasanella è decisamente peggiore del "buso" che aveva realizzato mettendo nel suo articolo ben due bugie: una riunione mai avvenuta tra De Magistris, Travaglio, Alfano (Sonia), l’on. Barbato e il sottoscritto, e la mia militanza in "Lotta continua", del tutto immaginaria, che gli serviva per citare un brano di un documento di tale organizzazione e insinuare così che io fossi un filo-, para-, proto-, o no so cosa altro, brigatista.
Vedo intanto che nel suo "tacòn" il Fasanella dimentica completamente di rispondere sulla prima bugia, quella farina tutta del suo sacco. E per controllare la quale poteva chiamare altre quattro persone, visto che chiamare il sottoscritto gli provoca insormontabile fastidio.
Quanto alla seconda bugia, per la quale bastava chiedesse lumi alla infinità di ex-Lotta Continua che gremiscono le aziende e testate di Berlusconi, "Panorama" compresa, nel replicare il Fasanella supera davvero se stesso. Riconosciuto a denti stretti che la fonte Aurelio Misiti scambiava lucciole per lanterne, "approfondisce" la mia biografia utilizzando una fonte ancora meno credibile, tale Michele Brambilla, che parla della rivista "La Sinistra" come di una testata "diretta da Lucio Colletti e Paolo Flores d’Arcais". Magari!
Quando Lucio lanciò quella bellissima rivista (1966) io ero solo un suo studente che aveva fatto con lui un esame, e credo di aver scritto un solo articolo, nel 1967, sulla crisi dell’Ugi (Unione goliardica italiana), cioè sull’ultimo congresso in cui De Michelis e Petruccioli, dirigenti giovanili del Psi e del Pci, organizzarono i brogli contro noi dissidenti "estremisti" che eravamo in maggioranza, per sostituire il giovane Bobbio, regolarmente eletto, con il "loro" Valdo Spini.
"La Sinistra" divenne poi settimanale, per volontà dell’editore, Giulio Savelli, che fece un accordo con Feltrinelli, contro la volontà di Lucio, che lasciò la direzione della rivista, che fu assunta da Silverio Corvisieri, Augusto Illuminati e Giulio Savelli medesimo. Non ero condirettore prima e non lo sono stato poi.
Se però il Fasanella vuole fare uno "scoop", ebbene sì, sono stato un leader del sessantotto a Roma, sono anzi l’autore del volantino che ha convocato l’assemblea a Lettere sfociata poi nell’occupazione (da me proposta al termine di un intervento), e al sessantotto, che ha costituito uno dei momenti più alti di vita democratica del dopoguerra, ho dedicato un anno e mezzo fa addirittura un Festival internazionale di filosofia a Roma (con i soldi pubblici! Ma noi curatori abbiamo lavorato gratis, lo dico per non fargli perdere tempo a rimestare). E ho perfino partecipato al maggio rosso di Parigi e alla famosa "notte delle barricate". Se il Fasanella vuole altri "scoop" sul mio impegno civile di quegli anni, di cui vado orgogliosissimo, posso fornirgliene quanti ne vuole.
Ma in che modo tutto questo renderebbe meno menzogne le due menzogne del Fasanella nel "buso" e quella nuova nell’ancor più maldestro "tacòn" (cioè la mia condirezione, mai esistita, di "La Sinistra")? O magari il Fasanella scambia per un fatto la sua personalissima opinione secondo cui il sessantotto "ha prodotto il fior fiore dell’autonomia e del brigatismo più feroce (quello che ha organizzato il sequestro Moro, per intenderci)"? Ricordo ancora che quando Lamberto Sechi, un grande giornalista-giornalista, fondò "Panorama", lo lanciò con lo slogan: "i fatti separati dalle opinioni". Ma nel frattempo il giornalismo si è perfezionato, è diventato quello dei Fasanella e Minzolini.
