Quando il carcere è rom

Giacomo Russo Spena

Negli Istituti penali per minori la situazione non è al collasso ma i problemi non mancano. Chi sono i 500 detenuti? La metà sono stranieri, un terzo è rom, gli italiani quasi tutti meridionali. Tutti figli dell’emarginazione sociale.

, da il Riformista

Quasi uno su due è straniero. Il 30 per cento è rom. Gli italiani? La stragrande maggioranza è del Sud. Sono i numeri rilevati dall’associazione Antigone in un dossier sulla situazione degli Istituti penali per minori (Ipm). Emerge un quadro abbastanza confortante ma le falle non mancano. A partire dalla composizione sociale e da alcuni procedimenti penali contro gli agenti per abusi sui giovani detenuti. Andiamo per ordine con l’analizzare i numeri. I reclusi sono 450 e divisi in 19 istituti che assicurano l’esecuzione dei provvedimenti dell’autorità giudiziaria quali la custodia cautelare o l’espiazione di pena: Acireale, Airola, Bari, Bologna, Cagliari, Caltanisetta, Catania, Catanzaro, Firenze, Milano, Nisida, Palermo, Pontremoli, Potenza, Roma, Torino e Treviso. A questi vanno aggiunti gli istituti di Lecce e L’Aquila, attualmente chiusi per ristrutturazioni.

I giovani hanno tra i 14 e 18 anni anche se l’esecuzione della pena negli Ipm può prolungarsi, ed il caso è molto frequente, fino ai 21. E’ raro che i giovani siano reclusi per crimini efferati: quelli condannati per reati contro la persona (omicidi o violenza carnale) sono principalmente italiani. Eppure gli stranieri, rei soprattutto di reati di microcriminalità o contro il patrimonio, sono più del 30 per cento. Cifra scesa negli ultimi anni: i giovani immigrati arrivavano ad essere prima la metà esatta della popolazione carceraria. Nei penitenziari maschili il 28 per cento è rom mentre in quelli femminili si giunge al 70. I motivi? Principalmente, spiega il dossier, per le loro intemperanze, tendono a scappare dalle comunità, e per il mancato sostegno di legali “affermati”.

I rom rappresentano così, in base ai dati del Dipartimento di Giustizia Minorile, solo il 12 per cento tra il numero totale dei giovani segnalati. Il 28, appunto, tra quelli detenuti. Per le ragazze rom poi c’è la questione della maternità: molte sono giovani mamme. A questo si aggiunge il problema dei trasferimenti, non sempre i minori detenuti scontano la pena vicino casa. “Il principio di territorialità dovrebbe valere soprattutto per i minori. In realtà, specie in questo momento in cui molti istituti sono del tutto o in parte chiusi, spesso i minori scontano la propria pena lontano dalla proprio casa – spiega Alessio Scandurra di Antigone – Ci preoccupa soprattutto la situazione delle ragazze arrestate nel nord, da qualche mese tutte trasferite da Milano e Torino a Pontremoli, in Lunigiana”.

Differenze tra italiani e stranieri si evidenziano inoltre sull’accesso alla “messa alla prova” (ex art. 28 D.P.R.448/88), ovvero un percorso di reinserimento sociale e professionale alternativo al processo. Modello che sta dando i suoi frutti e che molti vorrebbero esportare al carcere degli adulti per porre un freno al problema del sovraffollamento. Tra i minori si è passati dai 788 provvedimenti di messa alla prova del 1992 ai 2.631 del 2009, con un incremento di quasi quattro volte. Ma tra i soggetti che hanno goduto di questo istituto nel 2009 gli stranieri erano appena il 16,8 per cento.

Più in generale, il tempo medio di permanenza dei minori nei nostri istituti di pena è relativamente basso: solo un paio di mesi. Poi si tende ad introdurre i giovani in percorsi di reinserimento attraverso corsi professionali o attività affini. Tre sono le cose da segnalare per Antigone. La prima è che “in questa stagione di frenesia punitiva i minori sottoposti a controllo penale sono addirittura diminuiti”. La seconda è che sono cresciuti i numeri di quanti sono stati avviati verso percorsi alternativi al carcere. La terza è che alla fine nei penitenziari restano i soliti noti: stranieri, rom, ragazzi delle periferie degradate del sud. Insomma, “il sistema funziona, ma non per tutti”.

Il fenomeno degli episodi di violenza non è estraneo alle carcere minorili. Niente a che vedere con suicidi, solo due casi in tutti questi anni negli Ipm, o con le numerose aggressioni dei penitenziari maggiori, ma l’istituto di Lecce è finito alla ribalta per un possibile episodio di abuso da parte di agenti penitenziari su 9 detenuti. Ancora adesso è in corso il procedimento. Secondo la magistratura, all’interno della struttura si sarebbe creata, dal 2003 al 2005, una “pseudoassociazione di intenti” finalizzata a sopprimere con la violenza qualsiasi cenno di dissenso. Le testimonianze raccolte parlano di ragazzini denudati e pestati in cella, fino a far uscire sangue da entrambe le orecchie o spezzare tre denti. O ancora, di un ospite della struttura lasciato per un’intera notte completamente nudo a dormire in cella di isolamento senza materasso. E Lecce non è l’unico caso.

È attualmente in corso anche il processo contro un agente di polizia penitenziaria dell’istituto penale minorile di Torino, imputato di lesioni gravissime ai danni di un ragazzo marocchino. I fatti risalgono al 6 aprile 2006. Il panorama degli Ipm è sicuramente più roseo delle carceri per adulti ma le lacune e le contraddizioni non mancano: i giovani detenuti sono principalmente figli dell’emarginazione sociale.

(28 marzo 2011)

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