Per nome e cognome (quando la vita diventa tortura)
Cinzia Sciuto
Storie drammatiche. Storie di vita, e di morte. Di una vita divenuta tortura e di chi ha deciso di porvi fine. Storie di
chi – vivendo in paesi che della tortura di Stato (e di Chiesa) fanno un valore – si è dovuto ammazzare nei modi più drammatici. Storie di mogli, mariti, figli condannati da una società violenta per aver accompagnato la persona amata nella sua decisione. E storie di chi – nei pochi paesi civili – è morto serenamente, circondato dai propri cari.
, da MicroMega 1/2007
E adesso speriamo solo che Mario Riccio non diventi il capro espiatorio dell’ipocrisia italiana. Staccando il respiratore a Welby dopo averlo sedato, il dottor Riccio ha fatto quello che fanno migliaia di medici quotidianamente nel nostro paese. Quello di Welby, infatti, è propriamente un non caso (come spiega chiaramente Amedeo Santosuosso in questo stesso numero). Più di un medico ci ha confermato che se Welby non avesse deciso di rendere il suo caso pubblico per scuotere le coscienze e aprire un dibattito nel nostro paese, avrebbe ottenuto da subito quello che chiedeva. In base alla nostra Costituzione aveva il diritto di rifiutare una terapia, quindi di far staccare il respiratore che lo teneva in vita (persino il presidente della Coalizione per la prevenzione dell’eutanasia, una delle più importanti organizzazioni contro l’eutanasia del Nordamerica, ha dichiarato che interrompere la ventilazione polmonare è legittimo quando a chiederlo è un malato terminale) e la sedazione che invocava per evitare una morte agonizzante per soffocamento è prassi consolidata e condivisa, anche dai medici cattolici. Secondo una ricerca recente condotta da Enzo Campelli ed Enza Lucia Vaccaro per conto dell’associazione A buon diritto un quarto dei medici intervistati (e il 37 per cento di coloro che rispondono alla domanda specifica) ritiene che «l’accelerazione di un decesso comunque inevitabile in tempi brevi, sia pure variamente etichettata (sedazione terminale eccetera)», sia praticata di routine e addirittura il 60 per cento degli intervistati (e il 70 di coloro che rispondono) afferma che in questi casi non si possa parlare di eutanasia. Purtroppo siamo in Italia, dove le cose si fanno ma non si dicono. Welby l’ha detto ed è per questo che è diventato un caso.
Ma noi qui non ci occupiamo di casi come quello di Welby. E non ci occupiamo neanche di casi come quello di Terri Schiavo, in stato vegetativo dal 1990, che l’anno scorso è morta in seguito all’interruzione di tutti i trattamenti terapeutici compresi l’alimentazione e l’idratazione artificiali, o come quello di Eluana Englaro, la ragazza di Lecco anche lei in stato vegetativo permanente dal 1992, per la quale il padre chiede dal 1999 di sospendere l’alimentazione artificiale. Le storie che raccontiamo qui sono storie di eutanasia attiva e di suicidî assistiti. Storie cioè di persone che hanno assunto direttamente o alle quali sono state somministrate, dietro loro richiesta, dosi letali di farmaci. Ma sono anche storie di chi, vivendo in paesi che della tortura di Stato (e di Chiesa) fanno addirittura un «valore», sono state costrette a togliersi la vita nei modi più agghiaccianti e violenti. Alcune delle storie che raccontiamo sono molto note e abbiamo potuto ricostruirle nel dettaglio. Altre sono raccontate attraverso la voce dei protagonisti o dei loro familiari, che hanno inviato le loro testimonianze, talvolta anonime, alle associazioni per il diritto ad una morte dignitosa sparse per il mondo.
Quando non c’è altra scelta
Gli ultimi dati aggiornati forniti dall’Istat dicono che su 3.265 suicidî accertati nel 2004 il 50 per cento era dovuto a malattie fisiche (374) o psichiche (1.261). Per fuggire al loro dolore quelle 1.635 persone hanno dovuto impiccarsi (di gran lunga il metodo più usato), buttarsi giù da un palazzo o da un ponte, spararsi, lasciarsi annegare, avvelenarsi, asfissiarsi con il gas, farsi investire da un’auto o un treno, accoltellarsi (questo il triste elenco dei metodi più frequenti di suicidî fornito dall’Istat). Tra gli «altri metodi» che le statistiche non si curano di precisare c’è anche la morte per inedia: non avendo altra scelta, c’è chi decide di lasciarsi morire di fame e di sete. Metodi violenti e dolorosi, sia per chi li compie che per i familiari, e che non di rado non raggiungono l’obiettivo, lasciando chi ha tentato di sfuggire ad una tortura in condizioni talvolta peggiori: 3.481 sono state le persone che nel 2004 hanno tentato, senza riuscirci, di togliersi la vita. Perché è un tabù pensare che queste persone avrebbero potuto morire nel proprio letto, con accanto le persone più care e con un medico che gli somministrava un farmaco per farli morire serenamente e senza agonia?
