Perché invitare il Papa? – Lettera ai parlamentari Pd, M5S, Sel
Paolo Flores d’Arcais
e Barbara Spinelli
Cari parlamentari della coalizione Pd-Sel e del M5S,
abbiamo avuto notizia che il presidente della Camera ha intenzione di invitare Papa Francesco in Parlamento, e sappiamo che tra voi ne state discutendo, specie nel Movimento 5 Stelle. Personalmente non abbiamo nulla contro la proposta di Laura Boldrini: in una democrazia forte, capace di darsi da sola le leggi che consentono ai cittadini di convivere accettando le rispettive diversità, la visita del capo della Chiesa romana nell’agorà che è il Parlamento non è certo cosa da far tremare le vene e i polsi. Il Pontefice è capo di uno Stato, non esattamente uguale agli altri capi nel mondo ma con identici diritti e doveri.
Non è dunque la visita del Pontefice a fare problema. La questione, centrale, è un’altra: la nostra democrazia possiede oggi quella forza, quell’auto-nomia (questo significa darsi le proprie leggi senza bisogno di stampelle esterne), quella vasta e plurale rappresentatività che, sole, neutralizzano gli effetti negativi di un invito di Papa Francesco a Montecitorio?
Nelle presenti circostanze non lo crediamo, e per questo vi chiediamo di rinviare la visita a tempi più maturi, cioè più laici. Non parliamo della cittadinanza che si è appena espressa sul volto politico che deve avere l’Italia. Se c’è un motivo per cui, subito dopo le elezioni, tanti di noi hanno avuto l’impressione di sentire attorno a sé un nuovo clima, è proprio in ragione di un’indifferenza ormai diffusa a dogmi e prescrizioni che si esprimono oltre-Tevere. Il cattolicesimo politico, che ha dominato l’Italia dal dopoguerra, esce dalle urne con le ossa rotte.
A modo suo, seguendo vie più contorte, gli italiani stanno imboccando la strada già percorsa all’inizio del ‘900 dalla Francia, e più di recente nella cattolicissima Spagna. Quel che la Chiesa esige dalla società ha un peso sempre minore sulla vita quotidiana dei cittadini: una parte di essi non smette certo di credere, ma non obbedisce più a quello che sembra diventato il pensiero dominante, se non l’ossessione, della Chiesa. Un pensiero quasi esclusivamente incentrato sulla questione della nascita e della morte dell’individuo, e peggio: sui nove mesi che precedono la sua vita e sui giorni, i mesi, gli anni che seguono la sua morte fisica, non artificialmente rinviata. Su questi temi i cittadini hanno ormai proprie idee e usanze. Non è stata la Chiesa a dir loro: «Non abbiate paura»? Ecco: non hanno più paura di finire all’inferno se vivono il sesso e l’amore e la morte come detta loro la coscienza, sapendo che non nuoceranno alle altrui scelte e alle altrui esistenze.
Non così il ceto politico e i governi italiani. Questi sì che hanno paura, sempre, di offendere il Vaticano. Usano la Chiesa per farsi forti, e ne sono usati. Se la Chiesa si è permessa a partire dal 2002 di parlare di «valori non negoziabili» – un’assurdità inconcepibile nelle democrazie, che conoscono principi fondanti e non scale di valori che pongono sul piedistallo più alto alcuni massimi valori, degradandone altri – è perché non ha trovato quel «muro di separazione tra Stato e Chiesa» invocato da Jefferson nel 1802. Il muro difende la natura a-confessionale della sfera pubblica, ne custodisce la pluralità. La Chiesa ha fatto male a se stessa, facendo propria lungo un decennio e più la linea di Ruini o Fisichella. Brandendo i valori non negoziabili è entrata nel gioco politico come un qualunque partito, o lobby. Lobby tanto più dura, perché dopo la defezione di Madrid Roma è divenuta l’ultimo baluardo europeo del Vaticano. Risultato: in Italia non abbiamo i matrimoni gay, né le unioni civiche dei francesi, né leggi sul testamento biologico o sulle cellule staminali.
Il nostro ceto politico è privo di cultura laica. Vero è che la nostra Costituzione, come quella francese, non contiene riferimenti a Dio: lo dobbiamo a Cavour, all’idea di una «libera Chiesa in libero Stato». Ma egualmente vero è che l’articolo 7 delle Costituzione lega tuttora l’Italia ai Patti lateranensi negoziati da Mussolini. Il nuovo Concordato del 1984 abolisce la nozione delle Religione di Stato, ma moltiplica aiuti finanziari alla Chiesa che Papa Francesco, oggi, vorrebbe più povera.
Contrariamente a quello che alcuni di voi sembrano pensare, non si tratta a nostro parere di invitare in Parlamento altre religioni, o gli atei. Si tratta di consolidare uno spazio pubblico nel quale le confessioni non entrino (il Papa rappresenta uno Stato), pur essendo tutte ammesse e attive nella vita cittadina. Si tratta di approvare le leggi ritenute giuste dagli italiani, anche se il Vaticano le disapprova. Devono cambiare l’Italia politica e anche la Chiesa, prima che il Pontefice parli, in nome del suo Stato, alle Camere.
Diamo tempo al tempo, vediamo se queste mutazioni verranno. Vi invitiamo ad aver fretta su tutto (sulle leggi che moralizzino e laicizzino la politica, sulla giustizia sociale), tranne che sull’invito di Papa Francesco in Parlamento
(7 aprile 2013)
MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.