Primarie Pd: sui contenuti poche differenze
Domenica sarà eletto il nuovo segretario del Pd. Ma sui contenuti le differenze tra Bersani e Franceschini sono minime. Le uniche novità da Marino.
di Emilio Carnevali
Salvo grandi sorprese, domenica prossima Pier Luigi Bersani dovrebbe essere eletto segretario del Pd. Le residue incognite del voto sono legate al livello di partecipazione: tanto più sarà alta, tanto più Franceschini potrà sperare di avvicinarsi – in linea teorica – al proprio avversario, perché il “bacino degli iscritti” che ha già dato il 56 per cento di preferenze a Bersani sarà ‘allungato’ in proporzione maggiore dai voti dei semplici elettori e simpatizzanti.
L’unico dato certo del quale al momento possiamo disporre è quello delle risorse investite dal Partito democratico per l’organizzazione dei gazebo, molto al di sotto di quelle che furono stanziate per l’incoronazione di Veltroni. In quell’occasione, per fare un esempio relativo alla città di Roma, i seggi delle primarie corrispondevano grosso modo ai municipi; domenica saranno molti di meno ed il territorio da coprire per ogni singolo seggio sarà assai più vasto, rendendo meno agevole il voto per quegli stessi cittadini che già avevano partecipato alle precedenti consultazioni. Anche le risorse spese nelle campagne di informazione sono state assai inferiori che in passato. Questa volta, però, il voto non è una semplice operazione di propaganda, dal momento che, fortunatamente, non siamo più in presenza di un candidato unico. È quindi difficile fare previsioni su quanti cittadini andranno a votare domenica. La “soglia del successo” è attorno al milione di voti.
Sul risultato di Marino, che i sondaggi attestano attorno al 10% (un paio di punti in più rispetto alla percentuale uscita dal congresso) pesano due fattori dalle conseguenze opposte: da un lato il grande appeal del candidato sul voto d’opinione (quello prevalente fra gli elettori non iscritti), soprattutto dei giovani, degli abitanti dei grandi centri urbani e del cosiddetto ceto medio riflessivo che già animò il movimento dei girotondi; dall’altro la grande polarizzazione del voto sui due candidati con maggiori possibilità. L’accordo fra Bersani e Franceschini sul “lodo Scalfari” per riconoscere come segretario chi otterrà più voti alle primarie (anche senza superare la fatica soglia del 50% prevista dallo Statuto) sottrae molta forza contrattuale al terzo candidato, che in caso di risultato in bilico avrebbe potuto costituire l’ago della bilancia.
Salvo sorprese, dunque, dovrebbe vincere Bersani, che gode dell’appoggio di ampi settori della Cgil, del mondo delle cooperative e di buona parte degli amministratori locali del Partito (oltre che dei semplici iscritti).
La mozione Franceschini e la mozione Bersani, tuttavia, non presentano rilevanti differenze sul piano dei contenuti e dei programmi.
È significativo il fatto che mentre il ministro Tremonti si pronuncia a favore del posto fisso come “base su cui organizzare il proprio progetto di vita”, il candidato del Pd Franceschini vada a braccetto di Massimo Calearo a cospargersi il capo di cenere di fronte agli imprenditori: “Oggi sono qui, nel cuore del Nordest, a chiedervi scusa. È assurdo mettere le imprese contro i lavoratori e i lavoratori contro le imprese”.
Quella di Tremonti è solo retorica, si potrebbe obiettare osservando il fatto che il ministro non ha nessuna intenzione di dare seguito alle sue parole con concrete iniziative politiche (ad esempio proponendo la cancellazione della Legge 30). È vero. Ma le parole sono importanti, soprattutto quando sedimentano un senso comune e mirano, come ha osservato molto bene Dario Di Vico sul Corriere della Sera, alla “demolizione dei muri portanti della narrazione modernista egemone dagli anni ’90 a ieri, quella che per comodità possiamo riassumere nello schema ‘più l’Italia diventa anglosassone, meglio è’".
E ancor di più quando non sembra che sul fronte opposto si vada molto oltre la retorica, anche là dove – come fa Bersani nella sua mozione – si invoca un “partito dei lavori e dei ceti produttivi” e si ripete la litania che, da Draghi in giù, un po’ tutti recitano, dalla riforma degli ammortizzatori sociali ai “processi univoci di inserimento e di stabilità del lavoro”.
In ambito sociale le sole due concrete novità apparse nel dibattito interno al Pd sono venute da Ignazio Marino: i soldi per gli sgravi fiscali al lavoro – ha detto il senatore-chirurgo – vanno trovati con la tassazione delle rendite finanziare (aumento dell’attuale aliquota al 12,5%) e dei grandi patrimoni (in linea con una proposta già avanzata questa estate da due personalità per nulla radicali come Giuliano Amato e Carlo De Benedetti).
Bersani e Franceschini, mozioni alla mano (al netto della retorica e di qualche divergenza sull’organizzazione del partito), si distinguono poco. Il solo rilevante discrimine tra i due è costituito dal sistema proporzionale (sostenuto da Bersani) e dai processi di scomposizione e riaggregazione delle forze politiche che mutati assetti istituzionali potranno eventualmente promuovere. È in quella prospettiva che potrà delinearsi con maggiore chiarezza la differenza fra un partito a “vocazione maggioritaria” che parla a tutti (il Pd veltronian-franceschiniano) e un partito riformista di sinistra moderata, alleato con un centro autonomo, al quale allude – assai timidamente – Bersani.
(21 ottobre 2009)
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