Italia. Michele Troilo aveva settantuno anni. Era stato colpito da una grave forma di leucemia. Si era sottoposto a un ciclo di chemioterapia che all’inizio sembrava dare buoni risultati ma presto la malattia si è ripresentata in forma molto acuta tanto che l’ospedale in cui era ricoverato è stato costretto a dimetterlo, constatando che non c’era più nulla da fare. «Quando era ancora sano», racconta il fratello Carlo in una lettera pubblicata su Repubblica qualche settimana fa, «Michele aveva sempre detto che in un caso del genere avrebbe desiderato che un medico lo aiutasse a morire dolcemente». Ma questo nel nostro paese non è possibile. Michele lo sapeva e tre giorni dopo il ritorno a casa ha deciso di togliersi la vita gettandosi dal quarto piano. «Che altra scelta aveva», si chiede il fratello, «se non voleva più vivere? Non aveva la forza per tagliarsi le vene con una lametta né per stringersi una corda attorno al collo né per raggiungere una stazione e farsi stritolare da un treno. Perché queste, cari difensori della vita ad ogni costo», continua la lettera di Carlo, «sono le alternative per un malato terminale. Non la possibilità di chiedere un gesto di pietà, una morte dignitosa alla struttura ospedaliera, costretta a metterlo fuori quando non sapeva più come curarlo. Avrebbe potuto averla, il mio caro fratello, se fosse nato in Olanda o in altri paesi civili, non soffocati da quella stessa spietata religione cattolica che vieta i contraccettivi in un mondo in cui ogni giorno migliaia di bambini muoiono di fame».
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Una donna, che chiede di rimanere anonima per il dolore che altrimenti provocherebbe nei suoi familiari, ci ha inviato questa testimonianza:
«Parecchi anni fa è morto un mio amico sacerdote. Anche a lui – malato terminale e cosciente di esserlo – è stata negata una morte dolce: sapeva che gli mancava poco, ha salutato tutti e celebrato l’ultima messa dal suo letto con i parenti e gli amici più cari. Poi, ci ha pregato di non andare più a trovarlo; soffriva moltissimo e la morfina avrebbe dovuto renderlo incosciente fino al momento della morte. Avrebbe, se i suoi compagni sacerdoti l’avessero permesso. La morfina toglie il dolore, ma riduce anche il tempo della vita e questo – siccome la vita la può togliere solo Dio – non potevano permetterlo. Dunque, negandogli la morfina, lo hanno fatto impazzire di dolore: ha dovuto strapparsi da solo i tubi che lo collegavano al respiratore ed è morto di una morte orribile, soffocato. Impossibile dimenticare, ho chiuso con la fede e la religione quel giorno di tanti anni fa. Non è detto che ci sia speranza o morte migliore altrove. La morte è sempre un evento insopportabile e
sconvolgente, anche quando viene accettata e magari facilitata da noi: crediamo di fare la cosa migliore, ma nel momento in cui arriva davvero e la morte mostra la sua faccia fredda, quando segna il confine dietro il quale abbiamo abbandonato per sempre la nostra persona cara, la sua crudeltà toglie qualsiasi senso al buon senso e ci troviamo proiettati in una zona orribile dove ci sentiamo crudelmente complici, vigliacchi assassini, ipocriti impotenti. Raggirati anche dal buon senso. Ma almeno ancora vivi, ancora esseri umani, ancora capaci di cercare di comprendere. La morte è sempre sconvolgente ma la spietatezza della religione – cattolica e non – che obbliga a un unico comportamento, a prescindere dalle situazioni, ti toglie anche la vita che ne potrebbe nascere: la percezione di te».
Gran Bretagna. Il 19 settembre 2005 David March, 58 anni, rientrò a casa dal lavoro e si trovò di fronte una scena agghiacciante. La moglie Gillian era sulla sua sedia sedia a rotelle, con una busta di plastica sulla testa. Gillian March era affetta da sclerosi multipla, da anni viveva su una sedia a rotelle ed era incontinente. Aveva più volte tentato il suicidio. E più volte David, nonostante lei gli avesse esplicitamente chiesto di lasciarla morire, l’aveva «salvata» chiamando l’ambulanza. Lei non glielo perdonava. Quel giorno di settembre però il marito rispettò il desiderio di Gillian. David strinse meglio i lacci che chiudevano la busta sul capo della moglie, si sedette accanto a Gillian, le prese la mano e attese che spirasse. Solo dopo ha chiamato la polizia.
David March è stato condannato a 9 mesi di carcere, ma lo scorso ottobre gli è stata concessa la condizionale, e ora è libero.
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Oliver Coles racconta la storia della moglie sul sito dell’associazione britannica Dignity in dying: «Mia moglie Waltraud è morta nel febbraio 2005 all’età di 54 anni. La causa della sua morte è stata un’infezione a cui il suo corpo, indebolito da 19 giorni di digiuno e da uno stadio molto avanzato di sclerosi multipla secondaria progressiva, non ha resistito. […] Waltraud era una persona molto coraggiosa, ben informata, pienamente rispettosa delle leggi. Sapeva che la sua malattia avrebbe distrutto, passo dopo passo, la qualità della sua relativamente giovane vita, ma non vi avrebbe posto rapidamente fine. La sua decisione di digiunare è stata allo stesso tempo ponderata e coraggiosa. Sapeva che era la sua unica opzione legale. Mentre accettava la sua lunga malattia e la certezza di una morte prematura come parte integrante della lotteria della vita, Waltraud diventava furiosa all’idea che qualcosa di interamente evitabile, cioè l’attuale legge, la costringeva a sopportare la sofferenza di quella che chiamava “una morte lenta”. Non era una suicida, ma vedeva una overdose letale di farmaci come un’opzione da non lasciarsi sfuggire mentre poteva ancora farlo senza assistenza. L’aveva pianificato, ma ha perso l’uso delle mani prima che fosse pronta. È stato uno dei momenti più bui per entrambi. […] Dodici giorni prima di morire Waltraud mi chiese di registrare quelle che furono letteralmente le sue ultime parole: “La società mi sta facendo morire in questo modo profondamente crudele. Società è chiunque non alza neanche un dito per cambiare questa legge disumana e così lascia le persone come me, in fase avanzata di una malattia degenerativa, prive di aiuto e senza altra alternativa legale se non il digiuno quando vogliono mettere fine alla loro quotidiana insopportabile sofferenza, che è l’unica cosa che è rimasta della loro vita”».
