Perché il Pd è esploso proprio ora?
Carlo D’Ippoliti
Dietro la spaccatura generazionale che spiega tanta parte del dibattito interno al Pd – pre e post-disastro dell’elezione del presidente della Repubblica – c’è un punto politico fondamentale: “i giovani” chiedono che si scelga se il partito prenderà una strada socialdemocratica o una liberale. L’ostacolo verso la prima è ovviamente la perdita dell’ala destra del partito, l’ostacolo verso la seconda è che quello spazio politico-culturale ormai è stato occupato da Monti.
Sul disastro di un partito il cui segretario non capisce che più di 100 parlamentari stanno per votare contro quanto deciso dalla propria assemblea, nonostante la legge elettorale garantisca proprio alla dirigenza un potere sui propri parlamentari mai visto prima, molti non si accontentano della versione auto-assolutoria fondata sull’accusa ai “traditori”.
Tra i più espliciti da subito c’è stato certamente Matteo Orfini: quando le defezioni sono 100 non si può parlare di manovre di palazzo, si deve riconoscere che si tratta di divergenze politiche. L’opinione è diventata quella dominante così rapidamente che la domanda ora è se il Pd va verso la scissione, e se questa avverrà per la perdita dell’ala destra o di quella sinistra.
Per tentare di rispondere, mi sembra importante riflettere sul perché i problemi si pongano ora, dopo qualche anno di un’esistenza travagliata ma tutto sommato unitaria del Pd. In particolare, credo vada troppo oltre chi, come Luca Sappino su L’Espresso, riprende la tesi – vecchia quanto il Pd – che il Partito Democratico avrebbe sempre avuto due anime, che la “fusione a freddo” di due partiti avrebbe portato alla guerra costante delle correnti, e che non vi era alcuna elaborazione culturale o base comune a sostenere l’unità del Pd, a parte il vacuo nuovismo dell’era veltroniana.
Al contrario, penso che nonostante il forte ma poco efficace tentativo di Michele Salvati e altri, di immaginare una svolta liberale per gli ex-PCI ed ex-DC, esiste una certa affinità culturale, diremmo di “visione pre-analitica” nella vecchia dirigenza dei due partiti. Questo collante è, in sintesi, l’appoggio, se non l’adesione, alla dottrina sociale della Chiesa. In ambito socio-economico (ma non è un caso se il Pd non abbia brillato nemmeno ad esempio in tema di diritti civili) questa prevede un’accettazione sostanziale del capitalismo, che però si contempera con la solidarietà e il senso di comunità. Il rifiuto della dottrina liberale è specificamente indirizzato al suo carattere individualistico, mentre la lontananza dall’ideologia socialdemocratica nasce dalla difesa della proprietà privata come (assieme alla famiglia) elemento fondante della coesione sociale.
Ci sarebbe ovviamente molto altro da dire sul tema, ma quel che è importante sottolineare è che non mi riferisco solo a Prodi: l’Italia è sede di alcuni centri d’eccellenza a livello internazionale nell’elaborazione della dottrina sociale della Chiesa (Bologna è ovviamente uno di questi, alla faccia dei bocconiani che pensano che l’eccellenza accademica si misuri solo e meramente col numero di citazioni ricevuto su riviste accademiche anglosassoni). Questa cultura ha un forte ruolo non solo nel pensiero degli ex-popolari, ma anche di ex-PCI: si pensi al forte ruolo che ricopre il comunitarismo nella loro elaborazione, o alla solidarietà (anziché il diritto) come giustificazione del Welfare State.
Quel che succede da qualche anno è che questa linea – ingiustamente accusata, insieme a Bersani, di essere ambigua, quando invece è solo compromissoria e conservatrice – sta sempre più stretta a una nuova generazione di dirigenti Pd o aspiranti tali. Abbiamo così il piccolo paradosso che mentre i “vecchi” venivano da partiti e storie diverse, ma comunque hanno culture più o meno compatibili, i “giovani” (non necessariamente in senso demografico) pur venendo dallo stesso partito hanno visioni diverse e parzialmente inconciliabili.
Siamo cioè di fronte a una vera svolta generazionale nel Pd: non nel senso renziano della rottamazione, cioè della mera sostituzione delle persone, ma in un senso più ampio, di linea politica. Esplode oggi, perché a partire da questa legislatura i “giovani” hanno direttamente o indirettamente un ruolo più incisivo in Parlamento.
Oggi, “i giovani” chiedono che si scelga se il partito prenderà una strada socialdemocratica o una liberale. L’ostacolo verso la prima è ovviamente la perdita dell’ala destra del partito, l’ostacolo verso la seconda è che quello spazio politico-culturale ormai è stato occupato da Monti, che si è portato via pure pezzetti di Pd.
Dunque, anche se i media devono trovare sempre molte nuove notizie ogni giorno, a me sembra che questo sia “semplicemente” il punto di caduta di un processo più ampio e più lungo.
Spero che la conseguenza immediata sia portare a un congresso vero, che eviti l’ambiguità (questa sì) del patto tra ‘giovani turchi’ e Renzi. Evidentemente, questo in teoria richiederebbe una candidatura, per far fronte a quella neo-liberale, che assumiamo sia Renzi, più nettamente socialdemocratica forse anche di Barca, ma non è chiaro se questo sia realisticamente possibile.
(22 aprile 2013)
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