Più turismo, meno università: una scelta miope

Guglielmo Forges Davanzati


“Per rendere felice la società e per rendere il popolo contento anche in condizioni povere, è necessario che la grande maggioranza rimanga sia ignorante che povera” (B. de Mandeville, 1728).

“Con la cultura non si mangia” (Giulio Tremonti, 2010).

Le politiche formative attuate negli ultimi anni sono, al tempo stesso, contraddittorie e miopi. L’obiettivo dichiarato delle recenti “riforme” consiste nel migliorare la qualità della produzione scientifica delle Università italiane. Convenzionalmente, la qualità della produzione scientifica viene misurata calcolando il numero di citazioni che articoli e libri di studiosi italiani hanno ricevuto. Ebbene, su fonte SCIMAGO, si calcola che dal 2006 al 2010 il sistema universitario italiano si è collocato all’ottava posizione, su scala mondiale, per numero di citazioni ricevute. Nello stesso intervallo di tempo, l’Italia era collocata al decimo posto, su scala mondiale, per ricchezza prodotta. In altri termini, la “cura dimagrante” imposta all’Università pubblica italiana si innesta proprio nel periodo nel quale quest’ultima è stata massimamente produttiva.

La contraddizione delle “riforme” rispetto all’obiettivo dichiarato consiste nel fatto che, pressoché inevitabilmente, gli studiosi italiani produrranno meno, sia perché avranno meno fondi a disposizione, sia perché sempre più anziani. Il recente “superamento” – in termini di quantità di citazioni – da parte delle Università cinesi suona come un campanello d’allarme.

Da Giulio Tremonti a Mariastella Gelmini e a seguire, si è detto che i tagli al sistema formativo sono necessari per ragioni di bilancio. Si tratta di una tesi palesemente falsificata dal fatto che, nell’intero settore del pubblico impiego, le maggiori decurtazioni di fondi sono state subìte proprio da scuole e università. Si è, dunque, in presenza di una scelta di ordine puramente politico, non dettata da ragioni “tecniche”. Scelta di ordine politico che ha a che vedere con il modello di specializzazione produttiva al quale si intende portare l’Italia. Quale?

Uno dei più ascoltati economisti italiani, il prof. Luigi Zingales, ha recentemente dichiarato che: “Ci sono un miliardo e quattro di cinesi e un miliardo di indiani che vogliono vedere Roma, Firenze e Venezia. Noi dobbiamo prepararci a questo. L’Italia non ha un futuro nelle biotecnologie perché purtroppo le nostre università non sono al livello, però ha un futuro enorme nel turismo. Dobbiamo prepararci per questo, non buttare via i soldi a fondo perduto”[1]. E’ una dichiarazione che esplicita una visione sostanzialmente condivisa sul piano politico[2], con un inizio di realizzazione con gli ingenti stanziamenti al settore turistico previsti nella Legge di Stabilità.

Se è questa la linea che si intende perseguire, non sorprende che alla “desertificazione produttiva” del Paese (già in atto) debba far seguito la sua “desertificazione universitaria”. Ed è quanto, in larga misura, si è già realizzato.

In netta controtendenza rispetto a quanto verificatosi, negli ultimi anni, nei principali Paesi OCSE, in Italia si è ridotta la quota degli occupati nelle professioni ad alta specializzazione. In altri termini, le (poche) assunzioni effettuate nel settore privato hanno riguardato essenzialmente individui con bassi livelli di scolarizzazione. Ciò per le seguenti ragioni:

1) La contrazione della domanda di lavoro qualificato è dipesa essenzialmente dalla riduzione degli investimenti realizzati dalle imprese italiane (-3.9% nel 2012 rispetto all’anno precedente, su fonte ISTAT). La riduzione degli investimenti si associa, infatti, a minore disponibilità di capitale fisso per addetto (e maggior obsolescenza del capitale) e alla riduzione delle dimensioni medie aziendali. E’ del tutto evidente che da questo scenario, caratterizzato da bassa accumulazione di capitale fisso e da nanismo imprenditoriale, ci si poteva solo aspettare che la domanda di lavoro espressa dalle imprese sarebbe stata sempre più . A ciò si può aggiungere il fatto che i nostri imprenditori sono, in media, poco scolarizzati – circa il 70% degli imprenditori italiani non è diplomato – e che ciò ha rilievo nelle scelte di assunzione. Come documentato dall’ISFOL, gli imprenditori con elevato titolo di studio sono maggiormente propensi ad assumere individui con elevata dotazione di capitale umano.

2) Le politiche di austerità messe in atto negli ultimi anni hanno significativamente contribuito a generare questi esiti. Ciò a ragione del fatto che la riduzione della spesa pubblica e l’aumento dell’imposizione fiscale hanno ristretto i mercati di sbocco delle (molte) imprese italiane che operano su mercati interni, riducendone i profitti (o determinandone il fallimento) e riducendo, di conseguenza, i fondi interni disponibili per le innovazioni. Le politiche di austerità hanno depresso la domanda interna, e – reiterate negli anni – hanno inciso negativamente sulle aspettative imprenditoriali, contribuendo a determinare riduzione degli investimenti e, in una condizione di crescente incertezza, a disincentivare l’offerta di credito da parte delle banche, in una spirale recessiva che accresce il tasso di disoccupazione, soprattutto a danno degli individui con maggiore dotazione di capitale umano.

3) Una campagna mediatica efficacemente organizzata ha dipinto l’Università pubblica come luogo di spreco, di baronie, di assenteismo, di corruzione. E’ verosimile che, a parità di condizioni, gli imprenditori siano più propensi ad assumere diplomati anche per questa ragione, imputando valore nullo a titoli di studio rilasciati da Istituzioni del tutto prive di credibilità.

La decurtazione di fondi alle Università grava innanzitutto sugli studenti, per la minore quantità e qualità dei servizi offerti, e per l’aumento delle contribuzioni[3]. Il decremento di immatricolazioni nell’ordine del 17% negli ultimi dieci anni è una risposta individualmente “razionale” e, tuttavia, controproducente sul piano macroeconomico e nel lungo periodo. Un’economia che sarà popolata prevalentemente da individui over-60 (anche a ragione della ripresa consistente delle emigrazioni giovanili), con giovani residenti poco istruiti è, con ogni evidenza, un’economia condannata a bassi tassi di crescita.

NOTE

[1] Va rilevato che gli studi empirici sull’ipotesi di crescita trainata dal turismo sostanzialmente concordano nel ritenere questa ipotesi suffragata per i Paesi in via di sviluppo. Nel caso di Paesi con tradizione industriale, per contro, si rileva che politiche fortemente orientate a generare una struttura produttiva orientata al turismo sperimentano, di norma, bassi tassi di crescita (http://www.rcfea.org/RePEc/pdf/wp41_09.pdf).

[2] E assecondata da molte Università tramite il proliferare di corsi di laurea in Scienze del Turismo et similia. Il che, peraltro, testimonia il fatto che anche la gestione delle attiv
ità turistiche richiede, nonostante Zingales, competenze acquisite in Università. Si può poi osservare che una quota consistente degli afflussi turistici in Italia deriva dal turismo congressuale, che evidentemente può esistere solo laddove esistono sedi universitarie con finanziamenti sufficienti per l’organizzazione di convegni internazionali.

[3] Si può osservare che il basso (se non nullo) potere contrattuale degli studenti universitari, in sede di negoziazione politica, può aver contribuito a questi esiti.

(15 novembre 2013)



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