Quando la corruzione frena il Pil

Carlo Carboni

, da Il Sole 24 Ore, 16 febbraio 2012
 
Non solo lo scenario passato, ma anche la prospettiva del Paese rischia di essere avvelenata da una voluminosa e diffusa corruzione, di cui la furbizia italica, tra ottusità e gusto dell’esagerazione, addirittura talvolta si compiace. In Italia, si sarebbe radicata una cultura della corruzione per cui, in particolare, la "piccola" non è stigmatizzata.

Raccomandazioni e favori rubati, quotidiani sgambetti al merito e al senso di responsabilità non sempre suscitano una riprovazione sociale. Questo basso costo morale della trasgressione sarebbe un segno di assuefazione sociale alla corruzione, un adagiarsi su una mogia legislazione di contrasto. E pensare che domani ricorreranno i vent’anni dall’avvio di Mani Pulite (il 17 febbraio 1992, a Milano, venne arrestato Mario Chiesa).

"Una mano lava l’altra": una licenza edilizia, un appalto truccato, denaro riciclato, calcio scommesse, tangenti nella sanità, concussione e corruzione. Il serio contrasto a un fenomeno favorito da una "società complice" sarà un osso duro anche per un esecutivo tecnico che si suppone sganciato da corporativismi, campanilismi, dall’individualismo esasperato che genera mostri, come nel caso dell’ex- Margherita Lusi, in tema di finanziamento pubblico ai partiti. D’altra parte, l’intrapresa di un contrasto alla corruzione appare inevitabile per chi intenda seguire un percorso di rigore, crescita ed equità per dare speranza e futuro al Paese.

La diffusione
Secondo l’ultima Relazione in Parlamento del Servizio anticorruzione e trasparenza (Saet 2010), un po’ tutti – media in testa – avrebbero esagerato sulla diffusione della corruzione in Italia. In effetti, i dati che circolano sono tutt’altro che rappresentativi, sia quelli ufficiali riguardanti procedimenti avviati o conclusi che quelli di Trasparency International (Ti). La corruzione, dopo Tangentopoli, ha ripreso ritmi di crescita che ci allontanano (69°) dalle prime 25 posizioni in cui sono compresi tutti i Paesi dell’Europa che conta. Pensare che l’Italia sia il luogo in cui tutti i maggiori difetti europei si danno appuntamento è un eccesso critico. Parte dell’analisi di Ti non è scientificamente fondata, seppure sia indicativa di uno scenario della corruzione del Paese tutt’altro che rassicurante. Inoltre, in politica, ma anche in economia, oggi, è il sentiment che conta. La percezione degli italiani della corruzione è che sia indiscutibilmente elevata, considerando che il Belpaese è tra quelli a maggior industrializzazione (Eurobarometro, 2010 e 2012). Il giudizio della gente è netto: quasi il 90% ritiene i partiti politici siano i più corrotti, con i media e gli uffici delle imposte a seguire. È però altrettanto vero che si sa ancora poco, su basi scientifiche, di questo fenomeno shifting boundaries, che alberga e prospera nella segretezza: si occulta occultando l’oggetto dello scambio.

I danni
Anche i danni sono difficili da valutare. Conviene stare ai dati certi che stabiliscono inequivocabili correlazioni, per cui a un alto tasso di corruzione si associano bassa crescita del Pil, alto debito pubblico e bassi investimenti dall’estero. Le criticità riguardano lavori pubblici ed edilizia, telecomunicazioni, industria farmaceutica e sistema sanitario, pubblica amministrazione, armi. Si tratta di una nefasta distorsione dell’allocazione delle risorse finanziarie che porta a sprechi e a danni che sono stati quantificati in 60 miliardi di euro sulla base di una stima del tutto indicativa, seppur citata dal presidente della Corte dei Conti (a scala mondiale, i danni ammonterebbero a 700 miliardi di euro, il 3% del Pil del pianeta). Dei danni inflitti dalla corruzione alla Pa torna ben poco, visto che sono circa 300 i milioni recuperati dalla Corte dei Conti lo scorso anno. Un freno alla competitività, spreco vistoso nella Pa, crescita dell’indebitamento, ma anche distrust della popolazione. Il danno civile ed etico è di ampia portata perché la corruzione, impastata d’ingenuo cinismo e d’individualismo amorale, concepisce lo spazio pubblico come preda degli interessi personali. La diffusione di una mentalità sociale acquiescente verso la corruzione, di piccole e grandi dimensioni, che in ogni caso limita libertà e pari opportunità, infligge un danno alla comunità nazionale e al suo senso di appartenenza. È fonte di sfiducia.

Le cause
Nel mercato politico, il clientelismo assistenziale può portare alla piccola corruzione, fatta di favori, tangenti trascurabili, rendite di posizione, e/o al clientelismo del segreto, delle attività illecite e della grande corruzione organizzata, tra appalti e tangenti milionarie. Una fetta, tutt’altro che trascurabile, del nostro leggendario debito pubblico va dunque imputata alla corruzione. È dalla metà degli anni 80 che spreco pubblico e corruzione vanno a braccetto con il debito dello Stato. Un sociologo politico farebbe risalire le principali cause della corruzione al florido mercato politico clientelare, ma anche a un potere frantumato e perforato da gruppi di interesse particolaristici, da campanilismi, corporativismi, vecchi e nuovi (manca una disciplina per i gruppi d’interesse). Che dire, inoltre, delle matrici anonime che hanno reso la corruzione una moneta del potere? Non c’è solo il punto cieco mafioso, ma le decine di logge massoniche che animano le nostre municipalità, affiancate da clan e cricche da "sottogoverno" in cerca di scorciatoie per arricchimento personale. Un antropologo politico, osserverebbe che in parte forme di corruzione dipendono anche dalla persistenza di una mentalità familistica nella penisola, da sempre prodiga di clientele e nepotismo. Storici e giuristi, infine, aggiungerebbero che il basso senso di appartenenza allo Stato, una frequente "selezione avversa" delle classi dirigenti e, di conseguenza, un basso grado di civismo e di legalità, siano le cause delle due grandi malattie del sistema Italia: l’evasione fiscale e, appunto, la corruzione.

Il contrasto
Un serio contrasto alla corruzione avrebbe un grande valore simbolico, infonderebbe fiducia sociale, gioverebbe all’economia. Al contrario, l’Italia del contrasto sbiadisce nella lentezza vischiosa ad adottare efficaci strumenti (dopo tanti tentativi, un Ddl è fermo al Parlamento dal 2010). Giustizia e corruzione, d’altra parte, sembrano indifferenti tra loro, nel senso che la prima non costituisce lo strumento adeguato a smantellare l’altra, poiché intercetta solo la parte emersa dell’iceberg, ma la gran massa rimane nascosta sott’acqua. Di proposte per migliorare ne circolano in gran quantità: introduzione di patti d’integrità negli appalti pubblici, l’adozione di speciali codici di condotta per la classe parlamentare e governativa, protezioni per quanti segnalano corruzione e malamministrazione etc. Tuttavia, serve la volontà politica. Al governo tecnico non basterà evocare la responsabilità sociale, ma dovrà sfoderare l’etica della convinzione della buona politica se intende contrastare in modo efficace un fenomeno opaco e dissipativo. Siamo tutti in attesa di un attimo singolare che ci renda diversi da un paese corrotto.

(17 febbraio 2012)

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