Politica industriale, l’eredità più attuale di Antonio Giolitti

Pierfranco Pellizzetti

, da Il Fatto Quotidiano, 18 febbraio 2010

L’altro lunedì è morto Antonio Giolitti. Le commemorazioni e i coccodrilli giornalistici non hanno lesinato parole di zucchero riguardo ai suoi meriti, i più dei quali ormai politicamente inerti: postcomunista ante litteram, dopo i fatti d’Ungheria, riformista… Quando adesso un po’ tutti a sinistra si professano riformisti postcomunisti: parole trasformatesi in montaliani ossi di seppia.

Ma c’è un lascito nella sua biografia d’importante uomo pubblico che potrebbe fornirci utili suggerimenti per operare in un presente critico come l’attuale, non a caso relegato nel dimenticatoio: la vicenda della programmazione economica; di cui Giolitti fu promotore quale ministro del Bilancio, prima nel biennio 1963-64 e poi tra il 1970 e il 1974. Ossia il tentativo di governo dell’economia attraverso scelte strategiche di indirizzo: la cosiddetta “politica industriale”, presto accusata di “illuminismo” e – dunque – rapidamente accantonata.

Come prima e come sempre, ancor oggi il dibattito nazionale sulle scelte in materia di sviluppo/progresso economico naviga tra la Scilla minacciosa della deregulation e la Cariddi piagnucolosa dell’assistenzialismo; tra la rappresentazione a fumetti dell’imprenditore tale e quale un Gulliver impastoiato dai mille lacciuoli dei burocrati (altrimenti…) e l’approccio da dame della San Vincenzo, per cui il posto di lavoro è concessione graziosamente caritatevole. E da qui non ci si schioda.

Rappresentazioni e approcci pelosamente irrealistici. Visto che – in primo luogo – l’impresa di successo nasce all’interno di cornici che orientano il sistema-Paese e dai conseguenti pubblici investimenti che determinano le grandi opportunità di business. Una storia che si ripete almeno dalle prime avventure ferroviarie americane (matrici ottocentesche dei moderni modelli organizzativi d’impresa) che collegarono il continente da costa a costa, per giungere fino al grande affare nel giro di millennio – internet – che declina privatisticamente una realizzazione pubblica: la rete di comunicazioni denominata “Arpanet”, prodotto della collaborazione tra il sistema militare e quello universitario USA.

D’altro canto il buon lavoro nasce solo dal fertile effetto di una regolazione che traguarda gli spiriti animali dell’economico a quell’interesse generale che fuoriesce dagli orizzonti utilitaristici di singoli operatori, fissando obiettivi generali ed esercitando l’indispensabile controllo di merito.

Almeno per chi scrive, è fuori discussione quanto detta l’articolo primo della nostra Costituzione: “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Resta dubbio che il diritto al lavoro trovi fondamenta reali ed effettive in una difesa statica dell’esistente, che ci fa confondere un giusto senso di socialità con atteggiamenti compassionevoli troppo spesso di stampo demagogico; illusori per gli apparenti beneficati. Non hanno senso i proclami che la Fiat non deve licenziare a Termini Imerese. Avrebbe avuto molto più senso chiamare a rapporto per tempo la prima impresa privata nazionale e discuterne i progetti industriali (invece di erogare la montagna di sussidi più o meno mascherati che ora Montezemolo nega di avere mai ricevuto). Non ha senso indignarsi se qualcuno osa affermare che nel nostro Paese 140 porti sono troppi e sarebbe meglio operare qualche scelta, come nel Mediterraneo hanno fatto gli spagnoli dando vita al sistema Barcellona-Valencia-Tarragona-Algesiras.

Il buon lavoro è quello che si autoalimenta con la capacità di produrre ricchezza effettiva. Per esempio, operando grandi scelte nel settore trasportistico, come hanno fatto i francesi a partire dagli anni Cinquanta. Ad esempio creando le condizioni per diventare la piattaforma del Sud europeo, come gli spagnoli nei primi anni Settanta. Magari realizzando reti del trasferimento tecnologico e il posizionamento nel prodotto d’alta gamma, secondo il canonico modello tedesco. Oppure individuando una nicchia nelle nuove tecnologie su cui concentrare risorse ed energie: la storia di successo della piccola Finlandia nel wireless.

Questa è la politica industriale in età postindustriale, la sola via seria per uscire dalla crisi. Soprattutto per un Paese allo sbando come l’Italia, orfano di riferimenti modellistici dopo la dipartita dello Stato imprenditore e l’esaurirsi dei distretti.
Insomma, la ripresa di un’economia come problema eminentemente politico, spazzando via le fregnacce liberistiche sulle Mani Invisibili e le pezze a freddo assistenziali.

Lo diceva un importante storico dell’economia – Giovanni Arrighi, anche lui scomparso di recente – parafrasando un po’ Marx e un po’ Fernand Braudel: seguire il possessore del denaro nel laboratorio della produzione, sotto la sfera rumorosa del mercato, dove incontra il possessore della forza lavoro; perché qui si svela l’arcano del plusvalore. Ma seguire il possessore del denaro anche al piano superiore, dove incontra il possessore del potere politico, perché qui si svela l’arcano del big business.

Se tale risulta la situazione reale, il primo problema per una politica democratica è quello di rendere trasparente e regolato l’andirivieni trai vari piani. Il problema posto da Giolitti.

(19 febbraio 2010)

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