Quando la Fiom e la Cgil difendono la Confindustria da Marchionne e Marcegaglia
Giuseppe Amari
Un aspetto della vicenda Fiat che forse non è stata messa abbastanza in rilievo è che la lotta dei lavoratori Fiat, sotto il pesante ricatto dell’ad dell’azienda, nel bombardamento della maggior parte della classe politica non solo di maggioranza, dei mass media e della intellighenzia mobilitata a difesa del bunga bunga, se non sessuale certo di questa globalizzazione [1], quella lotta dicevo, organizzata dalla Fiom e dalla Cgil, è anche, paradossalmente, in difesa della Confindustria, dell’Abi, delle altre associazioni datoriali.
La potenza di fuoco sviluppata dall’esterno e all’interno dell’azienda, con la mobilitazione di un sindacato aziendale e con le assemblee tenute dalla stessa, sarebbe assolutamente sproporzionata se si trattasse solo del rilancio produttivo di due fabbriche seppure di una grande azienda come la Fiat, addirittura uscita da Confindustria per realizzare il suo piano.
L’ad della Fiat non ha operato in solitudine come si potrebbe pensare e ci dicono, ma si tratta del piano studiato insieme a coloro che, nel governo e fuori, con maggiore entusiasmo, hanno manifestato in questi giorni a favore di quel tentativo; il quale, sul piano produttivo, non ha alcun fondamento teorico, né è pertinente agli attuali e veri problemi della Fiat in Italia, come i numerosi ed autorevoli , disponibili anche su MicroMega, hanno ampiamente dimostrato.
E’, invece, il chiaro tentativo di un’avanguardia di sovvertire, manu militari, ed è per questo eversivo, l’intero impianto delle relazioni industriali del Paese anche con violazioni costituzionali. Insomma, la cavalleria vada pure avanti che l’intendenza seguirà.
E’ un colpo vibrato alla parte del mondo del lavoro ancora con contratto decente e non interamente precarizzato e ridotto a bracciantato. Di più, è un ulteriore passo verso il processo di antidemocratizzazione e di decostituzionalizzazione (Rodotà) che da anni avanza nel Paese, insieme al degrado antropologico (Pasolini) di larghe fasce della società e a quello istituzionale, come ha di recente denunciato la segretaria generale della Cgil alla conferenza delle Camere del lavoro per la contrattazione sociale e territoriale. Non vanno infatti dimenticate le realtà di ancora maggior disagio lavorativo e sociale drammaticamente diffuse nelle fasce anziane sempre più sole, in quelle giovanili senza futuro, degli immigrati ridotti spesso a schiavitù, e nel Mezzogiorno dove dilaga la criminalità organizzata.
I lavoratori non dovranno più esercitare il voto libero e segreto nella scelta dei propri delegati e nel giudicare le piattaforme rivendicative, come i cittadini non devono scegliere i propri rappresentanti in Parlamento. Licio Gelli ringrazia!
Ecco perché, ormai, sta aumentando la consapevolezza che la lotta per la democrazia e la libertà investe sempre di più ed in modo congiunto lavoratori, studenti, semplici cittadini.
Se Cisl e Uil vorranno dimostrare di essersi arresi al dictat di Marchionne fidando nelle sue promesse di investimento, come affermano, e di non far parte di quel pactum sceleris, lo si vedrà immediatamente dall’atteggiamento che avranno nel confronto, ormai indifferibile, sui temi della democrazia e della rappresentanza sindacale.
Ma lo stesso varrà per le forze politiche, se vorranno non solo liberare il Paese da Berlusconi, ma tagliare le unghie a quei poteri, compreso il “Vaticano spa”, che lo hanno sinora sostenuto e che ora stanno cercando faticosamente chi meglio li possa rappresentare.
Si vedrà non solo dai programmi, ma anche dagli uomini chiamati a realizzarli nel governo. Visto che le idee (promesse) camminano sulle gambe degli uomini, non sarebbe male conoscerli prima del voto. Forse ci eviteremmo così un secondo Mastella alla Giustizia. E’ un sogno immaginare a ministro del Lavoro uno come Giacomo Brodolini, padre dello Statuto dei lavoratori e che al suo insediamento disse che lui stava da una parte sola: quella dei lavoratori? Ma ci accontenteremmo anche di uno che non sia dalla parte delle imprese, e che imprese! Lo stesso vale per un ministero degli Interni che voglia veramente chiarire i tanti misteri d’Italia, un ministro delle Finanze che voglia seriamente combattere l’evasione, e così via.
E perché non mettere in lista quei coraggiosi 27 delegati di base della Fiom che hanno scritto in Confederazione motivando le ragioni del rifiuto dell’imposizione aziendale e quelle della illegittimità di un referendum sotto ricatto? Sarebbe zavorrare con la faticosa realtà operaia il pallone reostatico della politica.