Francia. Anche Roger Luquet, ex sindaco di Bouron-Lancy e attivista dell’Associazione francese per il diritto a morire con dignità, ha deciso di lasciarsi morire di fame e di sete. Aveva 82 anni, e ormai poco gli rimaneva da vivere. Costretto a letto, continuamente sotto l’effetto di antiffiamatori per i vari dolori, Roger Luquet aveva deciso che era arrivato il momento. E ha scelto l’unico mezzo che la legge gli consentiva per mettere fine alle sue sofferenze. Queste le sue ultime parole: «In che società viviamo? Mentre ogni giorno centinaia di esseri umani, donne, bambini, anziani – tutti innocenti – vengono colpiti a morte da bombe lanciate alla cieca per ordine di capi di Stato, responsabili oppure complici, chi giudicherà, domani, questi assassini criminali?
Oggi in Francia, sedicente paese della democrazia e della libertà, un essere umano in possesso di tutte le sue facoltà mentali e intellettuali si vede rifiutare l’aiuto della scienza medica – che pure ne ha i mezzi – un aiuto da lui stesso sollecitato per porre fine con dignità al suo calvario di fine esistenza! Immediatamente si erge dinanzi a lui un muro di minacce, di atti d’accusa davanti ai tribunali. È deplorevole! Per questo motivo, al fine di fugare ogni ambiguità, oggi annuncio, attestando la mia piena responsabilità, la mia decisione di rifiutare ogni somministrazione di alimenti sotto qualsiasi forma, solida o liquida. In tal modo pratico su me stesso, da me stesso, un’eutanasia che sfugge a qualsiasi legislazione, in grado di accelerare una morte naturale».
Usa. Diane racconta la storia del padre sul sito dell’associazione americana Compassion and Choices: «Oggi è il Memorial Day. Mio padre era un veterano della seconda guerra mondiale. Ha combattuto ed è sopravvissuto ad una guerra terribile, ma quando ha scoperto di aver un cancro ai polmoni e un enfisema, ha iniziato una battaglia che sapeva che avrebbe perso. Il 4 giugno 1991 ha deciso di concludere la sua guerra per sempre ponendo fine all’ultima battaglia. Si è sottoposto a 37 trattamenti di chemioterapia che hanno ridotto il tumore a tal punto che non ce n’era traccia nelle radiografie dell’ottobre 1990. Ma a marzo il tumore è tornato e ha iniziato a crescere. Mio padre era una persona molto attiva, come sono molti anziani. Sono cresciuti lavorando sodo e non sanno prendere le cose con leggerezza. Quando ho parlato con lui la sera prima di quel giorno, papà non ha lasciato trapelare per nulla le sue intenzioni di togliersi la vita. Lunedì è andato all’appuntamento con il suo medico. Martedì e mercoledì è rimasto a letto, troppo malato e debole per alzarsi, tranne che per andare al bagno. E anche questo gli costava ormai una gran fatica. Giovedì, quando sono tornata a casa e sono entrata nella sua stanza per portargli la cena, ho trovato la sua testa quasi completamente staccata dal collo, sangue e materia cerebrale sparsi per la stanza e per il corridoio fino al bagno. Il suo fucile, che custodiva orgogliosamente perché era uguale a quello che aveva in guerra, era sul pavimento, tra le sue ginocchia.
Vi sto scrivendo oggi perché altri non debbano avere a che fare con l’orribile vista che questo tipo di suicidî crea. C’è un modo migliore. Se questa storia può aiutare anche una sola persona, è valsa la pena scriverla. Ho imparato ad affrontare la morte di mio padre. Preferisco che sia morto così piuttosto che soffocato per una mancanza d’ossigeno provocata dai suoi polmoni malati. Spero che possiate aiutare altri a realizzare quello che loro e i loro familiari meritano: un modo meno orribile, più dignitoso di morire».
Una mano amica
Non tutti ce la fanno a uccidersi in modi così orribili. E c’è chi, anche volendo, non può fisicamente togliersi la vita. Immobili in un letto ma lucidi nella mente, hanno bisogno di qualcuno che li aiuti a porre f
ine alla propria tortura. Tuttavia nella maggior parte dei paesi del mondo (sulle singole legislazioni si veda l’articolo di Alessandro Speciale su questo stesso numero) chi aiuta un malato terminale a togliersi la vita rischia il carcere.
Spagna. «La mia coscienza non è imprigionata nella deformità del mio corpo atrofizzato e insensibile ma nella deformità, atrofia e insensibilità della vostra coscienza». Con queste parole si chiude il messaggio (che pubblichiamo in questo stesso numero nella raccolta di testimonianze «In prima persona») che Ramón Sampedro ha registrato prima di bere il cianuro che lo ha finalmente consegnato alla tanto desiderata morte, nel gennaio del 1998. La sua è storia è stata resa nota da una bellissimo film di Alejandro Amenábar, Mare dentro. A 26 anni Ramón Sampedro si è schiantato su uno scoglio dopo un volo di 20 metri per un tuffo in mare mal calcolato. È rimasto tetraplegico, paralizzato dal collo in giù. A 50 anni – dopo decenni di sofferenze e dolori – ha iniziato una lunga battaglia legale, durata cinque anni, per ottenere il diritto a morire serenamente. Prigioniero del proprio corpo, Ramón Sampedro non aveva neanche la libertà di suicidarsi. Chi l’avesse aiutato, sarebbe incorso nell’accusa di aiuto al suicidio, rischiando il carcere. Nella sua lunga battaglia, che lo ha condotto varie volte nelle aule dei tribunali spagnoli e sulle pagine dei giornali, Ramón Sampedro è stato sostenuto dalla Associazione spagnola per il diritto a morire degnamente. Ma nessuna Corte ha autorizzato qualcuno ad aiutare Ramón Sampedro a porre fine alla sua tortura. A quel punto Ramón ha architettato un modo per realizzare il suo desiderio senza rischiare di far condannare qualcuno: undici diverse persone sono state coinvolte nel suo suicidio ma nessuna ha direttamente provocato la morte di Ramón. Una ha acquistato il cianuro, un’altra ha preparato la dose esatta, altre hanno portato il veleno nella stanza, altre ancora lo hanno sciolto in un bicchiere, un’altra ha poggiato il bicchiere sul comodino, un’altra ha messo dentro una cannuccia e l’ultima ha filmato gli ultimi istanti di vita di Ramón. Nessuno degli undici amici di Ramón è stato incriminato.
