Perché dobbiamo difendere il modello europeo
Giovanni Perazzoli
La lettura della crisi greca che viene data a sinistra andrebbe messa a punto per non rischiare che si riveli controproducente. Con lo schema "Grecia vittima delle banche ed élite finanziarie", la sinistra di fatto assolve le classi dirigenti del paese, e con esse un blocco sociale che, cresciuto dal dopoguerra ad oggi in modo esponenziale, ha dato vita, in determinati paesi europei, a una tipologia politica ambigua, che si maschera “modello europeo”, pur essendone lontanissima, e anzi del tutto opposta.
Mettiamo alcuni punti fermi. Il debito pubblico della Grecia è causato da una gigantesca evasione fiscale e da un utilizzo clientelare delle risorse pubbliche. La Grecia non si è indebitata per realizzare un forte stato sociale (che infatti non ha, ed è, anzi, con l’Italia e l’Ungheria, uno dei tre paesi che non hanno uno degli istituti fondamentali dello stato sociale, un vero sussidio di disoccupazione come diritto soggettivo esigibile). La Grecia si è indebitata per realizzare uno stato clientelare e rafforzare il potere delle nomenclature. A questo scopo ha distribuito impieghi pubblici a pioggia, dequalificando il lavoro, e utilizzandolo come strumento di consenso e di scambio tra gruppi di potere. Niente a che fare con lo stato sociale.
La mancanza di crescita connessa con la crisi americana ha fatto saltare una situazione già distorta. Il debito della Grecia è, come in Italia, l’altra faccia di una classe politica autoreferenziale, devota solo alla ricerca del consenso a qualsiasi costo.
L’euro, da ancora si salvezza, si è trasformato, con la crisi, in una trappola micidiale. Poiché è la moneta di più stati, non è flessibile alle esigenze diverse di stati diversi. D’altro canto, una politica di stabilità monetaria, entro certi limiti, è inevitabile se si ha una moneta in comune. Occorrerebbe, si dirà, un politica comune. Il problema vero, se vogliamo parlare chiaro, è che una politica comune deve poggiare su basi politiche comuni. Ma sono proprio queste che mancano. Il nodo del problema va cercato infatti dentro la disomogeneità della composizione politica degli stati dell’Unione, senza uscirne con un facile e retorico richiamo alla "solidarietà". Se la sinistra italiana riuscisse a prendere atto dei termini del problema, avrebbe gli strumenti analitici per avviare una vera trasformazione della società italiana e risolverne la crisi endemica.
La crisi del debito pubblico in Grecia e in Italia mette in luce il diverso approccio in Europa alla spesa: da una parte c’è la spesa clientelare funzionale alle classi politiche, e dall’altra il welfare state dei paesi del nord Europa. Da una parte, ci sono paesi che hanno un vero welfare state e dunque un controllo di bilancio, una classe politica seria; dall’altra, invece, ci sono paesi che non hanno un vero welfare state, ma uno stato clientelare, dove la spesa pubblica è in funzione della lotta per il potere e non ha, di conseguenza, un limite. Due formule politiche opposte, due classi politiche opposte.
Naturalmente la moneta comune non può tollerare i processi di indebitamento che gli stati clientelari adottano per reggersi. È evidente che il contribuente tedesco non può pagare per l’evasore italiano o greco. Se la classe dirigente greca fosse restata sovrana in politica monetaria, avrebbe continuato semplicemente la sua politica antisociale, clientelare e, in ultima analisi, classista. Cercando di entrare a tutti i costi nell’euro essa ha cercato di salvarsi, mettendo il proprio debito pubblico a carico di contribuenti di altri paesi. O ci salvate, o sarà il disastro per tutti. Dove il “ci salvate” viene a coincidere di fatto con la stessa casta. La crisi del debito, benché si rappresenti in televisione con le proteste di piazza (di coloro che pagano per altri), evidenzia in realtà l’eccezionale resistenza delle caste a fare la loro parte. La caparbietà delle rendite è sconcertante.
Non bisogna dimenticare che diversi governi greci hanno deliberatamente nascosto all’Europa i dati economici del paese; e che, per entrare nell’euro, la Grecia si è fatta segretamente aiutare dalle banche americane Goldman Sachs e JP Morgan. Appena è iniziata la crisi in America, il sistema – che la crescita riusciva in parte a tenere in equilibrio – è crollato di colpo. Scesa di colpo la marea, sono emerse le secche.