Perfino su "Mondoperaio" il Fasanella riesce a dire una cosa inesatta. Il direttore di "Mondoperaio" non ero io, era Federico Coen, con Giuliano Amato e Giorgio Ruffolo che ne erano le "colonne", a me fu affidato il "Centro culturale Mondoperaio" (senza mai chiedermi di prendere la tessera del Psi), in quella brevissima e appassionante stagione in cui il Psi vedeva Craxi alleato con Giolitti e Lombardi, e per la parte ideologico-culturale si ispirava a Norberto Bobbio. Per il "Centro culturale Mondoperaio" organizzai un primo convegno internazionale in cui uno dei tre relatori fu Rudi Dutschke, il leader del sessantotto tedesco (anche di questa scelta resto più che mai fiero). Fui cacciato dal "Centro culturale" quando scrissi un articolo contro il ventilato ritorno del Psi al governo, per il settimanale l’Europeo (allora diretto da Sechi), che aveva per titolo "Il Psi dal ‘progetto’ alle poltrone".
Infine, per il Fasanella sarei "uno di quegli intellettuali di sinistra che si misero di traverso, disturbando l’azione della magistratura", quando scoppiò il caso "7aprile" e Pietro Calogero fece arrestare Toni Negri e altri imputati. Per "disturbare l’azione della magistratura" bisogna avere un qualche potere effettivo, chi lavora per un giornale berlusconiano dovrebbe saperlo come l’abc. Non ne avevo affatto, non ne ho mai avuto. Da convinto garantista, ho semplicemente sostenuto che "in dubio pro reo", allora come sempre (lo avrei fatto e lo farei anche per Previti e Berlusconi, se qualche minimo dubbio su di loro fosse affiorato o affiorasse). E del resto le sentenze (per non parlare dei provvedimenti del giudice istruttore Palombarini), ridimensionarono brutalmente le accuse di Calogero. Ma soprattutto, e, di nuovo: cosa c’entra questo con le due bugie del "buso" e la terza del"tacòn"?
Il Fasanella utilizza poi la non-smentita alle due bugie del suo "buso" non solo per infilarne una nuova (il "tacòn"), ma per prendersela con Franca Rame, Dario Fo e Pancho Pardi, "rei" tutti (confessi e orgogliosi, si metta l’anima in pace il Fasanella) di aver partecipato al sessantotto.
Insomma, il Fasanella inventa di sana pianta una riunione/complotto mai avvenuta ma, preso con le dita nella marmellata, sfodera la risposta definitiva: Flores però ha fatto il sessantotto! E non gli basta: ha infilato due bugie nel suo primo articolo, non ha nemmeno provato a smentire la prima, ha ammesso la seconda ma per sminuirne il peso non ha trovato di meglio che aggiungere una terza bugia. Questi i fatti.
In compenso ha realizzato uno scoop. Il sottoscritto, e Franca Rame, e Dario Fo, e Pancho Pardi (voglio dare al Fasanella una "dritta": e parecchie decine di migliaia di italiani che oggi hanno tra i sessanta e settanta anni) hanno partecipato al sessantotto. I giornalisti da inchiesta e da Pulitzer al Fasanella gli fanno un baffo, Robert Upshur "Bob" Woodward si sta rodendo dall’invidia.
Paolo Flores d’Arcais
p.s. Caro Roberto, è anche falso che io mi rifiuti di rispondere ai giornalisti che vogliono controllare dati di fatto che mi riguardano. Il Fasanella voleva mie opinioni sui girotondi, la loro "fine", l’atteggiamento dei partiti, e se non ricordo male perfino su "contrasti" tra Nanni Moretti e me che le sue "fonti" (abbiamo visto di che caratura!) davano per certi. Ormai la libertà di informazione in questo paese è al lumicino, ma l’obbligo di accettare interviste col Fasanella ancora non c’è. Può sempre chiedere al suo editore una legge ad hoc, naturalmente.
p.p.s Il Fasanella è autore prolifico, ha al suo attivo 14 libri, tutti (meno uno, forse) con un coautore. Tra gli autori con cui fa coppia Alberto Franceschini, fondatore delle Br, e Antonella Grippo, a cui si deve il formidabile "Uno Dio e uno re. Il brigantaggio come guerra nazionale e religiosa", rigorosa e serena apologia del terrorismo borbonico, dove risuona come festoso filo conduttore il grido "viva o re nuostro!" (sarebbe Franceschiello). Opera irrinunciabile, che il Fasanella potrebbe consigliare dalle colonne di "Panorama" per una equilibrata celebrazione dei centocinquantanni dell’unità d’Italia. Se fossi credente mi verrebbe alle labbra un: "Dio li fa e poi li accoppia".
(7 ottobre 2009)
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