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«Ho bisogno della mano che sostiene il bicchiere, la mano abile che supplisca alla mia mano inutile, una mano che agisca secondo la mia volontà ancora libera: ho preparato tutto in modo che chi mi aiuta resti in incognito». Questo appello è stato lanciato da Jorge León Escudero, pentaplegico di 53 anni, sul suo blog lo scorso 21 marzo. E la «mano abile» è arrivata: il 4 maggio Jorge è stato trovato morto nella sua casa a Valladolid, in Spagna, staccato dal respiratore e con a fianco un bicchiere e una cannuccia. L’autopsia ha confermato che è morto per avvelenamento da cianuro, come nel caso di Ramón Sampedro. Jorge era diventato pentaplegico a causa di un incidente domestico nel 2000. Era completamente paralizzato e incapace di respirare autonomamente. Riusciva a muovere solo la bocca e così, grazie ad un apposito congegno, riusciva a scrivere al computer. Nel 2005 aveva aperto un blog (di cui riproduciamo alcune parti nella raccolta di testimonianze), firmato con lo pseudonimo Luca S., in cui ha raccontato, con grande lucidità e con fredda dovizia di particolari, le sue sofferenze e da cui ha lanciato la richiesta di aiuto per porre fine a quella che considerava ormai una tortura. L’Associazione spagnola per il diritto a morire degnamente (la stessa che aveva sostenuto Ramón Sampedro) ha ammesso di aver fornito informazioni tecniche a Jorge León per porre fine alla sua vita ma la «mano abile» che lo ha direttamente aiutato non è stata individuata e il caso è stato archiviato.
Francia. Lo scorso 13 giugno la dottoressa Laurence Tramois e l’infermiera Chantal Chanel sono state rinviate alla Corte d’Assise per la morte di Paulette Druais. Nell’agosto del 2003 all’ospedale di Saint-Astier la dottoressa Tramois ha prescritto una iniezione di morfina e una di cloruro di potassio per provocare la morte di Paulette Druais, 65 anni, malata di cancro al pancreas allo stadio terminale. Laurence Tramois conosceva molto bene Paulette, madre del compagno di sua sorella, ed era il suo medico da 15 anni. Le sue sofferenze erano diventate insopportabili, le richieste di eutanasia continue. La morte era imminente, ma Paulette vi si avvicinava tra strazianti dolori. Il marito e il figlio della donna morta hanno condiviso la scelta della dottoressa e dell’infermiera che ha personalmente iniettato i farmaci e difendono le due donne al processo. Persino il sindacato dei medici di medicina generale ha espresso esplicitamente il proprio sostegno a Laurence Tramois e Chantal Chanel: queste due donne, si legge in una nota del sindacato, «rischiano di essere punite per aver abbreviato le sofferenze di una paziente, malata di cancro in fase terminale, situazione in cui ogni medico si potrebbe trovare. Non dobbiamo più essere», scrive ancora il sindacato, «i capri espiatori di una società ipocrita, che rifiuta di guardare in faccia le condizioni della fine della vita». Laurence Tramois e Chantal Chanel compariranno davanti la Corte d’Assise della Dordogna a marzo.
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Nel 2000, a 19 anni, Vincent Humbert ha avuto un grave incidente stradale. È rimasto in coma per 9 mesi. Quando si è svegliato si è ritrovato cieco, muto e paralizzato. Con l’impercettibile movimento del pollice della mano destra premeva un pulsante ogni volta che qualcuno gli indicava le lettere dell’alfabeto e così è riuscito a scrivere una lettera al presidente della Repubblica francese Jacques Chirac (che riproduciamo nella raccolta di testimonianze) per chiedere «a chi ha il diritto di concedere la grazia, di concedere a lui quello di morire». Ma il presidente, hanno fatto sapere dall’Eliseo, «non ha il diritto di vita e di morte». Non sappiamo se e cosa Chirac abbia risposto in privato a Vincent. Quel che sappiamo è che la madre nel 2003, dopo l’ennesima e lucida richiesta di Vincent, gli ha somministrato una overdose di sedativi. Ma invece di morire, Vincent è entrato in coma. Due giorni dopo il dottor Frederic Chaussoy gli ha somministrato una iniezione letale di barbiturici. Il medico rischiava addirittura l’ergastolo per omicidio premeditato e la madre fino a cinque anni per somministrazione di sostanze tossiche. Entrambi però sono stati assolti, su richiesta stessa di coloro che avevano condotto le indagini.
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Anche Morten Jensen, cittadino danese sposato con una donna francese, è stato giudicato non colpevole. Nel 2000 sua moglie, Emmanuelle, è stata colpita da un tumore. Nel 2002 il tumore si era allargato a gran parte del corpo e l’anno dopo Emmanuelle è entrata in uno stato di coma. Secondo il racconto di Marten, Emmanuelle usciva di tanto in tanto dal coma e ogni volta solo per urlare di dolore. Le rimanevano, stando a quanto affermano i medici che l’avevano in cura, solo pochi giorni di vita. Emmanuelle aveva confessato alla sorella il desiderio di morire. L’11 gennaio 2003 Morten Jensen ha aumentato le dosi di morfina e di un farmaco che già la moglie prendeva, provocandone la morte. La giuria ha impiegato appena mezz’ora per emettere la sentenza di non colpevolezza arrivata qualche mese fa.