Una delle cose positive di questa vergognosa vicenda, oltre alla dimostrazione della grande dignità dei no e di chi ha dovuto piegarsi al ricatto pensando propria famiglia con la rabbia e la mortificazione nell’animo, è stata quella di aver messo brutalmente in luce chi sta con chi.
Ma quella resistenza, andata oltre le previsioni, difende paradossalmente anche le associazioni datoriali.
Se la cavalleria Marchionne dovesse procedere di carriera, e per fortuna non lo sta certo facendo, l’intendenza delle altre grandi aziende della industria, dei servizi, della finanza seguirebbe, aprendo la diaspora delle rispettive associazioni e rendendo impossibile ogni accordo interconfederale. Anche chi, nel mondo datoriale, non è ancora convinto della scelta Marchionne finirebbe per dargli ragione. Innescando il far west nelle relazioni industriali, con la guerra di tutti contro tutti, con danni enormi per il Paese. Altro che investimenti esteri!
Né alcuno può pensare, tanto meno la Marcegaglia, che Marchionne rientri in Confindustria senza che questa adotti nella sostanza il suo contratto [2].
Non solo livelli base di retribuzione non possono che essere stabiliti nelle istanze confederali e nazionali di categoria, ma ancor di più gli standard dei diritti e delle condizioni di lavoro non possono che vedere gli stessi livelli di condivisione, nel rispetto delle leggi e dei principi costituzionali.
Nulla è per sempre, purtroppo; condizioni economiche e anche diritti, ma questi ultimi con logiche evidentemente diverse (ci sono quelli contrattualmente indisponibili e nel diritto, al contrario dell’economico, non hanno senso forme di perequazione), sono soggetti a verifiche, ad avanzamenti e purtroppo anche ad arretramenti. Ma nella contrattazione e nella condivisione ai livelli confederali e di categoria.
A tali condizioni, in una società libera, un imprenditore può decidere se investire o meno, mentre non è accettabile che possa mettere all’asta, al ribasso, retribuzioni e soprattutto diritti per effettuare il suo investimento. Un’asta che, nel tempo, può essere riaperta dalla stessa azienda.
Procedendo di questo passo si può arrivare allo ius primae noctis. Non sembri un iperbole, perché nel dopoguerra e nel clima disperazione e di fame si verificarono orrori simili.
Sono buone ragioni perché la Fiom mantenga il rifiuto della firma a questo accordo, continui e cresca la mobilitazione per la civiltà e la democrazia a cominciare dallo sciopero metalmeccanico del 28 gennaio, e la Cgil prenda in considerazione lo sciopero generale, facendosi interprete e mettendosi a capo del sentimento di indignazione e di rivolta morale che sta montando in strati crescenti della società civile e nel Paese.
Mai come oggi la Resistenza no
n è storica celebrazione, ma una necessaria attualità.
NOTE
[1] Che questa globalizzazione non abbia niente di inevitabile, ma che sia frutto di deliberate scelte umane a cominciare dalla defezione della politica e di tanta parte degli intellettuali, economisti e giuristi, subalterni a precisi centri di interesse economico e finanziario, si può desumere anche dagli scritti profetici di un grande economista come Federico Caffè. Il quale rifiutava il trade-off tra efficienza ed equità, tra efficienza e democrazia. Un rifiuto ben argomentato nel documento su MicroMega di 46 economisti, in cui ci sono, non a caso, alcuni suoi ex allievi. Scritti di Caffè sono stati ripubblicati in recenti antologie curate da Roberta Carlini e dal sottoscritto. Qui basti ricordare il volume Attualità del pensiero di Federico Caffè nella crisi odierna, Ediesse, Roma 2010; dove si possono leggere anche i saggi di Luciano Marcello Milone sul pensiero dell’economista in merito alla cooperazione economica internazionale, compromessa dal neoliberismo e dalla arroganza dei paesi più forti, condizionanti le istituzioni internazionali a cominciare dal FMI, e di Mario Tiberi in merito alle considerazioni e ai timori di Caffè sulla costruzione di un’ Unione Europea dei mercanti e della finanza e non dei cittadini.
[2] Non si può sottacere che Marchionne paga le tasse in Svizzera e l’intera famiglia Marcegaglia ha problemi giudiziari per evasione fiscale dovuti a movimenti su conti esteri ritenuti sospetti dalla magistratura. Quale sia l’autorità morale di tali persone e di tanti altri nelle medesime condizioni per fare appello al senso del dovere e ai sacrifici di chi ha redditi centinaia, migliaia di volte inferiori e spesso a livello di sussistenza e che paga interamente le tasse, davvero non si sa.
(18 gennaio 2011)
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