La domanda che si pongono i paesi nordeuropei è perché dovrebbero pagare per la classe dirigente della Grecia (e dell’Italia). La domanda vera è: pagare risolverebbe il problema? Non è solo una questione di soldi. Il problema non è economico, ma politico. Dove esistono le caste, i soldi degli aiuti scompaiono come acqua sulla sabbia senza produrre nulla.
La questione vera è, allora, che esistono due Europe molto diverse tra loro. Ma attenzione, è una favola quella che l’Europa antisociale schiaccia quella solidale e democratica; al contrario, è l’Europa dei vari Berlusconi che, avendo ignorato per decenni gli standard dell’altra, adesso la mette in crisi.
La sinistra questo sembra non capirlo. Ma in verità è la presa d’atto di questo fatto che darebbe la chiave di lettura giusta. In altri termini, per salvarci dalla crisi non ci vorrebbe un governo di destra che tagli a tutto spiano, ma un governo di sinistra che faccia veramente la sinistra e che colpisca l’evasione fiscale, il clientelismo, che favorisca la meritocrazia, e che costruisca uno stato sociale vero (naturalmente con i tempi che la drammaticità della situazione richiede).
In Grecia e in Italia, invece, la casta fa pagare agli altri il conto dei propri comportamenti: e quindi taglia quel poco di welfare state che c’è, ma non tocca se stessa. Indicativo l’inizio di un’intervista della BBC a una funzionaria del governo greco. Domanda: “Avete iniziato la riforma del fisco?” – Risposta: “Stiamo tagliando le pensioni”.
La crisi è utile alla destra e alle caste. Che possono infatti ingrassare sull’evasione fiscale, speculare sulla crisi che questa ha prodotto, speculare sulla privatizzazione della sanità e delle scuole e degli altri servizi. Che possono bloccare la mobilità sociale, privatizzando le scuole. E che, nonostante questo, in Grecia, continueranno a stare al potere e a vincere le elezioni, perché hanno lasciato le misure impopolari alla sinistra.
Perché allora, la sinistra di questi paesi europei (sinistra che non coincide con tutta la sinistra europea), permette che le cose procedano in questo modo? Curiosamente a sinistra si critica la corruzione della “casta” fin quando non si arriva alle conseguenze economiche: a questo punto, con un giro di walzer, i nemici di prima diventano, in fondo, amici, e si dimentica alla svelta il clientelismo (che si associa al welfare state) e la corruzione (che si nobilita con non ben precisati “costi della politica”). Di colpo risorge il nemico esterno, la responsabilità della crisi alle “élite finanziarie”. Lontane, misteriose, senza volto. Ma crudelissime.
Oltre a fare il lavoro sporco dei tagli, la sinistra distoglie la rabbia dall’obiettivo vero, canalizzandola verso l’”Europa dei banchieri” (regalando pure alla destra un bel po’ di sentimenti antieuropei e mettendo in cattiva luce i soli paesi dove le tasse si pagano, la forbice sociale è ridotta ed esiste ancora un welfare state democratico). L’obiettivo vero, invece, sono le caste che hanno alimentat
o il loro potere, al solito, con il debito pubblico (e dunque senza un vero welfare state).
Perché le sinistre della Grecia, dell’Italia… non si oppongono sul serio? Perché sanno di essere state complici dello sfascio. Perché hanno chiamato "stato sociale" quello che è solo un sistema clientelare che ha garantito anche i sindacati e i partiti di sinistra. La sinistra si mette in un angolo perché è legata al vecchio stato clientelare, esattamente come la destra. Le frange minoritarie della sinistra invece puntano sul malcontento della crisi per tornare ad avere una quota nella spartizione autoreferenziale del potere.
Se esistessero delle forze e una cultura capaci di realizzare un cambiamento in Italia come in Grecia, queste dovrebbero capire che la posta in gioco della crisi è quella di rovesciare un sistema clientelare diffuso, facendo pagare i responsabili del disastro economico, portando nei propri paesi un’amministrazione finalmente "democratica" (sul modello nord europeo) e non più "clientelare". E da qui partire per una vera politica di sviluppo, che non si trasformi nel mettere i soldi di nuovo nelle mani dei soliti.
I fatti parlano da soli. I paesi del “modello europeo”, del vero welfare state (e non degli affari sulla sanità o delle università gestite in famiglia), hanno retto il colpo della crisi molto meglio sia degli Stati Uniti che dei paesi del familismo amorale, del clientelismo e della tangente. E non si pensi solo alla Germania, ma anche all’Austria, all’Olanda…
Il problema è dunque politico e culturale prima che economico. O meglio, il problema politico è che non sembrano esserci forze politiche e culturali in campo per risolverlo.
(11 ottobre 2011)
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