Canada. Charles Fariala aveva 36 anni ed era un assistente infermiere. Nel 2002 gli venne diagnosticata la sclerosi multipla. Charles sapeva a cosa sarebbe andato incontro e più volte aveva ripetuto di non voler finire come alcuni suoi ex pazie
nti, incapaci di parlare, di camminare, di controllare il movimento degli arti e le funzioni corporee, costretti a letto fra atroci dolori. Nel 2004 le sue condizioni peggioravano rapidamente e alla fine di settembre decise di non voler più continuare a soffrire. Aveva ormai grosse difficoltà motorie e non sarebbe riuscito da solo a togliersi la vita. Ha chiesto alla madre di aiutarlo. Aveva programmato tutto nel dettaglio e lasciato le istruzioni alla madre, compreso il suggerimento di andare via prima che arrivasse la polizia. Marielle Houle lo aiutò a prendere una serie di pillole per fargli perdere conoscenza e poi gli mise un sacchetto sulla testa finché Charles smise di respirare. Poi, contrariamente al suggerimento del figlio, la donna chiamò la polizia. Il tribunale ha riconosciuto che quello di Marielle, che rischiava fino a 14 anni di carcere, è stato un atto di compassione, fatto peraltro con grande sofferenza, e l’ha condannata a tre anni di libertà condizionata.
Gran Bretagna. Per Diane Pretty la mano amica non è arrivata in tempo. Desiderava disperatamente trovare un medico che l’aiutasse a morire senza soffrire. Era terrorizzata all’idea di morire soffocata. La sclerosi laterale amiotrofica le aveva lasciato la mente lucida di sempre ma le aveva gradualmente distrutto il corpo. Viveva su una sedia a rotelle, con un catetere e un tubo che l’alimentava. Diane ha sempre ribadito che se fosse stata in grado si sarebbe uccisa. Ma non poteva. Per questo, con il sostegno della Società per l’eutanasia volontaria della Gran Bretagna (oggi Dignity in Dying), si è rivolta all’Alta Corte britannica chiedendo di concedere al marito la non perseguibilità per consentirgli di assisterla nel suicidio. L’Alta Corte ha respinto la richiesta di Diane, che non si è data per vinta e si è rivolta persino alla Corte europea dei diritti umani «denunciando» il suo paese per la violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La Corte europea ha però respinto il ricorso. Diane è morta il 12 maggio del 2002 proprio nel modo che più la terrorizzava, soffocata dopo 10 giorni di agonia.
Usa. Lo hanno addirittura soprannominato dottor Morte. Oggi Jack Kevorkian ha 78 anni ed è in carcere in Michigan dal 1999 quando è stato condannato per omicidio. Thomas Youk aveva 52 anni e soffriva di sclerosi laterale amiotrofica. Dopo due anni di grandi sofferenze, sempre meno capace di respirare e con grandissime difficoltà a deglutire, Youk si rivolge a Kevorkian, medico già noto per aver assistito più di cento persone malate terminali a togliersi la vita. Kevorkian aveva inventato una macchina che consentisse anche ai pazienti con scarsissime capacità motorie di iniettarsi i farmaci letali autonomamente. Nonostante fosse incorso in vari provvedimenti giudiziari, non era mai stato condannato. Nel novembre del 1998 Jack Kevorkian però non si limita ad assistere al suicidio, ma inietta direttamente una dose letale di farmaco nel corpo di Youk e, per accendere il dibattito, filma la scena. Il video viene trasmesso in prima serata nella popolare trasmissione 60 minutes della Cbs e provoca moltissime polemiche. Da quattro anni Kevorkian, in cattive condizioni di salute, chiede la libertà vigilata, che gli viene costantemente negata.
Australia. Bob Dent è stato il primo malato terminale al mondo a morire grazie a una eutanasia legale, applicando il Rights of the Terminally Ill Act del Northern Territory, regione autonoma dell’Australia, legge che poi è stata abrogata dal parlamento federale (per i dettagli sulla legislazione australiana si veda l’articolo di Alessandro Speciale). Bob Dent era malato di cancro alla prostata. A effettuare personalmente l’eutanasia è stato il dottor Philip Nitschke, da sempre impegnato nella battaglia per la legalizzazione dell’eutanasia. Nei pochi mesi in cui la legge è rimasta in vigore ne hanno usufruito quattro persone. Philip Nitschke ha poi continuato ad aiutare persone che volevano togliersi la vita a farlo senza dolore, in pace e circondati dai propri cari. Nancy Crick è una di loro. Aveva 69 anni e un cancro all’intestino. Nel giro di pochi mesi dalla diagnosi le condizioni di Nancy peggiorarono rapidamente e fu sottoposta a vari interventi chirurgici. È stata sottoposta anche a cure palliative, che però non sono riuscite a lenire le sue sofferenze. La morte era l’unico pensiero che riusciva a darle pace. Nancy, ancora in grado, sebbene con grandi difficoltà, di muoversi autonomamente, non voleva morire da sola ma chiunque fosse stato accanto a lei, anche solo per stringerle la mano, avrebbe potuto essere accusato di aiuto al suicidio. Assieme al dottor Nitschke ha deciso di chiedere a molte persone di assistere al suo suicidio, così che fosse più difficile per le autorità perseguirle tutte. Nancy è morta il 22 maggio del 2002 in compagnia di 21 persone, nessuna delle quali è stata perseguita. Prima di morire Nancy ha registrato un messaggio per affermare la piena autonomia della propria decisione.
