“Processo agli economisti”. La prefazione di Loretta Napoleoni
Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo la prefazione al volume "Processo agli economisti" di Roberto Petrini (Chiarelettere editore, Milano 2009).
di Loretta Napoleoni
Chiromanti, meteorologi ed economisti, ecco alcune professioni proiettate verso il futuro. È facile capire il perché: i chiromanti soddisfano la curiosità riguardo al nostro destino, i meteorologi ci dicono se dobbiamo uscire con l’ombrello. E gli economisti? Perché fanno parte delle voci del domani? Perché studiano il denaro. La loro è una professione che ruota intorno al censo, al punto che l’economia potrebbe essere ribattezzata «scienza del denaro». Come si guadagna, come si spende, come si muove, come si distrugge il denaro: questi i principi della teoria economica, che in sintesi ci racconta quanto ricchi o poveri siamo, e così facendo ci offre una visione della ricchezza delle nazioni in cui viviamo. Il denaro, si sa, fa girare il mondo: ciò spiega il successo che gli economisti da sempre riscuotono nei media.
Ai giornalisti piace far parlare chi ne conosce i misteri, perché questi sono argomenti cari ad ascoltatori, lettori e telespettatori. Ecco spiegato il motivo per cui la gente pende dalle labbra degli economisti. E la storia della professione può essere raccontata descrivendo come è cambiato nel corso del tempo il rapporto tra popolo e denaro. L’economista nasce con la rivoluzione industriale; i classici, come nel gergo vengono descritti i primi economisti – Adam Smith, David Ricardo e perfino Karl Marx – non vivevano nell’antica Grecia come Socrate e Platone, ma nelle periferie uggiose dell’Inghilterra.
Prima della nascita del capitalismo moderno, l’economista era il consigliere del principe: si occupava sia delle sue pene amorose, sia dei forzieri della nazione. La rivoluzione industriale ha rotto un paradigma vecchio quanto il mondo, secondo il quale ricchi non si diventa, ma si nasce. Prima di allora, i casi di persone che avevano accumulato una fortuna durante la propria vita e con il frutto del proprio lavoro erano rarissimi, se si escludono coloro che si erano arricchiti con la pirateria o la colonizzazione.
Una volta scardinato questo principio, il consigliere si è concentrato sulle entrate e le spese pubbliche, tralasciando gli affari di cuore del suo signore.
Gli economisti classici, dunque, studiavano un fenomeno senza precedenti, che forgiava davanti ai loro occhi la moderna economia. E sulla base della loro analisi è nata la teoria economica, una scienza sociale giovanissima rispetto alla filosofia, alla matematica, alla fisica, e che, a differenza di queste, ha pochi postulati, tutti legati al rapporto dell’individuo con il denaro.
È però solo con la Grande depressione che l’economista fa il suo ingresso trionfale sulla scena politico-sociale, salvando il mondo dal baratro della crescita negativa. I classici assomigliavano molto a persone come Leonardo da Vinci: erano superintellettuali, vivevano isolati dal mondo politico, arroccati in quello che molti descrivono ancora come una torre d’avorio. Una postazione da dove osservavano la società e ne descrivevano i comportamenti, suggerendo metodi migliori per farla crescere economicamente: cioè, per far fruttare il denaro. Non si mischiavano con il popolo. La moderna professione di economista si afferma nel dopoguerra, quando, insieme a un gruppo di politici e di colleghi, Keynes si ritira per tre settimane a Bretton Woods, lontano dal mondo, per ridisegnare la mappa monetaria ed economica del sistema mondiale. E quando questo esperimento inizia a funzionare e le economie europee, distrutte dalla guerra, timidamente ricominciano a crescere, allora tutti osannano chi ha alimentato questa rinascita. Nasce così il fascino discreto dell’economista: una sorta di venerazione mista a timore, che fa di chi pratica questa professione una specie umana diversa da tutte le altre.
Ma quanto esatta è la cosiddetta scienza economica?
Quanto sono giuste le previsioni dell’economista sulla base dei suoi principi? La risposta non è facile, perché in realtà esistono diversi gradi e livelli di esattezza e di inesattezza, che corrispondono ad altrettanti strumenti dell’economia. Quando lavoravo in Borsa mi sentivo una chiromante: non so che cosa avrei dato per avere ogni mattina la palla di vetro dove poter leggere gli avvenimenti della giornata. Gli agenti di cambio che all’alba arringavo avevano un orizzonte di otto ore. Come i chiromanti, gli economisti di mercato (quelli che ne anticipano i movimenti) usano poco gli strumenti dell’economia e per necessità sono tutti un po’ psicologi.
