Razzismo e sessismo, maschere oppressive del potere
Giacomo Russo Spena
Il libro di Annamaria Rivera ("La Bella, la Bestia e L’Umano", casa editrice Ediesse) è molto attuale sul piano politico-sociale. E ampiamente strutturato su quello ideologioco e culturale. Non a caso il volume inaugura la collana Sessismoerazzismo, che nasce da una feconda collaborazione tra il mondo sindacale della casa editrice Ediesse Cgil e il mondo giuridico, intellettuale e politico dell’associazione CRS (Centro Riforma dello Stato).
Attraverso un’attenta analisi di paradigmi e di stereotipi negativi, l’autrice esamina l’"invenzione delle razze", sofisticata operazione tesa solo a costruire gerarchie sociali e di potere. Questa costruzione, drammaticamente ipocrita, insinua che tra le persone le diversità e le differenze creino gerarchie naturali. E’ la base del comando dei poteri dominanti.
Il medesimo percorso subculturale impone il dominio maschile sulle donne: il patriarcato, come gerarchia naturale. Ad assimilare razzismo e sessismo (e anche specismo) è per l’appunto l’attribuzione alle donne come agli “altri”, ai diversi, ai non umani una natura diversa e mostruosa di cui avere paura e che, per questo, va dominata e repressa. Non a caso i migranti sono individuati come valvola di sfogo delle incertezze e delle paure generate dalla globalizzazione liberista, sono capri espiatori dei rancori di massa che vengono distolti dal conflitto sociale ed indirizzati sugli anelli più deboli della catena sociale dai “fabbricanti della paura”. Ovvero da quei poteri forti che hanno bisogno di legittimare la propria mediocre, antipopolare e antidemocratica governabilità. In altre parole, Annamaria Rivera fa una completa e attenta disamina dei dilemmi della società pluriculturale.
Per evitare l’etnocentrismo delinea un modello di universalità relazionale come tema centrale di una società democratica, pacifica, liberata. La grande questione, quindi, della ricostruzione di un nuovo spazio pubblico, di una statualità alternativa e più ricca. L’autrice richiama, emblematicamente, la frase straordinariamente lucida e forte, pronunziata da Frantz Fanon a conclusione del suo intervento al primo congresso degli scrittori e degli artisti neri (Parigi 1956): “L’universalità risiede in questa decisione di accettare la reciproca relatività di culture diverse, una volta abolito irreversibilmente lo statuto coloniale”.
Fanon ci dice che bisogna ammettere la relatività della propria cultura, del proprio modello sociale e che essa è l’esito di una decisione reciproca, che presuppone una certa simmetria tra i soggetti che l’assumono. Si tratta di un processo culturale e politico che deve superare ogni rapporto gerarchico, di dominio, di supremazia, di sfruttamento tra – come scrive l’autrice – “borghesi e proletari, tra nativi e migranti, tra uomini e donne, tra umani e non umani”.
E’ una sfida importante che allude alla paziente ricerca di terreni nuovi, di traduzione e di mediazione che consentano di praticare un comune impegno antisessista e antirazzista. Una sfida impegnativa alla politica che sta diventando sempre più amministrazione, manipolazione, populismo, perchè ricominci ad indagare la società, a rinominare i conflitti e a trasformarli in progetti di liberazione. E’ a ciò, conclude giustamente la Rivera, "che va affidato il tentativo di andare oltre l’ordine presente".
(18 gennaio 2011)
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