Olanda. La legalizzazione dell’eutanasia è anche un deterrente contro eventuali abusi (e non il contrario, come ipocritamente sostengono coloro che sono contrari). Si veda questo caso emblematico in Olanda. Lo scorso aprile un uomo di 49 anni, di cui non sono state fornite le generalità, è stato condannato a 15 mesi di carcere per aver fornito a Ad van Dijck, di 38 anni, eroina e metadone in dosi tali da ucciderlo. L’eutanasia e il suicidio assistito sono legali in Olanda (vedi l’articolo di Speciale), ma sottoposti a regole e procedure ben precise tra cui per esempio il fatto che a fornire i farmaci debba essere un medico. Sebbene ci fossero grandi sospetti che fosse stato direttamente l’imputato a somministrare il cocktail letale a Ad van Dijk, non c’erano sufficienti elementi di prova per dimostrarlo. L’uomo è stato comunque condannato per aver violato la legge sul suicidio assistito.
La clinica della libertà
Nel 1998 Ludwig Minelli ha fondato nei pressi di Zurigo l’organizzazione Dignitas, il cui slogan è «vivere con dignità, morire con dignità». Dignitas promuove presso i propri membri la sottoscrizione di un testamento biologico che indichi le volontà della persona nel caso in cui questa si dovesse trovare nelle condizioni di non poterle più esprimere e aiuta chi lo desidera a suicidarsi con la prescrizione di dosi letali di farmaci (per il quadro normativo svizzero si veda l’articolo di Alessandro Speciale). Da quando è stata aperta ha aiutato più di 600 persone provenienti da tutto il mondo a morire in maniera serena e senza soffrire. Ludwig Minelli definisce Dignitas «la più grande organizzazione di dissuasione dal suicidio». La sua filosofia è semplice: «Se non ci fossero più suicidî in solitudine, suicidî tentati da persone sole in un momento di disperazione ma solo suicidî assistiti», ha spiegato lo scorso settembre in un discorso alla convention del Liberal Party a Brighton, «noi avremmo la possibilità di affrontare i problemi che portano le persone a suicidarsi. Potremmo provare a trovare una soluzione che possa prolungare le loro vite. Si ridurrebbe così di molto il numero di suicidî e di tentativi di suicidio falliti». «Il 70 per cento dei membri di Dignitas che hanno chiesto di iniziare la pratica per il suicidio assistito dopo aver saputo che un medico svizzero era pronto a prescrivere loro il necessario non hanno voluto continuare. In ogni singolo caso Dignitas tenta innanzitutto di aiutare i propri membri nella direzione della vita, no
n della morte. Ma poiché i nostri membri sanno che possono serenamente parlare con noi del suicidio come di una possibilità concreta, i nostri tentativi di evitarlo sono riconosciuti come autentici tentativi di aiuto e non come ipocriti mezzi per dissuaderli».
Regno Unito. Anne Turner era un medico inglese, aveva 66 anni e soffriva di paralisi sopranucleare progressiva, una malattia neurologica degenerativa incurabile. Nel gennaio del 2003 ha iniziato a subire delle improvvise cadute, che lei attribuiva inizialmente a disattenzione. Nel febbraio 2004 le è stato diagnosticato un cancro al seno e ha subìto una mastectomia. Anne continuava a subire cadute improvvise e inspiegabili e a pronunciare sempre più spesso discorsi sconnessi. Nel maggio del 2004 le è stato detto che si trattava di attacchi ischemici transitori e solo qualche mese più tardi, dopo un repentino peggioramento delle sue capacità espressive, le è stata diagnosticata la paralisi sopranucleare progressiva, una rara malattia neurologica degenerativa. Anne aveva visto il marito morire di atrofia multisistemica e il cognato di sclerosi laterale amiotrofica, altre due malattie degenerative e incurabili. Nel raccontare la sua storia Anne Turner ricorda quella dell’attore Dudley Moore, morto nel 2002 della stessa malattia: «Alla fine della sua vita», racconta Anne, «Deadly Moore non era più capace di camminare, di parlare, di deglutire e persino di sbattere le palpebre. Non voglio finire anch’io così. Questa è la principale ragione per cui ho deciso di suicidarmi». Dopo averne parlato con i suoi tre figli, con sua sorella e con un paio di amici cari, Anne decide di rivolgersi alla clinica svizzera Dignitas per richiedere il suicidio assistito. «Per assicurarmi che io sia ancora capace di inghiottire i farmaci che mi uccideranno», scrive Anne Turner prima della partenza, «devo andare in Svizzera prima di essere completamente incapace di deglutire e di viaggiare. Se sapessi di avere la possibilità di ricorrere al suicidio assistito in Gran Bretagna quando le mie condizioni peggioreranno, non sarei costretta ad andare in Svizzera e morire prima di essere completamente pronta». Dopo un percorso in cui è stata visitata anche da uno psichiatra, che ne ha accertato la piena capacità di intendere e di volere, ha fissato la data del proprio suicidio. I figli di Anne così descrivono quel giorno: «Oggi, martedì 24 gennaio 2006 alle 12,35 nostra madre, Anne Turner, è morta serenamente a Zurigo, un giorno prima del suo sessantasettesimo compleanno. Ha utilizzato il suicidio assistito con il supporto della clinica svizzera Dignitas. Alle 12,05 nostra madre ha bevuto una prescrizione di barbiturici. Le abbiamo detto addio e le abbiamo stretto le mani finché è caduta in un profondo sonno. Dopo 25 minuti ha smesso di respirare. Nostra madre era una donna meravigliosa, affettuosa, vivace e coraggiosa che ha deciso di morire prima che la sua malattia la mettesse nelle condizioni di non poter più fare questa scelta. Noi abbiamo profondamente rispettato i suoi desideri, anche se la sua decisione ci ha provocato una profonda tristezza. La nostra unica consolazione è sapere che nostra madre ha scelto volontariamente di morire, che è morta serenamente e dignitosamente e che la sua sofferenza ha avuto termine. Questa esperienza ha rappresentato una sfida per la nostra famiglia. Amavamo nostra madre e ci manca terribilmente».