Ci misi del tempo per capire che tutto ciò che avevo studiato all’università non mi serviva granché: era più importante prevedere come avrebbe reagito il mercato alla notizia che la disoccupazione era scesa o salita, che l’Iva era stata abolita o introdotta, che un leader di un paese povero era stato assassinato e che un uragano eccezionale si era abbattuto sulle coste di qualche paese. E poiché non avevo la sfera di cristallo, potevo basarmi soltanto sull’esperienza, cioè sul fatto di aver vissuto sul mercato situazioni analoghe. Altrimenti si procedeva a tentoni.
L’economia del mercato si muove a piccoli passetti, quella delle nazioni e quella globalizzata fa grandi salti.
Applicare alla prima gli strumenti della seconda e viceversa è sbagliato. Gli economisti classici, e lo stesso Keynes, conoscevano solo l’economia delle nazioni, e io mi ero formata alla loro scuola. Mi era quindi difficile avere una visione di ventiquattro ore: io guardavo ai grandi orizzonti.
Soltanto dopo anni di esperienza ho capito come leggere i segnali del mercato. In un certo senso ho dovuto fare un lungo apprendistato per essere all’altezza del mio lavoro.
L’avvento della finanza, la crescita del sistema finanziario globale e soprattutto la subordinazione dell’economia alla finanza hanno però ristretto l’orizzonte degli economisti, riducendo l’intera scienza a una serie di formule matematiche. La nascita dei prodotti strutturati non presuppone alcun orizzonte: si prende un prodotto (un mutuo, per esempio) e lo si trasforma in qualcosa d’altro.
Negli ultimi vent’anni gli economisti hanno lavorato principalmente in finanza perché gli stipendi erano da favola e nessuno poteva resistervi. Anch’io sono finita lì. Così le grandi menti si sono applicate alla trasformazione di determinati prodotti in altri, hanno lavorato in nicchie microscopiche, dimenticandosi del quadro generale: il mondo. Ed ecco svelato il mistero degli economisti premiati con il Nobel per aver inventato formule matematiche complicatissime, simili a quelle dei fisici nucleari. E pensare che Keynes scrisse la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta – il testo che ci salvò dalla Grande depressione – senza usare una sola formula matematica.
Rileggendo quel libro e quelli di tanti economisti classici, viene da chiedersi: ma perché gli economisti moderni parlano un gergo incomprensibile e usano complesse formule con le lettere dell’alfabeto greco? Temo che ciò sia dovuto alla scarsa conoscenza della materia che trattano e al mantenimento del fascino discreto dell’economista.
Se tutti ci capiscono, la distanza tra noi e gli altri si accorcia: questa è la logica. Il gergo incomprensibile è solo una barriera protettiva. Molti anni fa Ezio Tarantelli m’incoraggiò ad andare a studiare negli Stati Uniti perch&eacut
e; lì l’economia era alla portata di tutti, faceva parte della vita quotidiana: per un economista non c’è situazione migliore di questa per apprendere i principi della disciplina. Quando lo andai a salutare prima di partire per Washington, mi disse: «Ricordati che se una persona è in grado di capire perché per avere un etto di salame deve pagare una certa somma di denaro, allora quella persona è in grado di comprendere l’economia». Da allora, ogni volta che devo spiegare cosa succede nell’economia, ripenso alle sue parole e cerco di usare esempi chiari, semplici e legati al quotidiano.
E veniamo alle previsioni: perché molti economisti non si sono accorti che la grande crisi era alle porte? Perché tutti, qualsiasi professione svolgano, peccano di arroganza e di superbia. L’economia non è una scienza esatta, ma chiunque la professa sogna che lo sia. Tutti vogliono trovare la teoria perfetta, che funzionerà per sempre. E quest’assurda ricerca è il sacro Graal dell’economista, un oggetto fantastico e inesistente. Il massimo che si può ottenere è un atto di fede da parte dei seguaci di una teoria, e infatti la scienza economica era prima conosciuta come dottrina economica.
I fallimenti del passato e quelli del presente – il socialismo e il neoliberismo – sono dunque il frutto della cocciutaggine degli economisti, rosi dal desiderio di essere scienziati, e della fede cieca dei loro seguaci.
Questo divertentissimo libro, che distrugge uno a uno i miti più consolidati, ci aiuta a capire che quella dell’economista è una professione come tante altre, e che chi la svolge ne conosce poco i limiti. Poiché sta a metà tra credo religioso e scienza, pochi sanno esattamente che cosa sia. Ma questo libro ci fa anche riflettere sui nostri limiti di cittadini: nessuno, e sicuramente non gli economisti, possiede la formula per renderci ricchi e felici.
La ricchezza di una nazione sta nell’armonia che la regola, non nel denaro che possiede. La società civile deve acquisire la consapevolezza che economia e finanza sono soltanto strumenti al servizio del cittadino. Quando gli economisti diventano chiromanti e stregoni, pretendendo di influenzare il nostro futuro, bisogna voltargli le spalle perché si tratta solo di ciarlatani.
(2 luglio 2009)
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