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Sono più di 50 i cittadini inglesi che si sono rivolti alla Dignitas di Zurigo per ottenere il suicidio assistito. La clinica si limita a prescrivere le dosi e a indicare le modalità di assunzione dei farmaci. Sono poi direttamente i malati ad assumerli, di solito in compagnia dei loro cari, che però rischiano comunque di essere accusati di assistenza al suicidio. In un paio di occasioni i familiari, in un primo tempo accusati, sono stati prosciolti. Paul Bennett, 47 anni, malato di sclerosi laterale amiotrofica, è stato accompagnato in Svizzera dalla moglie Michelle e dal padre Roy. Al loro rientro in Gran Bretagna sono stati interrogati dalla polizia ma lo scorso 25 settembre la procura ha deciso di archiviare il caso.
Stefan Swilinski, anche lui cittadino britannico, aveva accompagnato lo scorso aprile la madre, affetta da cancro e sclerosi multipla, a Zurigo, dove la donna aveva bevuto il cocktail di farmaci preparato dai medici della Dignitas. Al suo ritorno in Gran Bretagna, Stefan ha informato i familiari e la sorella lo ha denunciato alla polizia. Anche lui è stato prosciolto da ogni accusa.
Italia. Una ragazza di 22 anni di Monza è stata condannata a un anno e mezzo di reclusione con patteggiamento per aver aiutato la madre ad andare in Svizzera. La madre della ragazza era affetta da sclerosi laterale amiotrofica ed era a uno stadio avanzato, pressocché incapace di muoversi. Come racconta la figlia stessa in un memoriale che ha consegnato al pubblico ministero, la madre chiedeva da tempo di trovare il modo di porre fine alla propria tortura. Accogliendo le richieste della madre, la ragazza ha fatto delle ricerche su Internet e poi si è rivolta alla Dignitas. Ha aiutato la madre a compilare i moduli e poi ha prenotato un servizio di trasporto per disabili che la portasse a Zurigo senza la necessità che la figlia la accompagnasse. Prima di partire la donna si è sottoposta ad un intervento chirurgico, che precedentemente aveva sempre rifiutato, per il posizionamento di una sonda gastrica senza la quale non avrebbe potuto assumere il farmaco letale. Le indagini hanno accertato che la Dignitas ha messo a disposizione della signora una macchina che le ha introdotto dosi letali di fenobarbital sodico nel sondino gastrico e che lei stessa ha azionato, in piena consapevolezza, premendo un pulsante. Il tribunale nell’emettere la sentenza ha pienamente riconosciuto che la ragazza aveva solo assecondato la volontà della madre e aveva agito per compassione.
Questo, a quel che ci risulta, è l’unico caso italiano di persone andate in Svizzera per ricorrere al suicidio assistito. Ma non è detto che altre non si siano recate nella Repubblica elvetica o in Olanda o in Belgio, riuscendo a mantenere il completo anonimato.
Emilio Coveri, presidente di Exit Italia, ci ha confermato che chi dovesse accompagnare un malato in Svizzera o in un altro dei paesi in cui è possibile ricorrere al suicidio assistito o all’eutanasia potrebbe essere incriminato per istigazione e aiuto al suicidio. Coveri e la Exit Italia sono già stati indagati nel 2001 per omicidio del consenziente. L’accusa era di aver aiutato alcuni pazienti a raggiungere l’Olanda, dove l’eutanasia è legale. Ma le accuse sono poi interamente cadute: l’associazione infatti non mai ha accompagnato nessuno né in Olanda né altrove, ma si è limitata a fornire informazioni sulle possibilità offerte dagli altri paesi. La Exit Italia ha di recente stretto un accordo con la Dignitas che consente ai propri membri (ad oggi 1.186) di iscriversi all’associazione svizzera e di usufruire, in piena autonomia, dei suoi servizi. Finora nessuno degli iscritti di Exit ha utilizzato la possibilità offerta dalla Dignitas, ma la strada è aperta.
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Una lettera inviata all’Aduc (l’Associazione di consumatori impegnata anche per il riconoscimento del diritto ad una morte dignitosa) e la desolata risposta dell’Aduc stessa sono emblematiche: «Gentile associazione», scrive una donna in forma anonima, «vi scrivo per raccontarvi la mia storia e per cercare di avere un serio suggerimento per risolvere il mio problema. Io sono una ragazza di 34 anni che da 15 vive sulla sedia a rotelle, bloccata dal collo in giù in seg
uito ad un incidente stradale; un po’ di tempo fa ho letto della clinica svizzera dove aiutano le persone come me e che non hanno altro modo per terminare le loro sofferenze se non quello di ricorrere ad una dolce morte. La mia non è una decisione presa in fretta ma è una cosa ben valutata e alquanto sofferta. Ho scritto alla clinica per avere le informazioni necessarie e non avendo nessuna possibilità di scrivere manualmente l’ho fatto tramite Internet usando un programma di scrittura vocale. Loro mi hanno tempestivamente risposto ma purtroppo mi hanno chiesto di inviare risposte e moduli da compilare con scrittura manuale. Io non posso farlo, il mio unico mezzo di comunicazione autonomo è il computer, e tantomeno nessuno della mia famiglia o dei miei amici è disposto ad aiutarmi in questo. Come posso fare? Devo essere discriminata anche in questo solamente perché non posso scrivere? Secondo voi è possibile trovare una strada alternativa che mi permetta di rendere tutto questo assolutamente privato e autonomo? Aspetto un vostro commento ed invio i miei più cordiali saluti. Avrei voluto scrivere molto di più, anche se ormai nulla più si può aggiungere all’immenso dolore della mia situazione e scrivere con un programma vocale delle cose tanto delicate e complicate è alquanto difficile. Infiniti ringraziamenti». E questa è la risposta dell’Aduc: «Per quelle che sono le leggi italiane, la nostra risposta non può che essere meticolosamente inutile. Chiunque in Italia la aiuti a compilare quei moduli potrebbe essere accusato di assistenza al suicidio e finire in carcere. Se lei invece si trovasse in un paese dove è legale il suicidio assistito, come la Svizzera, potrebbe chiedere aiuto ad associazioni di volontariato e ai loro medici. Non solo. Se qualcuno la accompagna in Svizzera sapendo per certo che lo scopo del viaggio è quello di togliersi la vita, anche in questo caso rischierebbe il carcere per molti anni. Per conto nostro continuiamo ad informare e a batterci affinché anche in Italia sia affermato il diritto all’autodeterminazione».
Morte dignitosa, e clandestina
«Sarebbe ipocrita negarlo. Negli ospedali italiani l’eutanasia clandestina viene praticata. Nessuno lo confesserà mai, eppure esiste. Si allontana l’infermiera con una scusa, si aumenta un po’ la dose di morfina… Ci sono molti modi» – È un omicidio? – «No, è raccogliere un appello alla pietà». Queste parole sono state pronunciate da Umberto Veronesi in un’intervista a Repubblica del 18 novembre 2005. Il fenomeno dell’eutanasia attiva clandestina esiste anche nel nostro paese, ma è estremamente difficile trovare dati e testimonianze, per via delle gravi accuse penali cui i medici andrebbero incontro. Nel 2002 fece molto rumore una ricerca dell’Università Cattolica di Milano condotta anonimamente su 257 rianimatori delle 20 unità di terapia intensiva di Milano sulla sospensione delle cure nei casi di accanimento terapeutico, coordinata dal professor Adriano Pessina. Alla domanda: «La sospensione delle cure è accompagnata dalla somministrazione di farmaci a dosaggi volutamente letali?», il 3,6 per cento degli intervistati rispose «talora sì» e il 15,8 per cento la giudicava una prassi «accettabile». Qualche anno prima uno studio condotto dalla Fondazione Floriani aveva dato risultati molto simili, e anche più espliciti: il 39 per cento dei medici che hanno risposto al questionario (386 su 680 contattati, tutti iscritti alla Associazione italiana per le cure palliative) aveva ricevuto esplicita richiesta di eutanasia dai propri pazienti in stato terminale e il 4 per cento ha riconosciuto di averla accolta, compiendo una vera e propria eutanasia attiva. Altro dato interessante: secondo una indagine pubblicata su Lancet nel 2000 il 45 per cento dei neonatologi italiani interpellati ha deciso almeno una volta di non somministrare alcun trattamento di sostentamento vitale (come, ad esempio, la respirazione meccanica); il 52 per cento di non praticare manovre di rianimazione; il 78 per cento di non aggiungere altri trattamenti anche se necessari ai fini dell’allungamento della vita; il 34 per cento di non somministrare farmaci salva-vita; il 28 di cessare la respirazione meccanica; il 32 di somministrare farmaci per alleviare il dolore anche se potenzialmente letali; e infine il 2 ha somministrato almeno una volta farmaci direttamente con l’intenzione di terminare la vita. Ancora più dei medici, sono gli infermieri ad essere favorevoli ad una legislazione che lasci liberi i pazienti di decidere quando e come morire. Secondo uno studio condotto nel 2005 su 455 infermieri di un ospedale in provincia di Torino e pubblicato da Torino medica, organo ufficiale dell’ordine dei medici di Torino, ben il 72 per cento degli infermieri è favorevole all’eutanasia volontaria, sia attiva che passiva, il 43 per cento sostiene che praticherebbe l’eutanasia se fosse legale e un 8 per cento lo farebbe anche nell’illegalità.
Per far emergere il fenomeno dell’eutanasia clandestina in Italia, 30 medici hanno chiesto al parlamento un’indagine conoscitiva sul fenomeno, sul modello di quella condotta in Olanda nel 1990-91 dalla commissione Remmelink. L’indagine olandese ha stimato i casi di eutanasia fra 2 mila e 8 mila l’anno e quelli di suicidio assistito in circa 400. Le richieste di eutanasia erano circa tre volte più numerose di quelle praticate. In circa 1.000 casi i medici segnalavano di aver praticato l’eutanasia senza esplicita richiesta del paziente. Sono stati questi risultati, per certi versi scioccanti, ad aprire la strada all’elaborazione della legge che ha legalizzato l’eutanasia in Olanda.
FONTI
Vivere e morire, notiziario dell’Aduc su eutanasia, cure palliative e libertà terapeutica, www.aduc.it/dyn/eutanasia
A buon diritto, www.abuondiritto.it
Libera uscita, www.liberauscita.it
Exit Italia, www.exit-italia.it
World Federation of Right To Die Societies, www.worldrtd.net
Association pour le Droit de Mourir dans la Dignité, www.admd.net
Dignity in Dying, www.dignityindying.org.uk
Dignitas, www.dignitas.ch
Exit International, www.exitinternational.net
Associazione Luca Coscioni, www.lucacoscioni.it
Dying with Dignity Victoria, www.dwdv.org.au
Compassion & Choices, www.compassionandchoices.org
Asociación Derecho a Morir Dignamente, www.eutanasia.ws
Derek Humphry, Eutanasia: uscita di sicurezza, Eleuthera 1993
Notizie di stampa
(1 dicembre 2010)
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